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Il racket del clan Rea-Veneruso: ordini dal carcere e pizzo agli imprenditori

Napoli - Tra paura, silenzi e ammissioni parziali delle vittime, i carabinieri del Gruppo di Torre Annunziata hanno dato esecuzione a una nuova ordinanza cautelare nei confronti di esponenti del clan Rea-Veneruso, sodalizio criminale operante da anni tra Casalnuovo e Volla.
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Napoli – Tra paura, silenzi e ammissioni parziali delle vittime, i carabinieri del Gruppo di Torre Annunziata hanno dato esecuzione a una nuova ordinanza cautelare nei confronti di esponenti del clan Rea-Veneruso, sodalizio criminale operante da anni tra Casalnuovo e Volla.

Sei le misure eseguite nei confronti di soggetti già noti alle forze dell’ordine, oggi gravemente indiziati, a vario titolo, del reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Quattro degli indagati si trovavano già detenuti al momento dell’esecuzione del provvedimento.

Al vertice dell’organizzazione, secondo l’impianto accusatorio, resta Francesco Rea, alias ’o pagliesco, ritenuto il capo promotore del clan e considerato dagli investigatori il vero dominus del malaffare nella zona da quasi trent’anni, capace di impartire ordini anche dal carcere.

Il contesto criminale

L’attività investigativa, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli e condotta dai carabinieri del Nucleo Investigativo, si inserisce nel filone già avviato dopo l’omicidio di Pasquale Manna, alias Pasqualino, ucciso il 2 marzo 2023 da una coppia di sicari tra Volla e Casalnuovo.

Proprio seguendo la scia di quell’agguato, che aveva già portato all’arresto di Rea e di altri presunti gregari, gli investigatori hanno documentato una serie di episodi estorsivi consumati ai danni di imprenditori locali, in particolare nel settore edilizio e della distribuzione di bevande.

Il pizzo agli imprenditori

Secondo quanto emerso, le vittime sarebbero state costrette a versare somme di denaro per poter continuare a lavorare “senza problemi”. In almeno un caso, un imprenditore edile avrebbe consegnato mille euro agli emissari del clan. Non solo: lo stesso costruttore sarebbe stato destinatario di una richiesta ben più onerosa, una tangente da 20mila euro, presentata come “quota proporzionale ai guadagni”.

Pretese analoghe sarebbero state avanzate anche nei confronti di un imprenditore della distribuzione di bibite e alcolici, segno di un controllo capillare del territorio e delle attività economiche.

Fondamentali, per la ricostruzione dei fatti, le intercettazioni telefoniche e ambientali, che hanno consentito di fotografare pressioni, lamentele e vere e proprie minacce.
Le intercettazioni e l’omertà

Emblematico uno sfogo captato il 25 luglio: l’imprenditore edile, esasperato dal pressing di Felice Romano – su input di Fabio Luino – prova a ribellarsi, parlando di “regalo per quieto vivere” e contestando l’obbligo di pagare somme non dovute.

Pochi giorni dopo, convocato in caserma, l’uomo ammette di aver pagato il pizzo. Una scelta che scatena la reazione del figlio, intercettato mentre rimprovera duramente il padre nella sala d’attesa dei carabinieri: un dialogo che restituisce in modo plastico il clima di omertà e paura ancora diffuso. “La bocca la devi tenere chiusa”, è il monito che sintetizza una cultura del silenzio difficile da scalfire.

Il nodo dell’omicidio Manna

Sul fondo dell’inchiesta resta l’ombra dell’omicidio di Pasquale Manna. A fornire nuovi elementi è stato il collaboratore di giustizia Giovanni Braccia, ex esponente del clan De Micco di Ponticelli.

Secondo il suo racconto, messo a verbale il 6 febbraio scorso, Rea – appena tornato in libertà – avrebbe preteso il pagamento delle somme estorsive non solo dagli imprenditori, ma anche da esponenti interni al clan. Manna, però, si sarebbe rifiutato di pagare, e proprio questo diniego gli sarebbe costato la vita.

Nelle prossime ore i sei indagati compariranno davanti al gip Donatella Bove per l’interrogatorio di garanzia. Resta ferma, per tutti, la presunzione di innocenza fino a eventuale condanna definitiva.

Le indagini, tuttavia, non si fermano. Gli inquirenti non escludono ulteriori sviluppi e nuovi scenari investigativi, mentre emerge con forza un dato: ancora oggi molte vittime di estorsione preferiscono pagare e negare l’evidenza, raccontando che quell’obolo è solo “carità”.

I sei indagati

Francesco Rea, alias ’o pagliesco, ritenuto capo promotore del clan Rea-Veneruso
Fabio Luino, cognato di Rea
Antonio Laurato, figlio dell’ex compagna di Rea, indicato come proconsole del boss
Domenico Raccioppoli
Felice Romano, alias ’o barbier
Antonio De Luca, alias ’o chiattone, suocero di Fabio Luino

(nella foto da sinistra il boss Francesco Rea,  Fabio Luino, Felice Romano, Antonio Laurato, Domenico Raccioppoli e Antonio De Luca)

Modifiche e revisioni di questo articolo

  • Articolo modificato il giorno 23/01/2026 ore 07:01 - Correzione refuso titolo
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