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LE CONFESSIONI

Scampia, il pentito Roselli: «Ecco come funziona la piazza di spaccio della 33»

Nell’ordinanza che ha portato al blitz di ieri contro la rete legata alla “33”, pesa il racconto di Salvatore Roselli detto “Frizione”: i magistrati della Dda ricostruiscono ruoli, gerarchie e regole interne del sistema di spaccio, tra passaggi di consegne, contabilità parallela e un confine sottile tra alleanze e frizioni nei rioni.
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Scampia, il “mercato” sotto la 33 raccontato dal pentito: kobrett e cocaina, summit e “mesate” al clan.

Dentro l’inchiesta che ha portato agli arresti di ieri, la narrazione del pentito Salvatore Roselli diventa una mappa: delimita la piazza sotto la “33”, individua chi decide e chi esegue, descrive i canali di rifornimento e le rendite periodiche che tengono insieme l’organizzazione.

E fa intravedere un dato che, sul piano investigativo, pesa quanto la droga: la stabilità del modello. Non una piazza improvvisata, ma un sistema che cambia gestori senza cambiare regole.

Ma il valore aggiunto qui è la capacità di dare nomi, ruoli, quantità, prezzi sociali della pace (“mesate”), e soprattutto il lessico interno: “piazza a pezzi”, “quota”, “cacciare” soldi, “responsabile di Scampia”.

Nell’ordinanza che ha portato al blitz di ieri contro la rete legata alla “33”, pesa quindi il racconto di Salvatore Roselli detto “Frizione”: i magistrati della Dda grazie al suo dettagliato racconto ricostruiscono ruoli, gerarchie e regole interne del sistema di spaccio, tra passaggi di consegne, contabilità parallela e un confine sottile tra alleanze e frizioni nei rioni.

Il blitz di ieri e la traccia dei verbali

Il colpo assestato ieri alla filiera criminale legata alla “33” di Scampia trova una delle sue colonne portanti nelle dichiarazioni di Salvatore Roselli, detto “Frizione”, uomo che per anni non sarebbe stato un semplice ingranaggio ma un punto di contatto tra livelli diversi del potere sul territorio

. Le pagine dell’ordinanza cautelare mettono in fila verbali, riscontri e precedenti giudiziari, ma soprattutto restituiscono un racconto “dall’interno” di come una piazza di spaccio si organizza, si divide, si difende e soprattutto produce denaro.

Roselli parla ai magistrati della Dda a partire da uno dei primi verbali, datato 2 marzo 2023, e colloca le sue conoscenze in un arco temporale preciso: il rientro stabile a Scampia, i periodi a Mugnano, la ripresa di rapporti e funzioni operative. “Di giorno presidiavo Scampia”, dice, descrivendo una quotidianità fatta di presenza fisica e controllo, anche quando la notte dormiva altrove.

“Sette Palazzi” come avamposto e il ruolo da “ministro degli Esteri”

La prima fotografia che emerge è quella di un territorio frammentato in rioni e sottogruppi, ma tenuto insieme da una regia superiore. Roselli ricostruisce la sua posizione come referente degli Amato-Pagano su Scampia, ruolo che attribuisce a una decisione di Marco Liguori.

Nel suo racconto, l’area dei “Sette Palazzi” non è una semplice zona di residenza: è una piattaforma operativa. “I Sette Palazzi… era l’avamposto degli Amato-Pagano su Scampia”, mette a verbale.

Da quel punto, Roselli descrive una funzione quasi diplomatica: chiunque avesse necessità di parlare con i vertici o inviare “imbasciate” – cita gruppi e famiglie note dell’area, dai Licciardi ai Di Lauro, passando per i canali locali – doveva transitare da lui. “Venivano da me, ed io organizzavo i loro incontri con Marco Liguori”.

Non è solo un’immagine narrativa: l’ordinanza ricorda che un procedimento già definito (con sentenza GIP 20 luglio 2022 e conferma in appello nel gennaio 2024, con riduzione pena per attenuanti) ha inquadrato Roselli come referente di Liguori “nei rapporti con gli altri gruppi criminali”, una figura che i giudici arrivano a sintetizzare come una sorta di “Ministro degli Esteri” del clan, con competenze anche sul settore stupefacenti.

La successione interna: quando “Frizione” arretra e avanza “Saviuccio”

Nel mosaico dell’ordinanza, la figura di Roselli si incastra con altre dichiarazioni convergenti. Viene richiamato, ad esempio, un verbale del 9 dicembre 2021 di Luigi Rignante, reso quando Roselli non collaborava ancora, che lo definisce “capo del gruppo dei Sette Palazzi” e “luogotenente degli Amato-Pagano a Scampia”. Il concetto è ripetuto con una crudezza tipica dei contesti criminali: se dovevi parlare con la famiglia, dovevi rivolgerti a lui.

Ma il racconto diventa interessante quando affronta i passaggi di potere. Dopo l’arresto di Roselli, e già in una fase precedente in cui si sentiva “braccato” dalle forze dell’ordine, il suo ruolo sarebbe scivolato verso Salvatore Mele, detto “Saviuccio”. Roselli stesso ammette un periodo di sostituzione interna: “Per un periodo… fu fatto responsabile di Scampia al posto mio… ma poi dopo io ripresi il mio ruolo, perché MELE fece qualche casino”.

È un dettaglio che restituisce una dinamica spesso invisibile dall’esterno: non una struttura immobile, ma un’organizzazione che riassegna incarichi per necessità, opportunità o tensioni.

La piazza sotto la 33: divisione del “mercato” e specializzazioni

Il cuore dell’ordinanza, per la parte che qui interessa, è la descrizione della piazza sotto la “33” come un mercato segmentato, con “proprietà” criminale e linee di produzione e vendita. Roselli la descrive in termini netti: “Hanno la piazza di cocaina e kobrett sotto la ‘33’. Il proprietario della piazza, oggi, è Saviuccio”. E aggiunge un elemento chiave per capire l’organizzazione: la piazza non è una sola cosa, ma un insieme di pezzi e quote.

Secondo Roselli, la “33” sarebbe ripartita tra gruppi e referenti: “La predetta piazza della ‘33’ è divisa tra Savio MELE e gli ABBINANTE”. La divisione non è astratta: Mele avrebbe “le piazze di kobrett e cocaina”, mentre agli Abbinante sarebbero attribuite “eroina, crack, hashish ed erba”. È una specializzazione merceologica, quasi una ripartizione di reparti, che minimizza conflitti e massimizza profitti, purché tutti riconoscano gerarchie e confini.

I “passaggi di mano” e lo scambio di piazze: l’economia delle concessioni

Tra le pagine più rivelatrici c’è il racconto del baratto di piazze, come se si trattasse di licenze. Roselli afferma che in passato anche lui “aveva la piazza lì, di eroina”, e ricostruisce uno scambio con Antonio Abbinante dopo la sua scarcerazione: “Gli ho ceduto la piazza di eroina che io avevo nella ‘33’… e in cambio mi ha dato… la piazza di eroina ‘sotto ’o furno’ del Baku”. Poi quella piazza sarebbe stata ceduta ulteriormente “ai Raia e ad Armando Ciccarelli”.

Questo passaggio, letto in controluce, descrive una gestione aziendale del territorio: la piazza come asset, il “cambio” come transazione, la continuità come garanzia. Non conta solo chi vende, ma chi può autorizzare, spostare, cedere. E soprattutto: chi incassa.

La “piazza a pezzi” e i numeri della vendita: “7-800 pezzi al giorno”

Nel verbale del 5 luglio 2023, quando gli viene mostrato un album fotografico predisposto dalla Squadra Mobile, Roselli torna su Mele e sulla sua piazza. La definisce “piazza ‘a pezzi’”, chiarendo il senso: “la classica piazza in cui si vendono su strada singole dosi agli acquirenti”. È la traduzione di un modello di street dealing ad alta rotazione, che vive di continuità e di turni, più che di singole consegne.

E poi ci sono i numeri, quelli che spiegano perché quella piazza diventa strategica: “La piazza di kobrett è molto forte, la più forte di Scampia, faceva 7-800 pezzi al giorno”. In un’unica frase, Roselli lega forza militare e forza commerciale: il potere non è solo intimidazione, è capacità di vendere in modo costante e massivo.

Le forniture:3–5 kg al mese e i canali di approvvigionamento

Roselli attribuisce a Mele un canale stabile per la cocaina: “La cocaina la prendeva dagli Amato-Pagano, tra i 3 ed i 5 kg. al mese”, indicando anche un referente per “i rapporti” sulla droga: Fortunato Murolo. Sul kobrett, invece, descrive una filiera diversa, con un ruolo importante di Gaetano Sacco e dei figli “per la maggior parte” delle forniture, almeno tra il 2018 e il 2020, oltre a “altri che non conosco”.

È un elemento tipico dei sistemi criminali maturi: non un unico fornitore, ma più linee di rifornimento, così da reggere arresti, debiti, sequestri e instabilità. L’ordinanza usa questi elementi come base per ricostruire la catena logistica, distinguendo chi gestisce la piazza da chi alimenta i magazzini.

Le regole interne: “mesate”, carcerati e quote di mantenimento

Accanto alla droga c’è la contabilità, e Roselli la racconta con la naturalezza di chi dice come funziona una tassa. Mele, dice, manteneva “come socio” Massimo Cafasso detto “Maglietella”, e “manteneva i suoi carcerati (della piazza)”. C’è poi un punto che emerge come regola di convivenza dentro l’organizzazione: “Come clan… facevamo ‘cacciare’ al MELE 1500 o forse 2.000 euro al mese da destinare ad Antonio ABBINANTE”.

Il concetto è centrale: il diritto a lavorare una piazza non è gratuito. Se non versi una quota, o se non contribuisci al mantenimento dei detenuti e dei loro familiari, salta il patto. Roselli precisa che Mele “non contribuiva in altro modo al clan” se non con quella mesata, e che “non prendeva una mesata dal clan”, ma gli veniva consentito di mantenere la piazza “in quanto vecchio affiliato”. È una fotografia di equilibrio: autonomia operativa in cambio di fedeltà economica e riconoscimento gerarchico.

Uomini della piazza: “lavorava per” e la catena dei compiti

Nel verbale del 27 giugno 2023, quando gli viene sottoposta la fotografia di Fabio Cartigiano, Roselli amplia il quadro con un dettaglio spesso decisivo nelle indagini: la manovalanza e la distinzione tra chi comanda e chi esegue. Cartigiano, dice, è “un ragazzo della 33” che “lavora per Savio MELE”, con una piazza di hashish “a telefonino” e un ruolo nella gestione della piazza di kobrett sotto la 33.

La differenza tra le due attività è raccontata con precisione: “Sull’hashish, la piazza è sua, ma dà una quota a Savio MELE; invece per il kobrett, lavora alle dipendenze del MELE, e prende la mesata”. Qui c’è tutta la grammatica del controllo: alcune linee di spaccio possono essere “in proprio” ma tassate, altre sono gestite direttamente dal livello superiore con stipendi e turnazione.

Roselli sottolinea anche il suo posizionamento: “Io avevo a che fare con i responsabili… e poco con i ragazzi della piazza”. È una frase che, letta insieme al resto, indica una struttura piramidale dove i vertici interagiscono tra loro, mentre la base resta sostituibile.

Attriti e composizioni: la Vanella Grassi e il prezzo della pace

Nel racconto compaiono anche le tensioni con altri gruppi della zona. Roselli ricorda che quando “Nicola della 33” (che identifica come Capasso) gestiva la piazza insieme ad Alessandro Rignante, “la Vanella Grassi pretendeva una quota sulla piazza”, collegata a Giuseppe Gervasio, che “durante la terza faida si era messo con la Vanella”.

La mediazione, nel racconto, passa per un contatto diretto: “Io andai a parlare con Bombolone (Vincenzo Grimaldi)”. L’esito è indicativo delle logiche di compromesso: nessuna quota strutturale riconosciuta alla Vanella, ma “solo una mesata di 1.000 al mese” destinata a Giuseppe Gervasio, almeno fino al ritorno di Mele, quando “questi rapporti furono regolati all’interno della loro famiglia”. In altre parole: si compra la tregua con un pagamento periodico, finché un nuovo equilibrio di forza non rende superfluo l’accordo.

Il caso Rignante: il “buco” da 700–800 mila euro e l’epurazione

Tra i passaggi più pesanti, Roselli inserisce un elemento da contabilità criminale che spesso precede rotture e vendette: Alessandro Rignante sarebbe stato “cacciato da MELE” e la ragione, secondo il racconto, è un ammanco enorme. “Perché ritenuto responsabile di un ammanco di 700/800 mila euro”.

Roselli aggiunge un dettaglio che vale come indicatore del suo peso specifico: “nonostante un mio tentativo di intercessione”. Se un intervento di “Frizione” non basta, significa che il livello di frizione interna è già diventato irreparabile oppure che Mele, in quel momento, ha abbastanza potere da imporre la sua scelta.

 

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Fonte REDAZIONE
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