

I danni dell'ultima bomba a Casapesenna
Negli ultimi giorni Casapesenna è tornata al centro della cronaca per una serie di esplosioni di bombe carta che hanno turbato la quiete del paese. Boati nella notte, serrande danneggiate e vetrine infrante: episodi che inevitabilmente riaccendono la paura in una comunità che in passato ha conosciuto da vicino il peso della criminalità organizzata.
In territori come l’agro aversano il pensiero corre quasi automaticamente alla camorra. Per anni quest’area ha dovuto convivere con una presenza criminale radicata e violenta e la memoria collettiva resta inevitabilmente segnata da quella stagione.
Proprio per questo, però, secondo la criminologa Lucia Cerullo, è necessario evitare conclusioni affrettate e leggere con attenzione i fenomeni criminali che stanno emergendo.
«Le indagini sono ancora in corso – spiega la docente – e allo stato attuale non emergono elementi che indichino con certezza una regia camorristica organizzata dietro questi episodi».
La criminologa sottolinea come negli ultimi anni molte organizzazioni criminali tradizionali abbiano progressivamente modificato le proprie strategie operative.
«Sempre più spesso – osserva – i gruppi criminali strutturati spostano i loro interessi verso attività meno visibili e più redditizie: appalti, servizi, investimenti e infiltrazioni nell’economia legale».
Un cambiamento che, secondo l’analisi della docente, ha contribuito a svuotare progressivamente quella che un tempo veniva definita la “camorra di strada”.
In alcuni contesti, infatti, questi spazi vengono occupati da gruppi più piccoli e meno strutturati che cercano di affermarsi sul territorio.
«È in questo scenario – continua Cerullo – che si inserisce una dinamica sempre più osservata negli studi criminologici: la criminalità diffusa che imita i codici della camorra».
Secondo l’analisi della criminologa, l’utilizzo della bomba carta in questi casi assume soprattutto un valore simbolico.
«Non è tanto uno strumento di distruzione – afferma – quanto un messaggio. Serve a fare rumore, a creare allarme, a lasciare un segno visibile».
Il boato nella notte diventa quindi una forma di comunicazione: qualcuno vuole dimostrare di poter incutere paura.
Molto spesso episodi di questo tipo non sarebbero riconducibili a organizzazioni mafiose strutturate, ma a gruppi legati a economie illegali di strada, come il traffico di droga o altre attività criminali minori.
«Si tratta – spiega Cerullo – di una criminalità diversa da quella storicamente conosciuta in questi territori: meno organizzata, meno stabile, ma capace di utilizzare gesti eclatanti per costruirsi una reputazione. In altre parole, imitare il linguaggio della camorra per sembrare camorra».
La docente invita anche a riflettere sul modo in cui questi episodi vengono raccontati.
«Quando ogni atto violento viene immediatamente interpretato come un ritorno dei clan – osserva – si rischia di alimentare una narrazione che non sempre corrisponde alla realtà delle trasformazioni criminali contemporanee».
Secondo la criminologa esiste anche un ulteriore rischio: attribuire automaticamente questi gesti alla grande criminalità organizzata potrebbe paradossalmente rafforzare proprio chi li compie.
«Dare a questi gruppi l’etichetta della mafia – conclude – significa spesso regalare loro quel prestigio criminale che stanno cercando di conquistare».
Negli ultimi anni, sottolinea Cerullo, territori come Casapesenna e l’agro aversano hanno attraversato un importante percorso di cambiamento grazie alle operazioni giudiziarie, al lavoro delle istituzioni e all’impegno della società civile.
Ridurre ogni episodio di violenza a un presunto ritorno del passato rischia, secondo l’analisi della criminologa, di oscurare questo percorso e di impedire una lettura corretta delle nuove forme di devianza che oggi generano insicurezza.
«Una comunità – conclude – difende la propria sicurezza non solo con le indagini e gli arresti, ma anche con la capacità di leggere la realtà senza lasciarsi trascinare dalla paura».
Lucia Cerulo* (docente e criminologa)