‘La vita cambiata’, 11 maggio, compagnia Artenauta Teatro, regia Ronga, direzione artistica Tortora. Un omaggio a Pirandello, o meglio, un nuovo lavoro ‘pirandelliano’. Immaginate di prendere tre abiti, tagliarli e con alcune parti di essi farne un altro: è un abito nuovo.
‘Uno nessuno e centomila’, ‘il figlio ritrovato’ e ‘sei personaggi in cerca d’autore’ – zac zac, cuci cuci – : ‘la vita cambiata’.
Come palliettes l’immaginario di Pasolini in ‘uccellacci uccellini’, una struggente riproduzione de ‘la pietà’ michelangelesca, ‘la tempesta’ di greenaway. Un’opera nuova, onirica, colta. Bella da ‘guardare’ attenti.

Parlarne vuol dire farsi domande con le quali le letture attente di Pirandello ci hanno già messo a confronto.
Il sipario si apre sulle madri, luttuose, alla ricerca del proprio figlio, perso o scambiato non conta poi granché.
Sono tutte identiche le madri in scena, nere e velate, perché la maternità realizzata e poi incompiuta ha un solo volto, quello della mutilazione, della sottrazione di sé. E le si vede gridare, cercare e recriminare, con la rabbia che solo una madre sa provare.
Arrabbiate con chi? Col ‘capocomico’ o – per me – il sarto, che aiuta lo spettatore ad orientarsi, con la sua bombetta e la margherita d’ordinanza all’occhiello. Chiede quale storia possa mai essere quella di una mamma che come in una nenia cerca il figlio. E verrebbe da alzarsi e rispondergli che non c’è storia più raccontabile di quella di un abbandono, chiunque sia l’abbandonato o la ragione per cui.
Si slitta, fluidi in ‘sei personaggi in cerca d’autore’ con un Totti Pacileo quasi Pasoliniano e in ‘uno nessuno e centomila’ con una sensualissima Patrizia Fedele.
Ed eccoci a quelle domande a cui Pirandello non seppe rispondere e nemmeno noi: quelle sull’identità.
Con una scenografia mefistofelica ed agitata, meglio ‘agitosa’, un uomo con la tuba e una donna in rosso, netti, ci parlano di noi, di chi siamo, di come appariamo e come sembriamo.
Parentesi: Il pubblico del teatro dovrebbe andare a teatro in pigiama secondo me certe volte, per non trovarsi ‘fregato’ da queste domande. O indossare le maschere bianche con cui ricompaiono Le Madri.
Bianche come l’abito del Luigi Pirandello che rincontra la madre. Entra in scena, ‘creato’ e disperato, si inginocchia a questa madre della cui morte non si fece (realmente) mai una ragione. Se Pirandello fosse stato una donna, avrebbe avuto le stesse sonorità delle Madri. E lei, la sua mamma, con la stessa voce delle nostre stavolta, è contenitiva, balsamica, consolatrice e consolata.

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Sipario.

Una bella emozione, perché tutte le volte che ci si chiede chi siamo?, ricordiamo una madre -la nostra -, e tutte le volte che a una donna chiedi ‘ lei chi è?’-se madre – ti risponderà: ‘sono una mamma’.
E se ci domandiamo perché siamo come siamo nel mondo, quanto ci tradiamo o quando siamo fedeli a noi stessi, ci sarà sempre quel filo rosso che a principio era il cordone ombelicale.
E se siamo ‘centrati’ o in cerca di una identità, se siamo compiacenti o irresponsabilmente noi stessi sempre, se siamo immaginabili o reali, se la nostra storia è degna di essere messa in scena dal capocomico di turno, la risposta è tutta nel momento in cui la domanda ce la facciamo.
Nel momento in cui, come madri o come figli, a quel legame ci inginocchiamo. E poi ci rialziamo e andiamo via a scrivere la nostra di vita, reale o immaginaria che sia.

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Ringraziando i padri che ci hanno fatto con quelle donne.
(Isabella Tramontano)

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