Napoli– Non c’è pace per il “salotto buono” della città. Un nuovo tsunami giudiziario si abbatte sugli eredi del clan Cimmino, la cosca che per decenni ha tenuto sotto scacco i quartieri collinari del Vomero e dell’Arenella.
Dopo la maxi-retata del 2021 che aveva decapitato i vertici dell’organizzazione, la Direzione Distrettuale Antimafia ha chiuso il cerchio su un nuovo filone d’inchiesta, portando ieri mattina davanti al Gup Rossetti otto imputati, accusati a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione e ricettazione.
L’inchiesta, uno stralcio di quella madre che quattro anni fa aveva smantellato il gruppo criminale legato all’Alleanza di Secondigliano, ha visto ieri le prime schermaglie procedurali e la divisione delle strade processuali.
Hanno scelto di affrontare il dibattimento pubblico, rischiando pene piene, Salvatore Arena (difeso dagli avvocati Giuseppe Milazzo e Immacolata Romano), il presunto reggente Andrea Basile e Alessandro Desio (assistito dai legali Antonio Abet e Andrea Lucchetta).
La strada del patteggiamento è stata invece percorsa da Riccardo Alfano, figlio del ras Giovanni, che ha concordato la pena. Tutti gli altri imputati – tra cui Maria Emanuela Cimmino, Vincenzo Desio, Andrea Mangione e Carlo Federico – hanno optato per il rito abbreviato, che garantisce lo sconto di un terzo della pena in caso di condanna. Il collegio difensivo vede impegnati anche gli avvocati Claudio Davino e Rosario Marsico.
Le basi operative e la gerarchia
Secondo la ricostruzione della Procura, nonostante gli arresti e la recente scomparsa del boss pentito Luigi Cimmino, il clan non ha mai smesso di operare. Al vertice della riorganizzazione ci sarebbero stati Andrea Basile e Alessandro Desio, menti operative capaci di individuare nuovi business e gestire la cassa comune.
Per il controllo del territorio, fondamentale sarebbe stato il supporto logistico: Carlo Federico avrebbe messo a disposizione l’autonoleggio di via Rossini, mentre Andrea Mangione il suo garage di via Simone Martini. Veri e propri quartieri generali dove si pianificavano le strategie criminali.
La mappa del pizzo. dal Bingo al bistrot
Le carte dell’inchiesta svelano un sistema estorsivo capillare e soffocante. Nel mirino degli esattori del clan sono finite attività storiche e di rilievo del Vomero.
Tra gli episodi contestati spicca l’estorsione al Bingo di via Annella di Massimo: Basile e i fratelli Desio avrebbero costretto il responsabile a versare 15mila euro tra l’aprile e il settembre del 2019.
Non solo contanti, ma anche imposizioni di manodopera. È il caso del Terrazza Merliani Bistrot: Alessandro Desio avrebbe preteso una tangente da 20mila euro, cifra poi “scontata” in cambio dell’assunzione della sorella nel locale.
Anche la grande distribuzione non è stata risparmiata: Alessandro Desio e Salvatore Arena rispondono dell’estorsione ai danni della Decò Globus Supermercati, costretta a versare 9mila euro (sui 10mila inizialmente richiesti).
Le mesate agli eredi
L’inchiesta getta luce anche sul welfare interno del clan. Riccardo Alfano e Maria Emanuela Cimmino (figlia del defunto boss Luigi) rispondono infatti di ricettazione. L’accusa è di aver percepito mensilmente le cosiddette “mesate” da mille euro: denaro che per la Dda è inequivocabilmente frutto delle attività illecite della cosca e del sangue versato per il controllo della collina.
Fonte REDAZIONE






Commenti (1)
L’articolo presenta una situazion complessa e preoccupante, ma mi domando se davvero ci siano possibilità per la giustizia di fermare questa mafia che sembra sempre piu forte. La gente di Napoli merita un futuro senza paura.