A Napoli, la balneazione è stata temporaneamente vietata in quattro aree costiere molto frequentate dai residenti: Donn’Anna, lungomare Caracciolo, Pietrarsa e via Partenope.
Questa decisione è stata presa attraverso un’ordinanza comunale, basata sui dati raccolti dall’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Campania (Arpac).
Le analisi effettuate il 20 agosto hanno mostrato un superamento dei limiti dei parametri di qualità dell’acqua, attribuito con certezza alle forti piogge dei giorni precedenti.
Una comunicazione da Palazzo San Giacomo sottolinea che queste piogge, giunte dopo un lungo periodo di siccità, hanno portato detriti vari nel mare. È importante notare che questi superamenti si sono verificati anche in aree senza scarichi fognari, dove usualmente le acque sono giudicate “eccellenti” dall’Arpac.
Il Comune di Napoli ha prontamente richiesto nuovi campionamenti, confidando nella professionalità e nella velocità dell’Arpac per poter presto dichiarare di nuovo queste zone idonee alla balneazione, restituendole così alla fruizione pubblica.

Una sentenza destinata a fare rumore quella con cui il Tar della Campania ha annullato l’ordinanza del Prefetto di Napoli che prorogava il divieto di stazionamento nelle cosiddette “zone rosse” della città, misure imposte sotto la spinta di una direttiva del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Per i giudici amministrativi, il provvedimento era privo dei presupposti necessari, quindi illegittimo e, soprattutto, lesivo dei principi fondamentali dello Stato di diritto.
Non c’era – secondo quanto si legge nella sentenza – alcuna emergenza eccezionale che giustificasse il ricorso reiterato a poteri straordinari da parte del prefetto. Nessuna motivazione nuova, nessuna urgenza reale. Solo un uso distorto del concetto di emergenza, che per mesi ha imposto limitazioni straordinarie come se fossero la normalità.
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