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Omicidio Colalongo, l’esecuzione annunciata nelle chat: «Ottavio in mezzo» e la sfida ai Filippini

Dai frame delle 19 in via Garibaldi alla Beretta nascosta nella spazzatura: l’ordinanza ricostruisce un delitto “filmato” e una prova cucita sul killer (la cinghia del marsupio spezzata). L’impronta su un telefono accende il nome di Antonio Aloia, mentre le intercettazioni mesi prima raccontano la guerra per San Vitaliano, la risposta “chi è più forte va avanti” e la paura di Colalongo: “mi devo guardare, il nome mio cammina per Afragola”.
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La sera del 17 dicembre 2025 Ottavio Colalongo viene raggiunto e ucciso in via Garibaldi: i video fissano l’arrivo, la corsa, i colpi finali alla testa. Poi l’errore dei sicari: arma e marsupio finiscono in un bidone, un’impronta su un telefono conduce ad Antonio Aloia. Sullo sfondo, mesi di pressioni su San Vitaliano e la sfida ai “Filippini”: “chi è più forte va avanti”. Con il nome di Colalongo che compare mesi prima nelle conversazioni.

Secondo il decreto di fermo nei confronti di 8 persone (gli indagati sono dodici) firmato dal pm Henry John Woodcock della Dda di Napoli, l’esecuzione del 17 dicembre 2025 in via Garibaldi viene ricostruita minuto per minuto grazie ai video. Così l’omicidio Colalongo diventa un caso di scuola investigativo.

​Il video – L’attesa, la Transalp, la fuga e i “colpi di finitura”

L’azione, secondo gli atti, si sviluppa in via Giuseppe Garibaldi a Scisciano su un tratto ristretto e precisamente individuato: dal civico 52 (attesa) al civico 56/A (rinvenimento del corpo), fino al civico 66 (punto in cui viene trovata la moto dei sicari).

Le immagini di un bar documentano l’arrivo della vittima alle 18:59:33 su Honda SH bianco. Alle 19:00:33, sempre secondo i video, arriva la Honda Transalp con due soggetti a bordo e il passeggero scende verso Colalongo.

Gli investigatori acquisiscono le immagini degli impianti installati lungo il perimetro della villetta al civico 58 e quelle del bar  (via Garibaldi 50), e già dalla prima visione – si legge – è possibile osservare modalità esecutive e condotta degli autori.

Dalle immagini del bar si documenta l’arrivo della vittima: Colalongo arriva alle 18:59:33 a bordo di uno scooter Honda SH bianco (targa ET93963), passa davanti al locale, fa inversione e si ferma “in posizione di attesa” presso un segnalatore radar su palo rosso e bianco.

Un minuto dopo, alle 19:00:33, sopraggiunge la Transalp con due persone a bordo: supera lo scooter, si ferma poco più avanti e il passeggero scende dirigendosi verso Colalongo.
​A quel punto – sempre secondo la ricostruzione in atti – Colalongo lascia cadere lo scooter e tenta di fuggire in direzione Nola, mentre viene inseguito e attinto da colpi d’arma da fuoco.

All’altezza della villetta al civico 56, vittima e aggressore cadono; l’assassino si rialza, dopo una breve colluttazione esplode ulteriori colpi “alla testa” e lascia Colalongo a terra esanime.

Gli atti sottolineano che la telecamera del civico 58 riprende a distanza ravvicinata le fasi cruciali e descrivono la chiusura come “vera e propria esecuzione”, perché alcuni colpi vengono sparati alla testa quando la vittima è già a terra, seguiti da ulteriori colpi al corpo prima dell’allontanamento.

Il dettaglio che rafforza la timeline è nei frame allegati: alle 19:00:54 viene fissata la scena killer-vittima; alle 19:00:58 si vede il killer esplodere ulteriori colpi alla testa della vittima riversa al suolo.

Subito dopo, il killer raggiunge il complice che lo attende davanti alla villetta al civico 66; una volta saliti in sella cadono, rialzano la moto ma con ogni probabilità non riparte e i due si allontanano a piedi, lasciandola sul posto.

Il bidone verde – La prova abbandonata e il “dettaglio della cinghia”

Vicino alla Transalp, gli operanti accertano la presenza di un bidone verde della spazzatura e lo ispezionano.

All’interno viene trovata una pistola semiautomatica con cane armato e un marsupio identico a quello visto nei filmati in uso al killer.

La riferibilità del marsupio viene “ancorata” a un particolare: nel video, durante la caduta, si vedrebbe spezzarsi la cinghia di tracolla; il marsupio repertato presenta effettivamente la cinghia spezzata.

La pistola é una Beretta mod. 8000 Cougar (cat. 7918), matricola 023712MC, con un proiettile in camera di scoppio e uno nel serbatoio, e con indicazioni sui fondelli riportate negli atti.

Gli inquirenti evidenziano che i proiettili rinvenuti nell’arma sono dello stesso calibro dei bossoli repertati sul selciato intorno alla vittima.

In banca dati, l’arma risulta denunciata rubata con denuncia del 27 giugno 2025 presentata presso la Stazione CC di Sant’Arpino (CE).
​Nel marsupio si trova un contenuto “operativo”: due SIM con IMSI, tre mazzi di chiavi, una chiave di autovettura Citroën, quattro compresse di sildenafil, una banconota da 20 euro, una da 10 euro e tre telefoni cellulari accesi (due Redmi verdi e un Realme violetto).

La svolta tecnica – L’impronta sul telefono e il nome: Antonio Aloia

Su uno dei telefoni rinvenuti nel marsupio viene eseguita ispezione dattiloscopica e viene esaltata un’impronta papillare.

Il Nucleo Investigativo di Castello di Cisterna investe la 7ª Sezione del R.O.N.I. di Napoli, che redige relazione tecnica.L’esito riportato è l’identità dattiloscopica tra la traccia utile e l’impronta del pollice destro di Antonio Aloia (Napoli, 4 marzo 1978), con corrispondenza di almeno 21 dettagli (minutiae) per forma, posizione e orientamento.

Nel fascicolo emerge anche la pista logistica legata alla chiave Citroën: il portachiavi spinge gli investigatori a sentire il responsabile del noleggio, e viene accertato un dispositivo di localizzazione Leasys.

Gli accertamenti portano a individuare una Citroën C3 targata GT622BL a Casamarciano, in via Santa Maria 30, dove l’auto viene sequestrata.

Il contesto – San Vitaliano, pressioni e la frase che torna: “chi è più forte va avanti”

Secondo l’ordinanza richiamata nel testo, l’area di San Vitaliano viene considerata territorio d’interesse e di frizione tra la compagine riconducibile a Luongo–Covone–Aloia e il gruppo dei “Filippini”, ritenuto egemone sul traffico di stupefacenti.

Le conversazioni intercettate documenterebbero  la volontà di Luongo di continuare a dirigere e presidiare le attività criminali nonostante la detenzione, contrastando gli antagonisti “anche con l’uso di armi”.

Nella sequenza delle intercettazioni (gennaio–aprile 2025) viene descritto il doppio gioco di Guardasole, l’avvio della frizione, le pretese attribuite a Luongo e la risposta dei Filippini: “non si vuole sedere a tavola con nessuno, chi è più forte quello va avanti”.

In questo quadro, un passaggio diventa centrale: nel 29 marzo 2025 una donna chiede se “sta sempre in mezzo il nome… Ottavio”, e Guardasole risponde che “sta in mezzo il nome”, aggiungendo che se scatta “una tarantella” Ottavio dovrebbe andare “da tutti quelli” a fare l’estorsione.

Altro snodo: nel racconto della videochiamata tra Agostino Filippin e Nicola Luongo, Guardasole riferisce che Luongo avrebbe detto di conoscere “Francesco” e avrebbe fatto “il nome di Ottavio”, circostanza ritenuta dagli inquirenti indicativa del fatto che già a marzo 2025 Luongo conoscesse la collocazione di Colalongo nel perimetro Filippini.

Nel prosieguo viene riportato che, dopo il rifiuto di “sedersi a tavola”, l’ambasciata finale che Filippini Agostino avrebbe deciso di inviare è ancora quella formula: “chi è più forte va avanti”.

Epilogo – Settembre 2025: “mi devo guardare, il nome mio cammina per Afragola”

Nel 29 settembre 2025 (progressivo 6134) Colalongo compare in una conversazione ambientale lamentando la riduzione del pagamento settimanale e, soprattutto, dicendo che gli è stato creato “solo un grande problema con Afragola” perché “il nome mio cammina per Afragola”.

Alla domanda diretta “O Luongo?”, Colalongo racconta di essere stato avvicinato e aggiunge: “mi devo guardare”, mostrando – secondo la lettura degli atti – consapevolezza del rischio che stava correndo.

Chiude dicendo di essere “in mezzo a tutti” e “in bocca a tutti quanti”, frase che l’ordinanza valorizza come segnale di una pressione crescente prima dell’agguato del 17 dicembre.

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