Napoli – Un lancio alla cieca, la rabbia accecante per un cane maltrattato e una tragedia che si consuma in una frazione di secondo tra le palazzine popolari di Napoli Est. Emergono nuovi, drammatici dettagli sulla morte di Jlenia Musella, la 22enne uccisa al Rione Conocal dal fratello Giuseppe.
Al centro dell’udienza di convalida, trasformatasi in un fiume di dolore e dettagli tecnici, spunta la figura chiave di una “terza persona”: un testimone oculare che avrebbe assistito all’intera scena, confermando la tesi del lancio del coltello da distanza.
La lite per futili motivi: il “panno strizzato” sul letto
Tutto ha inizio in un contesto di banale quotidianità, degenerato in orrore. Davanti al Gip Maria Rosaria Aufieri, Giuseppe Musella — assistito dai penalisti Andrea Fabbozzo e Leopoldo Perone — ha ripercorso in oltre tre ore di interrogatorio quei minuti fatali.
Il giovane, che il 3 febbraio si trovava a casa perché influenzato, ha raccontato di una discussione nata per la gestione del cane di famiglia. L’animale aveva urinato in casa; Jlenia, dopo aver pulito, avrebbe strizzato il panno sporco proprio sul letto dove riposava il fratello.
Da lì, la scintilla. Dalle parole si passa alle mani, una colluttazione tra fratelli che sembra finire quando la 22enne esce di casa. Ma è l’epilogo a cambiare la storia. Giuseppe, mentre si trova in bagno, sente il cane guaire disperatamente. Convinto che la sorella stia sfogando la rabbia sull’animale, esce in strada. Vede il cane ferito, vede il sangue. «Ho perso la testa», ha confessato al giudice.
La dinamica e il “super-testimone”
È qui che la difesa gioca la sua carta fondamentale per derubricare l’accusa di omicidio volontario. Secondo gli avvocati Perone e Fabbozzo, sulla scena c’era una terza persona. Un uomo, forse un vicino o un conoscente, che ha preso in cura il cane ferito e che avrebbe visto Giuseppe lanciare il coltello da diversi metri di distanza.
«Stavo incazzato nero, stava lontano, non pensavo che l’avrei mai presa», ha ripetuto il giovane durante l’interrogatorio. Non un fendente sferrato a distanza ravvicinata per uccidere, dunque, ma un gesto d’impeto, un lancio sconsiderato. La presa di coscienza è immediata e terribile. In dialetto, rivolgendosi alla madre accorsa in strada, Giuseppe urla: «Uh Marò, l’agg cogliuta».
La corsa a Villa Betania e i video della sorveglianza
Un altro punto chiarito dalla difesa riguarda la presunta fuga. Giuseppe non ha abbandonato la sorella. Le telecamere di videosorveglianza dell’Ospedale Villa Betania, acquisite agli atti, documentano l’arrivo di due auto con a bordo sei persone, tra cui la madre e lo stesso Giuseppe.
Hanno trasportato Jlenia di peso, sperando in un miracolo. Solo dopo aver parlato con un’infermiera e aver appreso la notizia del decesso, il giovane si è allontanato. «Non per fuggire — hanno spiegato i legali — ma perché sconvolto. Ha capito di aver perso il suo mondo».
Il 28enne ha vagato per ore in stato di shock, prima di presentarsi spontaneamente in Questura poco prima della mezzanotte, accompagnato dall’avvocato Fabbozzo, per rendere piena confessione davanti agli uomini della Squadra Mobile e al pm Ciro Capasso.
L’attesa per l’autopsia e la decisione del Gip
«Che me ne importa del processo, non vedrò più mia sorella». È questa la frase che Giuseppe continua a ripetere ossessivamente, intervallata da crisi di pianto che hanno costretto a più riprese l’interruzione dell’udienza.
Mentre il Gip si è riservato la decisione sulla misura cautelare, l’esito dell’autopsia — a cui ha partecipato un consulente di parte — sarà determinante. L’esame autoptico dovrà chiarire la traiettoria della lama e la forza dell’impatto, elementi scientifici che, incrociati con la testimonianza della “terza persona”, potrebbero confermare se si sia trattato di un omicidio volontario o di una tragedia preterintenzionale nata da un gesto scellerato, ma non mirato ad uccidere.
Fonte REDAZIONE





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