Gelo Napoli-Comune: il club boccia il restyling del Maradona e invoca lo stadio di proprietà

Il direttore dell’area business Bianchini risponde al piano dell'amministrazione Manfredi: «Basta mettere "pezze", perdiamo 70 milioni l'anno per carenze strutturali». Il messaggio a Palazzo San Giacomo è chiaro: senza un nuovo impianto con aree corporate e museo, la competitività sportiva è a rischio.
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Napoli – Quella che doveva essere una mattinata dedicata alla solidarietà si è trasformata in un netto posizionamento politico e industriale. A margine della presentazione della campagna “Sanghe Pe Napule”, Tommaso Bianchini, Chief Revenue Officer della SSC Napoli, ha tracciato una linea profonda tra le ambizioni del club di Aurelio De Laurentiis e le recenti proposte avanzate dall’amministrazione Manfredi sul futuro dello Stadio Maradona.

Se da Palazzo San Giacomo erano filtrati ottimismo e progetti di adeguamento dell’impianto di Fuorigrotta, la risposta del club azzurro è una doccia fredda: il Napoli non vuole ristrutturare, vuole rifondare.

«No alle pezze»: la chiusura al progetto comunale

Le parole di Bianchini suonano come una bocciatura senz’appello del piano di manutenzione o restyling parziale ipotizzato di recente dal Comune. «Vogliamo fare un nuovo stadio e non mettere le pezze a quello attuale», ha dichiarato il manager azzurro. L’uso del termine “pezze” non è casuale: sottolinea l’inadeguatezza di qualsiasi intervento che non sia radicale.

Per il club, la struttura attuale non è più emendabile, ma rappresenta un ostacolo alla crescita. La posizione è netta: l’era dei compromessi strutturali è finita, il club cerca una soluzione proprietaria e definitiva, allontanandosi di fatto dal tavolo del dialogo per la semplice gestione dell’esistente.

Il buco da 70 milioni e il nodo Corporate

Il cuore del problema non è estetico, ma economico. Bianchini ha quantificato per la prima volta con precisione il danno derivante dall’attuale assetto del Maradona: «Dalla nostra prospettiva perdiamo circa 70 milioni all’anno senza un nuovo stadio». Il deficit strutturale riguarda l’impossibilità di generare ricavi dal settore corporate, che nei top club europei copre ormai il 50% del fatturato.

«Parlo di museo, skybox, esperienze: un ecosistema utilissimo», spiega Bianchini. Mentre il Comune ragiona in termini di capienza e agibilità, il Napoli ragiona in termini di flussi di cassa. Senza aree hospitality moderne e attive 7 giorni su 7, il club è costretto a rincorrere le avversarie partendo con un handicap finanziario pesante.

Rassicurazioni ai tifosi e l’avvertimento sul futuro

Nel suo intervento, Bianchini ha voluto anche disinnescare una delle paure storiche della tifoseria: il caro biglietti legato alla costruzione di un nuovo impianto. «Con un impianto di proprietà non è vero che alzeremmo i prezzi in modo folle», ha assicurato, spiegando che l’aumento dei ricavi arriverebbe dai servizi di lusso (corporate) e non dal settore popolare.

La chiosa finale, però, ha il sapore dell’ultimatum. Lodando il lavoro di Aurelio De Laurentiis, Bianchini ha ricordato che «il Napoli sta facendo dei miracoli, che però non sono eterni». Un messaggio chiaro alla città e alla politica: le vittorie ottenute finora sono frutto di una gestione virtuosa che ha sopperito alle mancanze infrastrutturali, ma per restare stabilmente nell’élite del calcio mondiale serve il cemento, non solo il talento.

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