Gragnano, il boss Di Martino gestiva il traffico di droga dal carcere

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Il boss dei Monti Lattari, Leonardo Di Martino o’ lione con il cellulare impartiva gli ordini ai pusher affiliati direttamente dal carcere: è quanto ha scoperto la Guardia di Finanza che ha sgominato una banda di spacciatori con base operativa a Gragnano, in provincia di Napoli.

Le indagini delle fiamme gialle di Massa Lubrense, coordinate della Dda di Napoli, hanno portato alla notifica di 9 misure cautelari emesse dal gip: tre arresti in carcere, 3 ai domiciliari, 2 divieti di dimora a Napoli e in provincia e un obbligo di dimora.

Tra le persone finite nell’inchiesta ci sono la moglie Anna Maria Molinari, il figlio che risulta irreperibile e poi ancora Valeria Carsana, moglie di Antonio Carfora, a sua volta figlio del boss ergastolano Nicola Carfora detto ‘o fuoco.



    I reati contestati sono associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti nonché di detenzione a fini di spaccio di cocaina e marijuana. Ricostruiti dagli investigatori vari episodi di detenzione e spaccio di droga avvenuti nella Penisola sorrentina tra il maggio e novembre 2021.

    “L’operazione della Guardia di Finanza, coordinata dalla DDA di Napoli, che ha accertato il comando dal carcere, comodamente attraverso il telefonino, dei pusher della droga e della banda con sede operativa a Gragnano conferma che le carceri campane non sono solo le maggiori piazze di droga, come avvenuto nella recente operazione nell’istituto di Santa Maria Capua Vetere, ma anche di comando, per un giro di affari di 10 milioni d’euro l’anno”.

    È l’ennesimo allarme lanciato dal segretario generale del sindacato Polizia Penitenziaria Aldo Di Giacomo per il quale “i capo clan continuano dalle celle ad organizzare i traffici di droga sui territori. Così la detenzione che dovrebbe rappresentare la fine della “carriera criminale” – aggiunge – si trasforma in continuazione, cementificando i rapporti con detenuti e alimentando l’economia criminale necessaria specie per sostenere le famiglie dei detenuti.

    Mentre per i detenuti tossicodipendenti sono i familiari a pagare direttamente per la fornitura in cella di stupefacenti. Più recentemente si è fatto ricorso all’impiego di droni e persino al pallone di calcio imbottito di stupefacenti. Con introiti per i clan di milioni di euro, mentre sempre più rari sono i casi, di madri e mogli che portano la droga approfittando del colloquio con il congiunto.

    Ovviamente – continua il segretario del S.PP. – questo avviene perché la domanda di stupefacenti in carcere è alta: la presenza di detenuti classificati tossicodipendenti già all’ingresso è di circa 18mila (poco meno del 30% del totale) per i quali il cosiddetto “programma a scalare” con la somministrazione di metadone ha dato risultati molto scarsi.

    Non a caso la recidività di reato per questi detenuti, una volta fuori, è altissima. A questi si deve aggiungere che tre detenuti su 10 sono solo spacciatori e non consumatori. Sono cose che purtroppo ripetiamo da almeno 5 anni senza che accada nulla se non in occasione di operazioni come quella di oggi salvo a mostrare interesse mediatico che si limita ad un paio di giorni”.




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