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Camorra, morto in carcere il boss Ciro Minichini

Il boss di Ponticelli era detenuto nel carcere di Opera
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Si è portato nella tomba i segreti di una guerra di camorra lunga trent’anni.
Ciro Minichini, per tutti “Cirillino”, è morto nel reparto sanitario del carcere di Opera, dove era tornato da poche settimane dopo una breve parentesi ai domiciliari concessa per le sue condizioni cliniche ormai disperate.

Un tumore implacabile l’ha divorato in silenzio, mentre lui restava aggrappato al suo mondo e alle sue regole: quelle dell’omertà e della fedeltà alla cosca.

Per decenni era stato indicato come uno dei registi occulti dell’eterna faida di Ponticelli, lo scontro armato nato con la scissione dei De Luca Bossa dai Sarno e poi proseguito con la sanguinosa rivalità con il gruppo De Micco. Un conflitto sotterraneo, strisciante, che ha segnato intere generazioni nella periferia Est di Napoli.

Il ras del Lotto 0: sei ergastoli e nessuna collaborazione

Minichini era un nome pesante. Un pezzo da novanta della camorra di Napoli Est.
Nel corso degli anni aveva collezionato sei ergastoli, poi cancellati e riconfigurati al ribasso dopo una serie di ammissioni parziali in aula, ma senza mai fare il passo decisivo: non ha mai collaborato con la giustizia. Neanche quando la malattia ha iniziato a logorarlo. Neanche quando il suo potere criminale era ormai in declino.

Cirillino ha preferito chiudere la porta alle verità indicibili della faida, alle dinamiche nascoste, alla lunga catena di vendette che ha insanguinato Ponticelli dagli anni ’90 in poi.

Il dolore per il figlio ucciso: la vendetta dei “Bodo”

Non ha mai superato, raccontano gli investigatori, la morte del figlio Antonio Minichini, assassinato nel 2013. Un agguato studiato a tavolino come vendetta trasversale dal gruppo dei “Bodo”, fazione allora in ascesa nel delicato equilibrio criminale dei quartieri orientali.

Quel colpo al cuore segnò profondamente il boss, senza però infrangere il muro dell’omertà. Non una parola ai magistrati, non un passo verso la collaborazione.

La battaglia giudiziaria sul 41-bis

Il nome di Minichini tornò sulle cronache nazionali nel 2019, quando la Prima sezione della Cassazione annullò con rinvio la proroga del suo regime di carcere duro. Una decisione che sembrò aprire un varco nella sua detenzione.
Una speranza di libertà, breve e illusoria.

Rimase infatti al 41-bis, anche dopo lo spostamento dal carcere di Novara a quello di Opera. Lì, negli ultimi mesi, la malattia ha preso il sopravvento, fino alla morte avvenuta pochi giorni fa.

Il plenipotenziario dei De Luca Bossa

Dopo l’arresto di Antonio De Luca Bossa, “’o sicc”, Cirillino divenne uno dei plenipotenziari del clan nel controllo del territorio.
Nel 2016 ottenne una riduzione della condanna all’ergastolo nel processo d’appello per l’omicidio del 17enne Raffaele Riera, ucciso nel luglio del 1996.

Riera era stato accusato dai vertici del clan di avere una relazione con Anna De Luca Bossa, sorella del boss scissionista e moglie di Minichini. Una colpa considerata imperdonabile.
Per quel delitto, ritenuto dagli investigatori un “omicidio d’onore” in salsa camorristica, se la cavò con vent’anni di carcere.

Delitti, imboscate e il sangue del Lotto 0

Tra le imputazioni che hanno segnato la carriera criminale di Minichini figura anche l’omicidio di Salvatore Tarantino, figura apicale del clan Sarno, trucidato nel 2009 in un’imboscata nel Lotto 0.
Un delitto strategico in un momento di piena riconfigurazione del potere criminale tra Ponticelli e Cercola, quando il dominio dei Sarno iniziava a sgretolarsi e le nuove leve dei De Luca Bossa si affacciavano con ferocia sulla scena.

Una guerra senza fine

Con la morte di Cirillino si chiude un capitolo, ma non la guerra. La faida di Ponticelli resta un conflitto aperto, mutevole, che negli anni ha cambiato protagonisti ma non logiche. Giovani spregiudicati hanno preso il posto dei vecchi ras, e il territorio resta conteso tra gruppi che vivono nella costante alternanza tra tregue apparenti e improvvise fiammate di sangue.

Ciro Minichini, dal carcere, ne era stato spettatore e artefice. Ora il suo silenzio pesa come un macigno sulle pagine ancora incomplete della storia criminale di Napoli Est.

Modifiche e revisioni di questo articolo

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Commenti (25)

Rip. Quando si rende l’anima a Dio, non servono commenti di disappunto, le jene inveiscono sulle carogne, preferisco augurarmi che ci sia almeno una persona a piangere questo signore, almeno una cosa buona nella sua vita l’avrà pur fatta!

Tutto quello che sanno fare è attaccare le brave persone.
Sono pari ai datori di lavoro che si mangiano il sangue dei propri dipendenti

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