Una sala gremita e un pubblico attento e partecipe, all’Auditorium Sant’Alfonso Maria de’ Liguori di Pagani, hanno caratterizzato la serata domenicale del Pagani Teatro Festival, giunto quest’anno alla sua sesta edizione con un programma di opere e compagnie che ne consolidano il prestigio nel panorama teatrale campano.
Nato da un’idea di Alfonso Giannattasio, da anni vero e proprio animatore culturale della città, il festival punta a coinvolgere in modo sempre più vivo i giovani e le famiglie, rendendo il teatro accessibile, inclusivo e capace di diventare occasione di divertimento, crescita e condivisione culturale.
In quest’ottica si inserisce la scelta di annoverare tra gli ospiti la Compagnia Imprevisti e Probabilità, diretta dal regista e attore Raffaele Furno, con lo spettacolo Neapopuli. Errando nell’invisibile, protagonista del quinto appuntamento della rassegna.
Reduce dal successo ottenuto in loco lo scorso anno, quando si aggiudicò la quinta edizione del Festival, la Compagnia Imprevisti e Probabilità ha accompagnato il pubblico, nel corso della serata, in un intenso viaggio teatrale nell’invisibile.
Attraverso ironia, profonda riflessione e un geniale intreccio narrativo, due mondi apparentemente distanti – quello della fiaba partenopea di Giambattista Basile e quello metaforico e immaginario de Le città invisibili di Calvino – si sono interfacciati in un affascinante dialogo, capace di tradurre realtà e visione con uno sguardo appassionato e profondamente umano.
Questo dialogo, nato dal genio creativo di Raffaele Furno, affonda le sue radici in un percorso artistico e intellettuale che unisce background accademico e sensibilità teatrale. Formatasi tra Napoli e Chicago, dove ha conseguito un dottorato in Performance Studies, Furno si conferma, nei suoi spettacoli pluripremiati in Italia e rappresentati con rilevante successo anche negli Stati Uniti, in Europa, in Africa e in Asia, una delle voci più originali del nostro panorama teatrale .
Coniugando ricerca e sensibilità visiva, il suo lavoro affonda le radici nella tradizione teatrale partenopea, rielaborata in chiave attuale.
Accanto al regista e attore Raffaele Furno si sono avvicendati sul palco i componenti della Compagnia Imprevisti e Probabilità – formatasi a Formia nel 1998 –: Soledad Agresti, premiata alla Biennale Internazionale di Drammaturgia Femminile con il riconoscimento La Scrittura della Differenza per il testo La Gamba di Sarah Bernhardt, insieme a Janos Agresti, Isabella Sandrini, Annamaria Aceto, Eva Albini, Anna Andreozzi, Maria Teresa Crisci, Valentina Fantasia e Giuseppe Pensiero.
Alla domanda sulla genesi dello spettacolo, Furno ha rievocato per noi gli anni trascorsi negli Stati Uniti, un periodo in cui la distanza da Napoli e la rilettura di Calvino generarono quello che lui stesso definisce un vero e proprio cortocircuito mentale.
Così racconta la nascita del progetto: «L’ispirazione per questo dialogo tra Basile e Calvino è nata quasi per caso. In quegli anni vivevo negli Stati Uniti, dove insegnavo storia del teatro italiano e spesso utilizzavo La Gatta Cenerentola come esempio di teatro popolare. Allo stesso tempo stavo preparando un corso di letteratura italiana e desideravo introdurre Calvino come riferimento.
Rileggendo Le città invisibili, alcune descrizioni mi evocavano l’immagine di Napoli. Da italiano all’estero provavo una forte nostalgia, e la mia napoletanità riaffiorava con intensità. Da questo cortocircuito mentale ho iniziato a vedere in Calvino degli echi di Napoli e a immaginare la struttura del dialogo tra le due opere.»
Lo spettatore ha dunque assistito a un sorprendente avvicendamento tra la ruvida narrazione de li cunti, con la sua lingua densa e metaforica, e quella intellettuale ed erudita di Calvino – interpretata da un elegante, quasi etereo Marco Polo – le cui Città invisibili diventano specchio dei tanti significati di Napoli. Ne è scaturita una sofisticata e originale contaminazione tra il terreno e il sublime, capace di innescare nel pubblico un autentico viaggio interiore.
L’autore ci ha offerto un suo approfondimento a riguardo: «Napoli, come tutte le città molto antiche e segnate da dominazioni di ogni tipo, ha costruito la propria identità attraverso innumerevoli stratificazioni. È una città estremamente complessa, impossibile da comprendere e abbracciare tutta insieme.
Quando si leggono Le città invisibili, il narratore – Marco Polo – racconta di aver incontrato lungo il suo cammino una moltitudine di città fantastiche. Solo alla fine del libro rivela che, in realtà, ha sempre parlato di un’unica città, declinandola in forme diverse.
Questo gioco l’ho trasferito nella Napoli di Basile: ho cercato ogni volta il punto di contatto tra un aspetto della città invisibile di Calvino e l’aspetto della Napoli che desideravo raccontare in quel momento. Ho cercato sempre, dunque, l’elemento della città invisibile che potesse rispecchiare un elemento della Napoli di Basile.»
Furno ha poi proseguito sviscerando un altro importante elemento dello spettacolo: il rapporto tra luci e ombre della città di Napoli, un dualismo che resiste nel tempo proprio come le sue eterne contraddizioni.
«Sicuramente Napoli si è evoluta è diventata altro ma allo stesso tempo oggi ci sono tanti aspetti di una Napoli che è storia, che è tradizione, che è anche fatiscenza, in realtà uno degli elementi importanti dello spettacolo e quindi anche di questo continuo rimbalzarsi fra Calvino e Napoli è l’idea proprio che la città di Napoli sia al tempo stesso splendore e miseria totale, sia ricchezza, sfarzo anche ricchezza in senso culturale, di densità culturale ma allo stesso tempo sia fame atavica, mancanza di lavoro, mancanza di prospettive, mancanza di futuro e quindi i suoi cittadini devono arrangiarsi.
Napoli è sicuramente una città che si è liberata da alcuni stereotipi, oggi è diventata una meta turistica voluta da molti, ma allo stesso tempo le sacche di povertà, le sacche di ignoranza, le sacche di mancanza, di prospettive esistono ancora in una città come quella, quindi questo credo che sia proprio l’elemento che crea questa continuità tra passato e presente, cioè questa ulteriore stratificazione di massima bellezza, perché Napoli davvero può essere una città che lascia senza fiato e di massima povertà.»
Lo spettacolo ha saputo anche regalare momenti di meraviglia e una divertita connessione con il pubblico quando le attrici, scese in platea, hanno distribuito taralli, riproponendo un gesto tipico della strada. Un espediente scenico, ha spiegato l’autore, ma anche un modo per ricordare che la narrazione appartiene a tutti, che il pubblico è parte viva di quella cultura popolare che lo spettacolo porta in scena.
Un segno di “popolanità”, un gesto che, giocando con i registri linguistici, si rinnova ogni sera grazie all’improvvisazione delle interpreti e alla risposta del pubblico. Una dinamica che funziona anche nei teatri lontani da Napoli, dove lo spettacolo continua a suscitare lo stesso livello di divertimento e partecipazione.
Dopo aver esplorato Napoli, con le sue luci e le sue ombre, e attraversato le stratificazioni che il tempo e le dominazioni le hanno imposto, connotandola di irremovibili contraddizioni, questo spettacolo – che unisce novità e tradizione, originalità e classicità capaci di attrarre e coinvolgere il pubblico – ci ha condotti naturalmente a un’ultima fondamentale domanda da rivolgere a Raffaele Furno, che ringraziamo per la disponibilità e la puntualità delle sue riflessioni: che tipo di esperienza emotiva desidera far vivere allo spettatore attraverso questo incrocio di mondi?
A questa domanda, Furno ha risposto così: «Spero che questo spettacolo evochi nostalgia e il senso della bellezza: la bellezza di una cultura che va accettata per com’è, senza rinunciare a cambiare ciò che non funziona, ma riconoscendo che siamo figli di una molteplicità di influenze – della Grecia, della Francia, della Spagna – e che questa complessità non è mai facilmente gestibile. E desidero suscitare tanto amore per il teatro, perché il piacere della narrazione è ciò che spinge noi artisti a raccontare storie.
Siamo il frutto di una narrazione millenaria, stratificata e complessa, e in questa complessità risiede il piacere di continuare a raccontare. Basile e Calvino hanno potuto incontrarsi perché la letteratura si parla: al fondo, racconta sentimenti atavici come l’amore, la paura, la morte, la religiosità, la spiritualità, la ricerca di un senso. Ed è proprio questa ricerca – nel viaggio fantastico di Calvino e nel fantastico della fiaba di Basile – a mettere in contatto i due mondi.»
Fonte REDAZIONE





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