Palermo, la nuova Cosa Nostra e i legami con camorra e ‘ndrangheta. I nomi dei 50 arresti

Cinquanta provvedimenti restrittivi e quattro indagini rivelano la capacità di Cosa nostra di evolversi mantenendo la tradizione.

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Cinquanta provvedimenti restrittivi, quattro filoni d’indagine, un unico filo rosso: la capacità di Cosa nostra di tenere insieme tradizione criminale e nuove strategie, dai vecchi boss di quartiere ai canali di spaccio su Telegram con la foto profilo di Tony Montana.

L’ultima maxi operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha colpito in profondità lo storico mandamento della Noce e una fitta rete di traffici di droga che abbraccia diversi quartieri del capoluogo, compresa Brancaccio, fino a lambire la Campania e il Trapanese. La polizia di Stato ha eseguito 50 misure cautelari: per 19 indagati il gip ha disposto la custodia cautelare in carcere, per altri 6 gli arresti domiciliari, mentre 25 soggetti sono stati raggiunti da un decreto di fermo di indiziato di delitto.

Le accuse vanno dall’associazione mafiosa all’estorsione, dall’intestazione fittizia di beni all’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, fino allo spaccio al dettaglio. Un impianto accusatorio che restituisce l’immagine di una Mafia che resta fedele ai suoi pilastri storici – controllo del territorio, pizzo, droga – ma che al tempo stesso si aggiorna, si frammenta, delega e sperimenta nuovi canali di comunicazione e di business.

Le quattro inchieste: chi ha indagato e come

I provvedimenti restrittivi sono il risultato di quattro distinte attività investigative, poi confluite in un’unica operazione coordinata dalla Dda palermitana.

Due sono state condotte dalla VII Sezione Antidroga della Squadra mobile.

Una dalla I Sezione Criminalità organizzata della Squadra mobile, insieme alla Sezione investigativa del Servizio centrale operativo (Sisco) di Palermo.

Un’ulteriore tranche è stata sviluppata dal commissariato di Brancaccio, nel cuore di uno dei quartieri da sempre sensibili alle dinamiche mafiose e allo spaccio.

Le indagini si sono protratte per mesi, con attività tecniche, osservazioni sul territorio, intercettazioni e riscontri sul campo. Un lavoro che ha consentito non solo di bloccare il flusso di sostanze stupefacenti, ma anche di fotografare con buona precisione la geografia del potere in alcune aree chiave della città.

Sulla rotta della Campania: il maxi asse dell’hashish

I due filoni curati dalla Sezione Antidroga hanno smantellato organizzazioni dedite al traffico di droga in collegamento diretto con fornitori campani, confermando ancora una volta la saldatura operativa tra Cosa nostra e la camorra sul terreno degli stupefacenti.

Nel complesso sono stati sequestrati circa due quintali e mezzo di hashish e quattro chili di cocaina, con dodici arresti in flagranza. Le indagini hanno fatto emergere due gruppi principali:

Un gruppo palermitano, radicato sul territorio e cementato da solidi vincoli familiari, dedicato alla gestione della piazza e alla distribuzione locale della droga.

Un gruppo campano, attivo come principale fornitore, con intermediari incaricati di mantenere il contatto con i referenti palermitani e di curare la logistica dei carichi.

Secondo gli investigatori, il clan camorristico di riferimento avrebbe riversato sul mercato non solo ingenti quantitativi di droga destinati alla provincia di Palermo, ma anche partite dirette nel Catanese, a conferma di una rete ormai interprovinciale e interregionale.

Il canale del Trapanese: il ruolo del Mazarese

La seconda attività d’indagine Antidroga ha individuato una cellula criminale palermitana che aveva strutturato un traffico regolare di cocaina, hashish e marijuana sia nell’hinterland del capoluogo sia nella provincia di Trapani.

Il cuore del sistema era un canale di fornitura radicato nel Mazarese, da cui partivano i carichi destinati alle piazze di spaccio controllate dagli indagati. Questi soggetti, sottolineano gli investigatori, non erano semplici picchiatori o corrieri, ma figure di spessore, in diversi casi legate ad ambienti mafiosi di primo piano e ritenute espressione diretta o indiretta di famiglie di Cosa nostra.

Un elemento centrale emerso è proprio il ruolo di supervisione e cointeressenza delle famiglie mafiose sull’intera filiera: dall’approvvigionamento all’ingrosso alla suddivisione delle dosi, fino alle modalità di riscossione del denaro e di gestione dei crediti.

Il mandamento della Noce: un potere in fermento

Uno dei tronconi più delicati dell’operazione riguarda il mandamento della Noce, storica roccaforte mafiosa di Palermo, e le famiglie che lo compongono: Noce, Cruillas-Malaspina e Altarello.

L’inchiesta antimafia, avviata nel maggio 2023 e proseguita fino ai giorni nostri, ha inciso in un contesto già scosso dall’operazione “Nuovo Corso” dello scorso aprile. Quegli arresti avevano provocato un vuoto di potere che, secondo gli inquirenti, ha generato un intenso fermento interno, con nuovi soggetti pronti ad approfittare della situazione per scalare i vertici del mandamento.

Le attività tecniche e le osservazioni sul territorio hanno permesso di delineare ruoli, gerarchie e competenze di ciascun affiliato, mostrando una struttura in parte rinnovata ma ancora fortemente legata a logiche familiari e di continuità con il passato.

Il nuovo capo e la continuità familiare

Le indagini hanno identificato il presunto vertice del mandamento della Noce in Fausto Seidita, figura che gli investigatori collocano “in linea di continuità familiare” con la precedente gestione, essendo fratello di Giancarlo Seidita, ex reggente oggi detenuto.

Questa successione per via di sangue, sottolinea la polizia, conferma uno dei tratti classici di Cosa nostra: la tendenza a preservare il controllo dei mandamenti all’interno di cerchie familiari ritenute affidabili, per garantire omertà, compattezza e capacità di governo del territorio.

Intorno a Seidita, il quadro investigativo restituisce un gruppo che alterna elementi emergenti e figure più anziane, saldando l’esperienza maturata negli anni con la spregiudicatezza delle nuove leve.

Il ritorno degli “anziani”: la figura di Pierino Di Napoli

Tra le figure che emergono dall’inchiesta spicca quella di Pierino Di Napoli, anziano boss scarcerato da alcuni anni. Gli investigatori lo descrivono come un punto di riferimento ancora in grado di orientare decisioni cruciali per il mandamento, forte di una lunga militanza nell’associazione e di un pedigree criminale “di tutto rispetto”.

Il suo ritorno sulla scena, seppur in forme che gli inquirenti dovranno ulteriormente definire, dimostra come Cosa nostra continui ad affidarsi al patrimonio di relazioni, regole non scritte e capacità di mediazione custodite dagli “anziani”, chiamati spesso a dirimere contrasti interni e a legittimare la scalata dei più giovani.

Accanto a lui, gli investigatori segnalano la presenza di altri “volti storici” tornati a occupare ruoli di guida nelle famiglie del mandamento, a riprova di una Mafia che non rinuncia ai suoi simboli, pur cambiando pelle.

Estorsioni e controllo del territorio: il pizzo non tramonta

Nonostante l’evoluzione dei business criminali, il controllo del territorio resta una delle priorità assolute del mandamento della Noce. La polizia parla di “operatività criminale serrata”, esercitata tramite un sistema di estorsioni capillari ai danni di negozianti e imprenditori della zona.

Gli investigatori hanno documentato almeno sei episodi di pizzo nei confronti di esercizi commerciali e attività produttive, somme che alimentavano le casse del mandamento e contribuivano al sostentamento degli affiliati detenuti, oltre a rafforzare il messaggio di dominio mafioso sul quartiere.

Il metodo, stando alla ricostruzione, resta quello classico: avvicinamento del commerciante, richieste “ragionevoli” per evitare denunce, minaccia implicita o esplicita di ritorsioni in caso di rifiuto. Un copione che si ripete, nonostante le campagne di sensibilizzazione e il sostegno alle vittime che decidono di denunciare.

Droga, un interesse “sempre attuale”

Se il pizzo rappresenta l’aspetto più visibile del controllo mafioso, il traffico di stupefacenti rimane una fonte di reddito considerata “sempre attuale” per il mandamento. È proprio la droga, spiegano gli investigatori, a garantire flussi di denaro immediati e consistenti, in grado di finanziare altre attività illecite e di mantenere la struttura.

In questo troncone d’indagine, la Dda ha emesso 11 decreti di fermo per soggetti ritenuti coinvolti a vario titolo nel traffico e nella gestione delle piazze di spaccio collegate al mandamento. La centralità del business degli stupefacenti emerge in tutte le fasi: dalla ricerca di canali di approvvigionamento competitivi alla programmazione delle consegne, dalla diversificazione dei prodotti alle modalità di pagamento.

Brancaccio, tra “piazze” di quartiere e canale Telegram

L’altra grande area sotto osservazione è Brancaccio, quartiere simbolo della Palermo mafiosa del passato e oggi terreno di sperimentazione di nuovi modelli di spaccio. Qui gli investigatori hanno scoperto una rete strutturata per la vendita di cocaina, hashish e marijuana, che ha portato all’emissione di 14 decreti di fermo.

Tra gli indagati compaiono soggetti ritenuti vicini a importanti famiglie mafiose della zona. Le indagini, condotte tra giugno 2024 e gennaio 2025, hanno permesso di sequestrare 9,2 chili di hashish, 2,5 chili di marijuana e quantitativi minori di cocaina, oltre ad arrestare in flagranza 11 persone.

Gli inquirenti parlano di una gestione quasi aziendale dell’attività: tutto è annotato, monitorato, contabilizzato.

Il “libro mastro” e il fondo cassa: la contabilità della droga

Uno degli elementi più significativi emersi a Brancaccio è l’esistenza di un vero e proprio “libro mastro” del gruppo criminale, dove venivano segnate entrate, uscite, debiti, pagamenti e compensi per gli affiliati.

A questo si affiancava un fondo cassa comune, al quale tutti contribuivano e da cui venivano prelevate le somme necessarie per:

pagare le partite di droga ai fornitori;

saldare i compensi settimanali di pusher, vedette e altri addetti alla rete;

coprire eventuali “imprevisti”, comprese spese legali o necessità legate agli arresti.

Una struttura che richiama i modelli di gestione tipici delle imprese, con ruoli definiti e responsabilità precise, ma al servizio di un sistema criminale.

Le piazze di spaccio: Sperone, Bonagia e la “piazza” virtuale

Sul piano operativo, gli investigatori hanno individuato e smantellato due piazze di spaccio fisiche nei quartieri Sperone e Bonagia, dove gli acquirenti arrivavano soprattutto per rifornirsi di panetti di hashish. I quartieri, già segnati da criticità sociali e marginalità, rappresentavano il contesto ideale per una presenza continuativa degli spacciatori, che potevano contare su una clientela fidelizzata.

Ma la vera novità è la scoperta di una piazza di spaccio virtuale, gestita tramite un canale Telegram. Il gruppo lo utilizzava per:

raccogliere ordinazioni;

comunicare disponibilità e prezzi;

dare istruzioni logistiche per gli incontri;

veicolare messaggi interni in modo rapido e ritenuto più sicuro.

È la dimostrazione di come l’organizzazione abbia saputo sfruttare piattaforme e canali informatici per ampliare il proprio bacino di utenza, riducendo la visibilità in strada e provando a eludere i controlli tradizionali.

Tony Montana come marchio: il mito di Scarface nell’era Telegram

A rendere ancora più evidente la commistione tra mito criminale e realtà mafiosa è la scelta dell’immagine del profilo del canale Telegram: Al Pacino nei panni di Tony Montana, protagonista di “Scarface”. Un’icona del gangster movie trasformata in logo identitario del gruppo.

Secondo gli investigatori, la scelta non è casuale. Serve ad accreditare il canale nell’immaginario degli acquirenti abituali, a rimarcare l’egemonia nel settore, a costruire una sorta di “brand” dello spaccio. Un estetismo criminale che piace soprattutto ai più giovani, attratti dal linguaggio dei social, dalle citazioni cinematografiche e dalla promessa di soldi facili.

Dietro quel volto, però, restano immutati i vecchi codici: omertà, gerarchie, violenza implicita. È la stessa Mafia di sempre, che però sa cambiare strumento e linguaggio senza cambiare natura.

Una Mafia che si rinnova senza scomparire

Dalle quattro inchieste coordinate dalla Dda emerge, in definitiva, un quadro complesso: Cosa nostra non è più la struttura monolitica di un tempo, ma un mosaico di gruppi, famiglie, mandamenti che interagiscono con altri mondi criminali – dalla camorra alle reti di trafficanti di droga – e che sperimentano nuovi canali di azione, soprattutto sul fronte degli stupefacenti.

La scelta di usare Telegram, di tenere libri mastri dettagliati, di creare fondi cassa comuni e di bilanciare la presenza di vecchi boss e giovani emergenti racconta una organizzazione fluida ma ancora radicata, capace di adattarsi agli arresti e ai vuoti di potere con rapidità.

Il maxi blitz di Palermo prova a colpire proprio questo doppio registro: da un lato la memoria storica dei mandamenti come la Noce, con le sue famiglie e i suoi anziani reggenti; dall’altro il volto più recente e “social” della criminalità, che si muove tra periferie, app di messaggistica e alleanze interregionali.

i nomi dei 50 arrestati

Due ordinanze di custodia cautelare e altrettanti provvedimenti di fermo per un totale di 50 indagati tra il mandamento mafioso della Noce e diverse aree per lo spaccio di stupefacenti tra Brancaccio, lo Sperone e Bonagia. Il gip di Palermo Liro Conti ha complessivamente disposto la custodia cautelare in carcere per

Michele Arena, 45 anni; Giovanni Bagnasco, 36 anni; Vincenzo Bellomonte, 49 anni; Ivan Bonaccorso, 46 anni; Giuseppe Bronte, 31 anni; Antonino De Luca, 55 anni; Girolamo De Luca, 37 anni; Gioacchino Di Maggio, 43 anni; Vittorio Di Maio, 34 anni; Giuseppe Focarino, 60 anni; Castrenze Fruttaldo, 57 anni; Pasquale Fruttaldo, 48 anni; Salvatore Gnoffo, 35 anni; Antonio Mercurio, 38 anni; Pietro Mira, 33 anni; Giuseppe Rocco, 48 anni, Vincenzo Ruffano, 68 anni; Agostino Sansone, 60 anni; Alessandro Scelta, 30 anni. Agli arresti domiciliari vanno: Giuseppe Castigliola, 40 anni; Ignazio Cottone, 43 anni; Vincenzo D’Angelo, 56 anni; Giuseppe Di Cara, 35 anni; Girolamo Federico, 54 anni; Ignazio Randazzo, 71 anni.

Questi invece gli indagati sottoposti a due distinti provvedimenti di fermo emessi dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo: Fausto Seidita, Salvatore Peritore, Cosimo Semprecondio, Calogero Cusimano, Pietro Di Napoli, Vincenzo Tumminia, Paolo Bono, Girolamo Quartararo, Dario Bocchino, Carlo Castagna, Benedetto Di Cara, Antonino Augello, Giuseppe Bronzolino, Onofrio Bronzolino, Maria Candura, Salvatore Candura, Mario Ferrazzano, Massimo Ferrazzano, Guglielmo Giannone, Francesco Lo Monaco, Mario Macaluso, Antonino Marino, Pietro Marino, Francesco Oliveri e Giuseppe Pitarresi.


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