Cronaca di Napoli

«C’era il diavolo in quella casa»: l’omicidio di Jlenia Musella e le bugie smascherate del fratello violento

Condivid

Napoli– Alle 16:52 e 9 secondi del 3 febbraio 2026, l’occhio elettronico della telecamera  dell’Ospedale Evangelico “Villa Betania” cattura l’arrivo di una Fiat 600 grigia. È l’inizio della fine per Jlenia Musella, 22 anni, arrivata già senza battito, con il volto tumefatto e una ferita mortale alla schiena.

A portarla lì, urlando “Che ti hanno fatto?”, è il fratello Giuseppe, 25 anni, a torso nudo e coperto di sangue. Una scena madre, una disperazione esibita che però si scontrerà, poche ore dopo, con la freddezza dei rilievi della Polizia Scientifica e con la logica stringente del GIP Rosaria Maria Aufieri, che ha convalidato il fermo e disposto il carcere per omicidio aggravato.

Quella che segue è la ricostruzione dettagliata di un pomeriggio di ordinaria follia in via Al Chiaro di Luna nel famigerato rione Conocal di Ponticelli, tra ossessioni mistiche, degrado sociale e una violenza esplosa per un motivo che il codice penale definisce “futile”, ma che nella realtà pesa come un macigno.

Il presagio della madre: “Quella casa è indemoniata”

Per capire come si arriva alla tragedia, bisogna entrare nell’appartamento al primo piano dell’edificio 89. Un luogo da cui la madre, Natascia Miccoli, era fuggita due settimane prima. La donna, con un passato segnato da dieci anni di detenzione e un disturbo bipolare diagnosticato , ha messo a verbale parole che suonano come una macabra profezia: “Non dormivo a casa mia perché ormai mi ero convinta che la mia abitazione fosse indemoniata”.

Natascia dormiva da un’amica in un basso, lasciando i figli soli. Aveva paura di quelle mura. “Si sentiva male se stava all’interno della sua abitazione”. Quel giorno era passata solo per posare una busta di farmaci ed era scappata via subito, senza nemmeno controllare se i figli fossero in casa.

Jlenia e Giuseppe, la madre li descrvi davanti agli investigatori come ragazzi che avevano vissuto dieci anni serenamente con i nonni, erano rimasti soli nel loro “inferno” privato. Giuseppe, che voleva andarsene da Ponticelli e la settimana prima era stato persino in Svizzera, quel giorno non è riuscito a fuggire dai suoi demoni.

La scintilla: l’urina del Pitbull e la minaccia

Sono le 16:00 circa quando scoppia il caos. A raccontarlo è  un amico di famiglia andato lì per restituire dei soldi. La scena che si trova davanti è di un degrado disarmante: il cane di casa, un Pitbull, ha urinato sul pavimento. Jlenia, esasperata, urla contro il fratello e minaccia di lanciargli addosso l’urina dell’animale.

È la miccia. Dalle parole si passa ai fatti. Giuseppe, descritto dalla madre come “pauroso” e tranquillo rispetto alla sorella “sporca di bocca”, perde ogni freno inibitore.

La fuga disperata e le ciabatte perse

La lite degenera in un’aggressione brutale. Jlenia viene colpita in casa. Lo dicono i suoi zigomi tumefatti, lo dice l’ecchimosi sulla tempia sinistra rilevata dai medici. La ragazza, picchiata, scappa.

Cerca la salvezza scendendo le scale, ma il panico è tale che perde le ciabatte azzurre marca “Dualscape culture”: quella sinistra viene ritrovata sulla rampa esterna, quella destra nell’androne del palazzo. Sta correndo scalza, o quasi, con i soli calzini neri, inseguita dalla furia del fratello armato.

La bugia del “lancio” e la verità scientifica

Davanti al GIP, la difesa ha provato a sostenere la tesi del “coltello lanciato”. Giuseppe, e in parte il confuso racconto del testimone suggeriscono che lui abbia tirato il coltello da una distanza di 3-4 metri mentre lei fuggiva, colpendola quasi per caso.

Ma l’ordinanza del giudice Aufieri smonta questa versione con la freddezza della fisica forense.

L’arma: Un coltello da cucina enorme, 35 centimetri totali con 22 centimetri di lama e manico nero.La ferita: Un unico fendente alla schiena, lato sinistro, profondo 5 centimetri.

L’impossibilità fisica: È inverosimile che un coltello di quelle dimensioni, lanciato da metri di distanza, possa penetrare con tale profondità e precisione chirurgica (margini netti).

La dinamica parla chiaro: è stato un colpo inferto con forza in un corpo a corpo, un’esecuzione mentre la ragazza non aveva via di scampo.

Il sangue non mente: sapone liquido e teli da bagno

Mentre Jlenia moriva dissanguata sull’asfalto – notata dalla vicina che le vedeva il sangue “uscire da dietro” – in casa rimanevano le tracce di ciò che era accaduto subito dopo o durante il parossismo della lite. La Polizia Scientifica ha trovato una scena che racconta un tentativo di ripulirsi o una colluttazione avvenuta anche in bagno.

Tracce di sangue sul dosatore del sapone liquido “Neutromed”. Sangue sulla rubinetteria del lavabo. Un ampio telo da bagno bianco intriso di sangue.

Una salviettina insanguinata sul tavolo del soggiorno. Persino il Pitbull aveva il dorso macchiato di sangue, muto testimone dell’orrore.

L’orrore dopo il delitto: Giuseppe si fuma una canna

Il dettaglio forse più agghiacciante emerge dal comportamento di Giuseppe dopo aver portato la sorella in ospedale (guidando la Fiat 600 prestata dalla vicina). Invece di restare al capezzale di Jlenia, Giuseppe torna a casa. Incontra l’amico. Non piange, non si dispera. “Pulisci il cane”, dice all’amico, “mentre io mi fumo una canna”.

Una freddezza glaciale. Si calma fumando marijuana mentre la sorella è appena deceduta per mano sua. Poco dopo, chiama un altro amico, facendosi venire a prendere in videochiamata Instagram. Si fa portare al Rione Luzzatti, restando in silenzio per tutto il viaggio, “particolarmente nervoso” ma muto.

L’epilogo: “Aduso alla violenza”

Il coltello viene ritrovato sotto un camioncino per la vendita di verdura, un Fiat Fiorino, dove Giuseppe lo aveva verosimilmente gettato per disfarsene. La maglia del Napoli che indossava, taglia XL, viene sequestrata piena di macchie rossastre.

Per il GIP non ci sono dubbi. Nonostante la madre cerchi di dipingerlo come il “figlio tranquillo”, Giuseppe Musella ha dimostrato una “incapacità di autocontrollo” totale. È un soggetto “aduso alla violenza”.

La convalida del fermo e la custodia cautelare in carcere a Secondigliano, Giuseppe è accusato di omicidio aggravata,  sono l’unico epilogo possibile per una storia dove il “diavolo” evocato dalla madre non era uno spirito maligno, ma la banale, ferocissima violenza domestica cresciuta nell’abbandono. In quella casa di via Al Chiaro di Luna, ora vuota, resta l’eco delle urla di Jlenia e quel “diavolo” che la madre temeva, e che alla fine aveva il volto di chi le stava più vicino.

@RIPRODUZIONE RISERVATA
Fonte REDAZIONE
Giuseppe Del Gaudio

Giuseppe Del Gaudio, giornalista professionista dal 1991. Amante del cinema d'azione, sport e della cultura Sud Americana. Il suo motto: "lavorare fa bene, il non lavoro: stanca"

Pubblicato da
Giuseppe Del Gaudio