

La squadra mobile di Napoli
Casoria – Voleva “uscire il nome suo”, voleva dimostrare di essere un boss e, soprattutto, doveva lavare col sangue uno schiaffo dato alla persona sbagliata. È finita all’alba la fuga di Vincenzo De Rosa, classe 2000, arrestato in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal GIP Giovanni Vinciguerra.
Il giovane è accusato di tentato omicidio aggravato dal metodo mafioso per la sparatoria che, il 20 novembre 2024, trasformò via Salvo D’Acquisto in un campo di battaglia. Nel mirino del commando c’era Salvatore Barbato, alias “Totore ‘o can”, ras emergente del clan rivale dei Franzese, rimasto gravemente ferito insieme all’incolpevole Mauro Sorrentino.
Lo scenario ricostruito dalla DDA e accolto dal Tribunale di Napoli è quello di una faida feroce per il vuoto di potere lasciato dal clan Moccia. Da una parte il gruppo storico dei Franzese (guidato dai fratelli Mauro e Antonio), dall’altra la nuova alleanza tra il gruppo di Roberto Alfio Maugeri e i cosiddetti “Panzarottari” di Afragola.
Al centro dello scontro c’è il controllo del mercato degli stupefacenti a Casoria. Barbato, per conto dei Franzese, stava cercando di imporre l’egemonia sulle piazze di spaccio, arrivando allo scontro armato con i rivali che non intendevano cedere terreno.
La miccia che ha fatto esplodere la polveriera si è accesa il giorno prima dell’agguato, il 19 novembre 2024. Barbato, in un delirio di onnipotenza criminale, si presenta presso la sede della cooperativa sociale “L’uomo e il legno” in via San Pietro. Lì intercetta Antonio De Rosa, fratello dell’indagato Vincenzo.
Le intercettazioni e le testimonianze ricostruiscono una scena umiliante: Barbato aggredisce Antonio De Rosa, lo prende per la gola e gli lancia un ultimatum terrificante: “Non prenderti confidenza e di’ a tuo fratello e ai suoi amici di non permettersi più di sparare a casa mia”.
Barbato minaccia di sterminare la famiglia De Rosa se non avessero smesso con le “stese” contro la sua abitazione. Un affronto pubblico che, nelle logiche di Gomorra, equivale a una condanna a morte.
La vendetta arriva puntuale meno di 24 ore dopo. È il tardo pomeriggio del 20 novembre. Barbato si trova in via Salvo D’Acquisto insieme a Mauro Sorrentino (che aveva tentato di fare da paciere il giorno prima).
Un commando, a bordo di una Jeep Compass bianca con vetri oscurati, apre il fuoco. Non è un avvertimento, è un’esecuzione fallita per miracolo. Vengono esplosi almeno dodici colpi utilizzando due armi micidiali: una pistola semiautomatica calibro 9×21 e una mitragliatrice Kalashnikov calibro 7,62.
Barbato viene crivellato: un proiettile gli perfora il polmone sinistro, costringendolo a un delicatissimo intervento chirurgico d’urgenza. Sorrentino viene colpito ai polsi e alle gambe.
A incastrare Vincenzo De Rosa non sono solo le indagini balistiche, ma le parole dei suoi stessi nemici. I fratelli Franzese (Antonio e Ido Alcide), intercettati subito dopo i fatti, non hanno dubbi sull’identità dello sparatore. “È stato Vincenzino proprio? E Roberto (Maugeri, ndr) ha detto che non ci azzecca niente?”, chiede Ido. Antonio Franzese risponde lapidario: “Così mi ha fatto capire Vincenzo… insomma ha fatto la mattonella con lui… se la videro brutta”.
Nelle conversazioni emerge il profilo criminale di De Rosa, descritto come un giovane ambizioso e spregiudicato che ha agito di sua iniziativa per vendicare il fratello e scalare le gerarchie: “Perché adesso voleva uscire il nome suo!” commentano i Franzese.
E ancora: “Il fratello di Vincenzino! Dice che andò sopra una casa e prese malamente a uno… che Totore andò sopra dove lavorava… adesso ha preso il posto”.
A chiudere il cerchio arrivano le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giovanni Barra, ex affiliato al gruppo Maugeri. Barra conferma il movente: “Vincenzino era il braccio destro di Maugeri ed era ritenuto un boss a Casoria, cosicché non poteva tollerare l’affronto fattogli da Totore ‘o can, che aveva picchiato il fratello”.
Il pentito riconosce De Rosa in foto e spiega che l’agguato era la risposta diretta all’aggressione subita dal fratello Antonio. Barra rivela anche dettagli inquietanti sull’arsenale a disposizione del gruppo, parlando di mitragliette Skorpion e armi da guerra custodite per le azioni di fuoco.
Per il GIP Vinciguerra, il quadro indiziario è granitico: Vincenzo De Rosa ha agito con animus necandi, sparando per uccidere e per affermare il dominio del suo gruppo criminale sulle strade di Casoria.