IL RACCONTO DEI PENTITI

Il delitto annunciato di Pasquale Tortora: la vendetta degli Avventurato, i killer in affitto

Dalle riunioni segrete nelle case di Afragola ai sopralluoghi ad Acerra, fino all’agguato del 20 maggio 2020: le parole dei pentiti ricostruiscono passo dopo passo l’omicidio di Pasquale Tortora, indicato come il cervello dell’assassinio di Giuseppe Avventurato. Un delitto maturato in sei mesi di attesa, pianificato nei dettagli e consumato sotto casa della vittima.

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Il tempo della vendetta: sei mesi di attesa, una vendetta che non poteva fallire. Per la famiglia Avventurato, l’omicidio di Pasquale Tortora non è mai stato una reazione impulsiva. È stato, piuttosto, un delitto covato a lungo, cresciuto nell’ossessione e nella convinzione di dover riequilibrare il sangue versato con altro sangue.

Secondo i collaboratori di giustizia, per almeno sei mesi Bruno e Giancarlo Avventurato hanno cercato chiudere il cerchio attorno a colui che ritenevano il vero regista dell’omicidio di Giuseppe Avventurato. Un cerchio che si stringe lentamente, senza clamore, perché – come emerge dai verbali – la vendetta non doveva riportare direttamente il marchio della famiglia.

I verbali dei pentiti che fanno luce sul cruento delitto sono contenuti nelle oltre 500 pagine del fermo chiesto ed ottenuto dal pm Henry John Woodcock della Dda di Napoli nei confronti di 8 persone del clan Lungo-Aloia-Covone per l’omicidio di Ottavio Colalongo avvenuto a Scisciano nel dicembre dello scorso anno.

La vendetta che matura nel tempo

L’omicidio di Pasquale Tortora non nasce in strada e non esplode sull’onda dell’emotività.
Secondo quanto raccontato ai magistrati da Cosimo Nicolì e dallo stesso Giancarlo Avventurato, collaboratori di giustizia, quel delitto matura lentamente, nell’arco di almeno sei mesi, all’interno del gruppo camorristico guidato dalla famiglia Avventurato.

Dopo l’uccisione di Giuseppe Avventurato, la reazione non è immediata. Bruno e Giancarlo Avventurato incassano il colpo, osservano, raccolgono informazioni. La convinzione che si consolida, però, è netta: Pasquale Tortora viene indicato come l’organizzatore dell’omicidio del fratello, l’uomo che avrebbe agito dietro le quinte, senza esporsi direttamente.

È Giancarlo Avventurato a dirlo senza esitazioni ai pm: «Bruno aveva capito che ad ammazzare Giuseppe erano stati Pasquale Tortora e il cognato Salvatore Cannavacciulo. Da quel momento aveva deciso che Tortora doveva morire».

Ma la vendetta, spiegano entrambi i collaboratori, doveva essere consumata senza che la famiglia Avventurato comparisse in prima persona. Tortora, infatti, viene descritto come legato da rapporti indiretti di parentela agli Avventurato: un dettaglio che rende l’operazione ancora più delicata.

Le riunioni segrete e il veto sugli “acerrani”

Le prime riunioni operative si tengono tra Afragola e Acerra. A raccontarle è soprattutto Cosimo Nicolì, che diventa uno snodo fondamentale nella vicenda.

Nel verbale del 28 giugno 2022 Nicolì ricorda l’arrivo, a casa sua, dei fratelli Bruno e Giancarlo Avventurato, accompagnati da Andrea Aloia e da Gennaro detto ’o biondo. Il clima è carico di rabbia e frustrazione. Si parla apertamente della morte di Giuseppe Avventurato e della necessità di vendicarsi.

«Tutti manifestarono la voglia di vendicarsi», mette a verbale Nicolì. A un certo punto, Andrea Aloia si offre di compiere l’omicidio. Ma Bruno Avventurato lo ferma:«È troppo giovane per rovinarsi la vita», è la frase che Nicolì attribuisce al capo del gruppo.

Anche Gennaro ’o biondo si dice pronto a sparare, ma viene bloccato a sua volta. Il motivo è chiaro e viene ripetuto più volte: «Non voleva che l’omicidio fosse ricollegato direttamente agli acerrani», spiega Nicolì.

La linea è ferrea: Tortora deve morire, ma non per mano di uomini direttamente riconducibili alla famiglia.

L’offerta di Galdiero e la scelta dei killer

È in questo contesto che entra in scena Alessio Galdiero. È lui a proporsi come esecutore materiale dell’omicidio. Secondo Nicolì, Galdiero vede nel delitto una possibilità di rientro ad Acerra, dopo essere stato allontanato in passato. «Per lui poteva essere un’occasione per ritornare ad Acerra», racconta Nicolì.

Non viene stabilito alcun compenso economico. Nessuna cifra, nessun accordo scritto. Gli Avventurato accettano l’offerta di Galdiero, impegnandosi a garantire armi, appoggi e coperture. Con Galdiero viene coinvolto anche Angelo Di Palma, che accetta di affiancarlo.

Giancarlo Avventurato conferma questo passaggio: «Fu Nicoli a indicare Di Palma e Galdiero come possibili killer. Le armi le abbiamo messe a disposizione noi come gruppo Avventurato».

I sopralluoghi e lo studio della vittima

Definiti i ruoli, parte la fase operativa. Galdiero e Di Palma, accompagnati da Giancarlo Avventurato e Andrea Aloia, effettuano numerosi sopralluoghi ad Acerra.

«Erano tre i luoghi frequentati dal Tortora in cui si poteva fare l’omicidio», spiega Nicolì. Un bar a Casalnuovo, una rivendita di gas, l’area nei pressi di una concessionaria. Tortora viene seguito, osservato, studiato nelle sue abitudini quotidiane.

Durante una delle riunioni organizzative, Gennaro ’o biondo indica quella che diventerà la soluzione definitiva: «Il modo migliore era sotto casa sua, all’ora di pranzo, quando rientrava per mangiare».

La proposta convince tutti, anche perché il luogo individuato è vicino all’appoggio dei killer.

L’appoggio e l’attesa che logora

I killer vengono ospitati per giorni in un appartamento di appoggio ad Acerra. Secondo quanto riferito da Nicolì, restano nascosti, appoggiati da una donna anziana. L’ordine di colpire, però, tarda ad arrivare.

Bruno Avventurato impone una regola precisa: «Bisognava sparare il giorno successivo a quello in cui i killer erano entrati nell’appoggio».

Per una serie di rinvii, l’omicidio viene posticipato più volte. L’attesa crea tensione. Galdiero si lamenta apertamente e arriva a lasciare l’appoggio per protestare.

«Si lamentò di questa attesa prolungata», racconta Nicolì. Vengono inviati emissari a chiedere spiegazioni. Arrivano rassicurazioni: “Si farà domani”. Ma il “domani” continua a slittare.

Le armi e la preparazione finale

La svolta arriva con la consegna delle armi. Due pistole calibro 38, una nera e una cromata, vengono portate ad Afragola da Andrea Aloia e Gennaro ’o biondo. «Immediatamente ci mettemmo a pulire le armi», mette a verbale Nicolì, indicando le persone presenti.

Le pistole vengono ripulite con attenzione, poi riportate ad Acerra e consegnate ai killer presso l’appoggio. A quel punto, secondo i collaboratori, la decisione è definitiva.

Il 20 maggio 2020

La mattina del 20 maggio 2020, l’organizzazione entra in azione. Diversi soggetti svolgono il ruolo di specchiettisti, incaricati di segnalare gli spostamenti della vittima.

Giancarlo Avventurato racconta: «Lo specchietto lo abbiamo fatto io, Andrea Aloia e Pasquale Di Balsamo». Quando Pasquale Tortora viene incrociato alla guida della sua Mercedes mentre rientra a casa, parte la segnalazione. Pochi minuti dopo arriva la conferma. «Alessio richiamò dicendo che era tutto a posto: Tortora era stato ammazzato».

A sparare è Alessio Galdiero. Secondo Nicolì, Di Palma non spara perché “strafatto di cocaina”. Il recupero dei killer avviene immediatamente dopo, grazie a un’auto messa a disposizione dal gruppo Avventurato.

La regia dell’omicidio

Entrambi i collaboratori indicano Bruno Avventurato come la mente dell’omicidio. «È la vera mente dell’assassinio», dice Nicolì ai magistrati, «si è occupato di tutta l’organizzazione e di tutta la logistica».

Secondo i racconti, Bruno Avventurato avrebbe gestito ogni fase: dal reperimento delle armi alle auto, dall’individuazione dell’appoggio alla scelta dei killer, delegando i compiti operativi ma mantenendo sempre il controllo.

Un delitto di sistema

L’omicidio di Pasquale Tortora, così come emerge dalle dichiarazioni di Cosimo Nicolì e Giancarlo Avventurato, non appare come un gesto isolato. È un delitto di sistema, maturato all’interno di una struttura criminale che ragiona, attende e colpisce solo quando ritiene che il momento sia quello giusto.

Un omicidio che racconta, insomma, ancora una volta, una camorra capace di decidere la morte di un uomo attorno a un tavolo, molto prima che qualcuno prema il grilletto. Una camorra capace di attendere, organizzare e colpire senza fretta, quando ritiene che il momento sia quello giusto.

(Nella foto il luogo dell’omicidio e nei riquadri da sinistra in alto Giancarlo Avventurato, Bruno Avventurato e Cosimo Nicolì; in basso sempre da sinistra la vittima Pasquale Tortora e il killer Alessio Galdiero e Angelo Di Palma)

@RIPRODUZIONE RISERVATA
Fonte REDAZIONE

Commenti (1)

L’argomento dell’articolo è molto complesso e interessante, ma è anche difficile da seguire. Le informazioni sono molte e un po’ disordinate. Sarebbe utile una sintesi piu’ chiara per aiutare a capire meglio la situazione.

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