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Strage del ’93 a Milano: indagata moglie di Di Lorenzo, pregiudicato di Mondragone

Rosa Belotti, secondo la Procura antimafia di Firenze, avrebbe portato in via Palestro a Milano l'autobomba che provocò cinque morti. L'abitazione della donna, in provincia di Bergamo, è stata perquisita dal Ros: dopo 28 anni nuovi sviluppi sulle stragi di Milano e via dei Georgofili a Firenze

Milano. Potrebbe essere la ‘biondina’ delle stragi mafiose di Milano e Firenze degli anni ’90: indagata Rosa Belotti, 58 anni di Albano San Alessandro in provincia di Bergamo. La donna è la moglie di Rocco Di Lorenzo, pregiudicato campano ritenuto vicino al clan La Torre di Mondragone in provincia di Caserta.

Una perquisizione, disposta dalla procura antimafia di Firenze, nei confronti della donna fa riemergere le stragi terroristiche eversive del 1992-93 di Firenze e Milano. La donna, Rosa Belotti, secondo la procura sarebbe la ‘biondina’ indicata da due testimoni che portò l’auto imbottita di tritolo in via Palestro. Un’esplosione che provocò la morte di cinque persone. Ieri i carabinieri del Ros sono arrivati a Albano San Alessandro in provincia di Bergamo dove la donna risiede con il marito, pregiudicato e condannato due anni fa per estorsione, Rocco Di Lorenzo, 65 anni anni, originario di Mondragone in provincia di Caserta e ritenuto contiguo al potente clan camorristico dei La Torre.

L’inchiesta della procura fiorentina sugli attentati terroristico-eversivi del 1992-93, ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati la 58enne bergamasca, sospettata di aver condotto – il 27 luglio del 1993 – l’autobomba imbottita di T4 in via Palestro a Milano che provocò cinque morti e il danneggiamento del Padiglione di Arte contemporanea. I militari della sezione Anticrimine dei Carabinieri del Ros di Firenze, su delega dei due procuratori aggiunti Luca Tescaroli e Luca Turco, sotto il coordinamento del procuratore capo Giuseppe Creazzo, ieri hanno eseguito un decreto di perquisizione, ispezione e sequestro nell’abitazione della donna. Rosa Belotti è accusata di essere “coinvolta nell’esecuzione materiale, con funzioni di autista” della Fiat Uno, imbottita di esplosivo, utilizzata per colpire il Padiglione di Arte Contemporanea “quale alto e irripetibile simbolo del patrimonio nazionale”, come si legge negli atti della perquisizione. I magistrati della Direzione distrettuale antimafia ipotizzano che Belotti abbia agito “in concorso con appartenenti a Cosa Nostra già condannati con sentenza passata in giudicato”.

Secondo la Procura fiorentina, Belotti potrebbe aver partecipato anche all’attentato di via dei Georgofili a Firenze notte fra il 26 e il 27 maggio 1993. Potrebbe aver fatto da “autista” per conto dei mafiosi, alcuni dei quali già condannati con sentenze definitive, del furgone Fiat Fiorino imbottito con circa 277 chilogrammi di tritolo che provocò l’uccisione di cinque persone: i coniugi Fabrizio Nencioni e Angela Fiume con le loro figlie Nadia Nencioni (9 anni), Caterina Nencioni (50 giorni di vita) e lo studente Dario Capolicchio (22 anni), nonché il ferimento di una quarantina di persone e ingenti danni alla Galleria degli Uffizi.

Rosa Belotti è la moglie di Rocco Di Lorenzo, 65 anni, condannato nel 2020 in primo grado a 11 anni di reclusione, sentenza poi confermata in Appello, e ora in carcere perchè ritenuto a capo di una banda dedita alle estorsioni. L’uomo, soprannominato ‘lo zio’, come emerge dagli atti del processo che si è celebrato a Bergamo, è ritenuto al vertice dell’associazione per delinquere che tra giugno 2016 e settembre 2018 estorse denaro a sei persone.

Rosa Belotti e Rocco Di Lorenzo sono legati nella vita ma anche nella storia giudiziaria. I due furono arrestati nel 1992 per traffico di cocaina tra Bergamo e Mondragone insieme ad altre 8 persone, ma Rosa Belotti tornò libera nei primi mesi del 1993 circostanza importante questa che si lega alla strage di Milano avvenuta a luglio dello stesso anno. Belotti, secondo l’accusa, avrebbe condotto e parcheggiato la Fiat Uno imbottita di tritolo davanti al Pac nella sera del 27 luglio 1993, dove intorno alle 23.14 esplose.

Quella sera a Milano l’agente di polizia locale Alessandro Ferrari notò la presenza di una Fiat Uno (che risultò poi rubata qualche ora prima) parcheggiata in via Palestro, di fronte al Padiglione di Arte Contemporanea, da cui fuoriusciva un fumo biancastro e quindi richiese l’intervento dei vigili del fuoco, che accertarono la presenza di un ordigno all’interno dell’auto; tuttavia, qualche istante dopo, l’autobomba esplose e uccise l’agente Alessandro Ferrari e i vigili del fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno ma anche l’immigrato marocchino Moussafir Driss, che venne raggiunto da un pezzo di lamiera mentre dormiva su una panchina. L’onda d’urto dell’esplosione frantumò i vetri delle abitazioni circostanti e danneggiò anche alcuni ambienti della vicina Galleria d’arte moderna, provocando il crollo del muro esterno del Padiglione di Arte contemporanea. Durante la notte esplose una sacca di gas formatasi in seguito alla rottura di una tubatura causata dalla deflagrazione, che procurò ingenti danni al padiglione, ai dipinti che ospitava e alla circostante Villa Reale.

L’attentato è inquadrato nelle indagini sugli altri attentati del 1992-’93 che provocarono la morte di 21 persone (tra cui i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) e gravi danni al patrimonio artistico a Roma e Firenze. Dalle indagini milanesi emerse che al volante di quell’autobomba c’era una donna. Due testimoni oculari riferirono di aver visto, poco prima dell’esplosione, una donna di circa trent’anni guidare l’auto. All’epoca si parlò di una misteriosa “biondina”, uscita dalla vettura dopo aver armeggiato nell’abitacolo. In auto con lei c’era anche un uomo, però i due testimoni non sono mai riusciti a fornire un identikit del complice.

La giovane stragista invece fu notata per la sua bellezza, slanciata, bionda e vestita in modo appariscente con tacchi alti e una cintura vistosa.

L’identikit elaborato dagli investigatori milanesi sulla base dei racconti degli avvistamenti da parte dei testimoni di via Palestro trovò conferma in una fotografia molto simile trovata all’interno di un libro nel settembre del 1993 durante una perquisizione effettuata in un villino nel comune di Alcamo in provincia di Trapani nell’ambito delle indagini sulle stragi mafiose che portò al sequestro di numerose armi.

A distanza di 29 anni le nuove tecnologie per la comparazione dei volti a disposizione degli investigatori del Ros hanno permesso di identificare la foto ritrovata ad Alcamo con una foto segnaletica della donna ora perquisita risalente al 1992. Rosa Belotti sarà interrogata nei prossimi giorni dai magistrati della Procura antimafia di Firenze che seguono l’inchiesta sulle due stragi, dovrà chiarire dove era quella sera del 27 luglio del 1993. Restano da capire i legami della donna con la mafia siciliana e se nella vicenda rientra in qualche modo anche il marito con il quale è legata dagli anni ’90.

Le indagini, nel corso degli anni, hanno permesso di ricostruire la strage di via Palestro anche in base alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia di mafia Pietro Carra, Antonio Scarano, Emanuele Di Natale e Umberto Maniscalco.

Nel 1998 Cosimo Lo Nigro, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano, Gaspare Spatuzza, Luigi Giacalone, Salvatore Benigno, Antonio Scarano, Antonino Mangano e Salvatore Grigoli vennero riconosciuti come esecutori materiali della strage di via Palestro nella sentenza per le stragi del 1993. Tuttavia, nella stessa sentenza, si leggeva: “Purtroppo, la mancata individuazione della base delle operazioni a Milano e dei soggetti che in questa città ebbero, sicuramente, a dare sostegno logistico e contributo manuale alla strage non ha consentito di penetrare in quelle realtà che, come dimostrato dall’investigazione condotta nelle altre vicende all’esame di questa Corte, si sono rivelate più promettenti sotto il profilo della verifica ‘esterna”. Nel 2002, sempre in base alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Carra e Scarano, la Procura di Firenze dispose l’arresto dei fratelli Tommaso e Giovanni Formoso – “uomini d’onore” di Misilmeri -, identificati dalle indagini come coloro che aiutarono Lo Nigro nello scarico dell’esplosivo ad Arluno e che compirono materialmente la strage di via Palestro.

Nel 2003 la Corte d’assise di Milano condannò i fratelli Formoso all’ergastolo. Nel 2008 Gaspare Spatuzza iniziò a collaborare con la giustizia e fornì nuove dichiarazioni sugli esecutori materiali della strage di via Palestro: in particolare, Spatuzza riferì che lui, Cosimo Lo Nigro, Francesco Giuliano, Giovanni Formoso e i fratelli Vittorio e Marcello Tutino (mafiosi di Brancaccio) parteciparono a una riunione in cui vennero decisi i gruppi che dovevano operare su Roma o Milano per compiere gli attentati. Secondo Spatuzza, Formoso e i fratelli Tutino operarono su Milano e in un primo momento lui, Lo Nigro e Giuliano li raggiunsero per aiutarli nello scarico dell’esplosivo e nel furto della Fiat Uno utilizzata nell’attentato, per poi tornare a Roma al fine di compiere gli attentati alle chiese.

In seguito Spatuzza scagionò anche Tommaso Formoso, dichiarando che all’attentato partecipò soltanto il fratello Giovanni, che da Tommaso si era fatto prestare con una scusa la villetta di Arluno dove venne scaricato l’esplosivo. Tuttavia nell’aprile 2012 la Corte d’assise di Brescia rigettò la richiesta di revisione del processo a Tommaso Formoso, adducendo che le sole dichiarazioni di Spatuzza non bastavano. Sempre sulla base delle dichiarazioni di Spatuzza, nel 2012 la Procura di Firenze dispose l’arresto del pescatore Cosimo D’Amato, cugino di Cosimo Lo Nigro, il quale era accusato di aver fornito l’esplosivo, estratto da residuati bellici recuperati in mare, che venne utilizzato in tutti gli attentati del 1992-1993, compresa la strage di via Palestro. Nel 2013 D’Amato venne condannato all’ergastolo con il rito abbreviato dal giudice dell’udienza preliminare di Firenze.

Resta da capire se Spatuzza abbia anche riferito degli appoggi ‘logistici’ di cui beneficiarono i mafiosi a Milano e se quella donna ‘la biondina’ sia stata assoldata per trasportare l’auto. Ma questa parte dell’inchiesta al momento resta coperta dal segreto istruttorio. Al vaglio degli inquirenti vi sono ora anche i documenti sequestrati in casa di Rosa Belotti, in provincia di Bergamo, che verranno esaminati alla luce anche dei riscontri che hanno portato alla perquisizione di ieri.

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