Camorra, “o’stregone” di Sant’Erasmo: spendeva il suo stipendio da boss al Casinò di Montecarlo

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Nel suo quartiere vigono due regole. La prima è pace. Nessuno deve mai pensare di scatenare una guerra di Camorra, oppure organizzare una sparatoria come invece avviene negli altri quartieri. La seconda è il pagamento del ‘pizzo’. Tutti, anche con poco, ma devono piegarsi alla regola imposta anche perché Carmine Montescuro, detto ‘Zio Menuzzo’ ha il vizio del gioco e spesso è a Montecarlo a spendere il suo ‘stipendio’ da capoclan. E nonostante la veneranda età di 84 anni, il gip Ferrigno del tribunale di Napoli ha autorizzato il suo arresto e il trasferimento in carcere. Perché è da Montescuro che tutti i capiclan passano per chiedere non solo ‘consigli’ ma anche autorizzazioni. Per fare le guerre, per conquistare territori, per saldare o chiudere alleanze. Sembra un personaggio di edoardiana memoria, e invece è il ruolo che per ben 4 decenni si è costruito Carmine Montescuro, tant’é che non ha mai perso un suo uomo in un omicidio e mai ha avuto faide nel suo quartiere, Sant’Erasmo, rione cuscinetto tra piazza Mercato e le ‘polveriere’ dei quartieri Ponticelli, San Giovanni e Gianturco. Da lui nel 2000 si sedettero allo stesso tavolo i Misso, i Mazzarella e i Contini che si stavano combattendo in ogni quartiere con 200 agguati mortali l’anno. Da lui poi si sedettero i Sarno, che avevano perso il controllo del rione Ponticelli dopo i pentimenti dei capoclan. Con lui ha avuto rapporti Marco Mariano, boss pentito dei Quartieri Spagnoli durante la faida degli anni Novanta. Un personaggio “pericoloso” e “rischioso” come lo ha definito il gip motivando la misura cautelare più dura nonostante la sua età. Montescuro non rinunciava ad essere “mandante e partecipe in prima persona di azioni pesantemente intimidatorie”. Come quando, riferendosi a un imprenditore impegnato nei lavori di via Marina, diceva al suo fedelissimo Nino Argano: “Gli butto una latta di benzina, lo incendio”. E al suo interlocutore che gli suggeriva “’o zi’, ma dobbiamo andare carcerati? Perché dovete andare voi a buttare la latta?”, Montescuro rispondeva tranquillo: “Non mi vede nessuno, non ti preoccupare. Me la vedo io”.

Come personaggio di notevole carisma personale e criminale — scrive ancora il giudice — è stato capace di affermare e mantenere nel tempo, a dispetto dei mutamenti degli equilibri nel contesto geocriminale locale, un peculiare ruolo di paciere e mediatore tra consorterie camorristiche in contrasto tra loro”. Il vero segreto di Montescuro, avverte però il giudice, il suo spessore criminale, è nella “saldissima rete di contatti, anche al di là dei contesti più strettamente camorristici” di cui l’anziano boss dispone e che gli permette, come sostiene il collaboratore di giustizia Maurizio Overa, di “gestire tutti gli affari del porto. Nel senso – spiega – che da una parte divide le quote delle estorsioni pagate dagli imprenditori ai clan, dall’altra gestisce il sistema delle mazzette destinate ai pubblici ufficiali”. Un filone, questo, ancora tutto da sviluppare, che viene evocato da più collaboratori. Afferma Overa che Montescuro “nel porto è una vera potenza. È in grado di far entrare e uscire droga e altro”. Un altro collaboratore di giustizia, l’ex boss dei Quartieri Spagnoli Marco Mariano, racconta che l’ottuagenario padrino “è il referente della camorra in tutti gli affari del porto, di cui è gelosissimo. Nessun clan entra nel porto di Napoli senza il viatico di Montescuro”. Chissà come reagirà il sistema, ora che “zi Minuzz”’ è in carcere. Il figlio Antonio, di 53 anni, ora a sua volta in cella, aveva un’idea molto chiara sulle ripercussioni di un’uscita di scena del genitore. “Speriamo che papà muoia fra cent’anni – diceva in un’intercettazione – se no là fanno tutti quanti la fame, vedrai…”.


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