

Giudici di Pace sospesi a Santa Maria Capua Vetere
Quando la frase arriva alle orecchie degli investigatori, è accompagnata da una risata. Una risata leggera, quasi complice. «I soldi fanno venire la vista ai ciechi». È il dicembre del 2024 e quella battuta, captata in una conversazione intercettata, diventa la chiave di lettura di un’inchiesta che squarcia il velo su anni di giustizia piegata, secondo la Procura di Roma, a un sistema di favori, regali e mazzette.
Per gli inquirenti, non si tratta di episodi isolati ma di un meccanismo stabile, rodato nel tempo, capace di trasformare il Giudice di Pace di Santa Maria Capua Vetere in una sorta di bancomat giudiziario per risarcimenti assicurativi, molti dei quali legati a sinistri mai avvenuti.
Il 19 novembre 2024 l’avvocato Giuseppe Luongo entra in casa del giudice di pace Bruno Dursio, a Napoli. Le telecamere sono accese. Le microspie pure.
«Sono venuto per togliermi questo pensiero», dice Luongo. In mano ha una busta con 5.000 euro.
Dentro ci sono 80-85 banconote da 50 e 100 euro, avvolte in fogli A4, sigillate. Insieme ai soldi, le fotocopie dei fascicoli delle cause in trattazione. Il fruscio delle banconote viene registrato nitidamente. Dursio apre la busta, conta, poi infila tutto in tasca. Con il denaro finiscono anche i frontespizi dei procedimenti.
Per gli investigatori, è uno dei fotogrammi più chiari di un patto non scritto: soldi in cambio di sentenze.
Poco più di un mese dopo, il 18 dicembre, il tono delle conversazioni cambia. È tempo di bilanci e di regali.
Luongo racconta di aver consegnato a Dursio un vero e proprio «camion di roba»: «Cesto, bottiglia, tre struffoli, due cornucopie da settanta euro l’una: cinquecentocinquanta euro».
Il giudice prova a schermirsi: «Ma non state esagerando un po’?».
La risposta è immediata: «Non vi preoccupate».
Poi arriva la frase che per il gip sintetizza l’intera indagine: «I soldi fanno venire la vista ai ciechi».
Non è solo una battuta. È, secondo l’accusa, la consapevolezza di un sistema in cui il denaro serve a orientare decisioni, chiudere gli occhi sulle anomalie, trasformare pratiche fragili in sentenze favorevoli.
Dalle carte emerge un elenco che sembra un inventario di lusso: champagne Dom Pérignon con cinquemila euro nascosti nell’astuccio, bracciali e collane Cartier da 3.500 euro, borse Gucci da quattromila euro, Rolex “usati”, viaggi, buoni spesa, dolci e cornucopie di ceramica.
Il denaro, secondo gli atti, viaggiava in ogni modo possibile: consegnato durante le udienze, nascosto nei cofani delle auto, infilato in valigette trolley piene di orologi.
Il prezzo delle sentenze sarebbe stato fisso: una percentuale tra il 10 e il 20 per cento degli indennizzi liquidati, oppure regali di valore equivalente.
Dietro i risarcimenti, però, c’è un dettaglio che attira l’attenzione degli investigatori: i sinistri sono diversi solo sulla carta. Nella realtà, si assomigliano tutti.
Pedoni investiti sulle strisce, ciclisti travolti — talvolta su biciclette tandem — forze dell’ordine che non arrivano mai sul posto, testimoni con nomi identici o quasi a quelli reali. Le dinamiche si ripetono, i referti pure.
Secondo la Procura, nulla è casuale: testimoni addestrati, referti medici pilotati, consulenze tecniche “amiche”. Gli avvocati curano l’intero iter, mantenendo i contatti con medici, consulenti e referenti delle compagnie assicurative.
Al centro della rete c’è Giuseppe Luongo, oggi ai domiciliari. Per almeno dieci anni, sostengono gli inquirenti, le sue cause davanti al Giudice di Pace di Santa Maria Capua Vetere sarebbero finite quasi sempre nello stesso modo: con una sentenza favorevole.
Il suo rapporto con il giudice Rodosindo Martone è definito “storico” e consolidato anche attraverso operazioni apparentemente lecite, come la vendita di una Bmw e di una Smart a prezzi ritenuti però fuori mercato.
Per il gip, è uno dei tasselli che rafforza l’ipotesi del patto corruttivo.
L’inchiesta non si ferma ai corridoi del Giudice di Pace. Un altro capitolo porta dentro un concorso universitario. Secondo l’accusa, Martone e la compagna Elvira Merola avrebbero ottenuto dai medici Giuseppe e Michele D’Amico la consegna anticipata degli argomenti di una prova per l’accesso alla scuola di specializzazione in Farmacologia.
La contropartita? Il conferimento sistematico di incarichi come consulente tecnico d’ufficio.
Dopo le perquisizioni dello scorso maggio, il gip di Roma Angela Gerardi dispone una serie di misure cautelari: sospensione dall’ufficio per tre giudici di pace, stop alla professione per tre avvocati, domiciliari per Luongo.
Dopo le perquisizioni eseguite lo scorso maggio, il gip del Tribunale di Roma Angela Gerardi ha emesso una serie di misure cautelari, notificate nelle ultime ore.
Sono stati sospesi per un anno dall’esercizio delle funzioni pubbliche i giudici di pace:
Rodosindo Martone
Bruno Dursio
Maria Gaetana Fulgeri
Per lo stesso periodo è stato disposto il divieto di esercitare la professione forense nei confronti degli avvocati:
Michele Zagaria
Vincenzo Castaldo
Michele Chirico
Agli arresti domiciliari è finito l’avvocato Giuseppe Luongo, ritenuto dagli inquirenti il principale organizzatore del sistema.
Restano indagati, con contestuale sequestro per equivalente, anche:
Elvira Merola, compagna del giudice Martone
Giuseppe D’Amico, medico
Michele D’Amico, docente universitario di Farmacologia alla Vanvitelli e presidente di commissione concorsuale
Scatta anche un sequestro preventivo per oltre 300mila euro, ritenuti il profitto delle sentenze pilotate.
Tutti gli indagati respingono le accuse. Ma per la Procura, intercettazioni e flussi di denaro raccontano un’altra storia: quella di una giustizia che avrebbe chiuso gli occhi per anni. Finché qualcuno, con una risata, non ha spiegato perché: perché i soldi, a volte, fanno tornare la vista anche ai ciechi.