Napoli -«Oggi sono una mamma orfana. Abbandonata dallo Stato e dalla giustizia», dice con la voce spezzata ma senza perdere compostezza. «So bene che nessuna sentenza potrà mai restituirmi il mio Emanuele, ma dai giudici mi sarei aspettata altre decisioni. Di certo non l’ennesima assoluzione».
Pochi minuti dopo la lettura del dispositivo, Amalia entra in lacrime nell’aula 314. Non riesce più a restare in silenzio. «La giustizia esce sconfitta», urla davanti a toghe e avvocati. È il punto di rottura di una lunga odissea giudiziaria che non ha mai portato a una condanna definitiva.
«In tutti questi anni ho sempre avuto rispetto per i giudici e per le istituzioni», racconta. «Ma questa volta non ce l’ho fatta. Al presidente vorrei fare una sola domanda: chi ha ucciso mio figlio?».
Tredici anni di processi non sono bastati a dare una risposta. «Me lo chiedo ogni notte e questa cosa mi toglie il sonno», confessa. «Ho scritto anche al ministro della Giustizia Carlo Nordio perché si accendesse un riflettore su questa vicenda. I referti medici parlano chiaro: Emanuele è stato colpito alle spalle, ucciso senza neppure accorgersi di ciò che stava accadendo».
Emanuele stava tornando a casa. Non conosceva il suo aggressore, non aveva avuto litigi, non c’erano precedenti. «Ricordo la sua voce al telefono mentre moriva», dice la madre. «Non ha avuto il tempo di capire nulla».
In un Paese che continua a contare vittime sempre più giovani, spesso armate e spietate, Amalia Iorio sente il dovere di rivolgersi direttamente ai ragazzi. Il suo è un appello che nasce dal dolore:
«Ai giovani vorrei dire di deporre coltelli e pistole. Non fate più soffrire le mamme come me. Noi siamo orfane e anche abbandonate dallo Stato. Vivete la vita a pieno, perché è il dono più prezioso che avete».
Il ricordo del figlio è luminoso, lontano anni luce dalla violenza che lo ha strappato alla vita. «Emanuele era un ragazzo puro, viveva nella luce», racconta. «Studiava al liceo, amava studiare e sognava di iscriversi a Ingegneria, magari in un’altra città. Aveva la testa sulle spalle. Anche quella sera era uscito con serenità. Il lunedì aveva un compito di matematica e pensava solo a quello».
Poi una frase che pesa come una sentenza morale: «Chi lo ha ucciso dovrà guardarsi le mani per tutta la vita. Quelle stesse mani con cui ha tolto la vita a mio figlio».
Oggi Amalia è una donna spezzata, ma non vinta. «Il mio cuore è spaccato», ammette. «Ho però altri tre figli che devo proteggere. Non mi sono incattivita. Amo stare tra i ragazzi perché loro sono la nostra vita».
Resta l’amarezza per una giustizia che, dice, «non è uguale per tutti». Ma anche la gratitudine per chi non l’ha mai lasciata sola. «Non dimenticherò mai i pullman arrivati per i funerali di Emanuele, né la lettera di Papa Francesco che mi invitò a un’udienza privata, scrivendomi quanto lo avesse colpito il suo viso pulito».
Da quel dolore è nata anche una promessa: «Ho fondato un’associazione che porta il nome di Emanuele. Con questo progetto continuerò a far vivere il suo ricordo».
Perché, anche se la giustizia degli uomini ha assolto, una madre continua a chiedere verità. E a pretendere che nessun’altra debba dire: «Mio figlio è stato ucciso e noi siamo stati abbandonati dallo Stato».
Fonte REDAZIONE






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