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“Non e’ invocabile la scriminante della legittima difesa da parte di colui che accetti una sfida oppure reagisca a una situazione di pericolo volontariamente determinata” o alla quale “abbia concorso” nonostante la “possibilita’ di allontanarsi dal luogo senza pregiudizio e senza disonore”. Nei giorni in cui la Lega pressa e il M5S, cauto, chiede approfondimenti, la Cassazione mette i propri paletti sulla legittima difesa, nel confermare la condanna per omicidio di un uomo che ha ucciso il cognato con 31 coltellate, in reazione alla minaccia che questo aggredisse la sorella. Per la Suprema Corte non c’e’ ne’ legittima difesa, ne’ eccesso colposo di legittima difesa: poteva infatti sottrarsi, invece, e’ andato incontro al “pericolo”; inoltre per l’articolo 52 del codice penale, l’azione deve essere “proporzionata all’offesa”, lui invece aveva inferto ben 31 coltellate, non fermandosi nemmeno quando l’altro era a terra ormai immobile. Il tema e’ diverso, da quello invocato dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini per il quale – come ha ricordato anche oggi – l’obiettivo non e’ il “far west” ma “restituire agli italiani il diritto in casa loro, nel loro negozio, nella loro azienda di difendersi prima di essere aggrediti”. Ma la sentenza fissa dei punti che non potranno essere sottratti alle valutazioni dei parlamentari: il requisito della necessita’ della difesa e la possibilita’ di fuggire al pericolo. Intanto, la commissione Giustizia del Senato ha indicato per giovedi’ 26 luglio il termine per la presentazione della lista delle audizioni sui disegni di legge depositati che a questo punto potrebbero cominciare a settembre. L’effetto e’ quello dilatare un po’ i tempi, dando anche modo alle diverse anime della maggioranza di trovare un equilibrio. La sentenza della Cassazione di oggi si riferisce ad un omicidio avvenuto a Roma, nella zona di Cinecitta’ nel 2015, quando Umberto Stregapede, 35 anni, aveva ucciso il cognato, Stefano Petroni, con 31 coltellate. In primo grado era stato condannato a 12 anni, col rito abbreviato. La Corte d’Assise d’Appello di Roma aveva invece quasi dimezzato la condanna a 6 anni, 2 mesi e 20 giorni, non riconoscendo l’invocata legittima difesa, ma dando il massimo peso all’attenuante della provocazione. Stregapede sosteneva che il suo intento non fosse affrontare il cognato, ma solo quello di mediare tra lui e la propria famiglia: lo aveva affrontata disarmato al solo fine di farlo ragionare e di dissuaderlo da azioni aggressive. Invece per i giudici, aveva “liberamente scelto” di affrontarlo, senza essere spinto dalla necessita’ di difendere i propri familiari, che erano in casa, “implicitamente accettando qualunque conseguenza”. La vittima aveva con se’ un coltello, che e’ stato poi usato da Stregapede per l’omicidio: “avrebbe potuto raccoglierlo e limitarsi a brandirlo – concludono i giudici – invece di utilizzarlo”.
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