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Napoli-Bodo, Allegri non fa sconti: «Troppi errori, siamo fragili nella nostra metà campo»

Il Napoli vince, convince a tratti e conquista tre punti preziosi in Champions League, ma Massimiliano Allegri non nasconde le preoccupazioni per le lacune difensive mostrate nel 4-3 contro il Bodo Glimt. Al termine della sfida europea, il tecnico azzurro analizza gli errori della squadra e individua nella gestione del pallone nella propria metà campo uno degli aspetti più urgenti da correggere.

«Abbiamo sbagliato molte situazioni a inizio partita. Quando siamo vicini alla nostra area, passano dei palloni troppo semplici al centro», ha dichiarato Allegri ai microfoni di Sky Sport, sottolineando le difficoltà incontrate dai suoi uomini nel contenere le iniziative avversarie.

Tra le note positive della serata c’è Kevin De Bruyne, per il quale l’allenatore ha immaginato un ruolo particolarmente importante nella costruzione del gioco. «È un giocatore straordinario, gli ho detto che si divertirà molto a giocare davanti alla difesa», ha spiegato il tecnico, evidenziando la possibilità di valorizzare le qualità del belga in una posizione centrale.

Allegri ha poi fatto il punto sulle condizioni fisiche della rosa, soffermandosi anche su Anguissa e McTominay. «Anguissa era fermo da due mesi e ha fatto 60 minuti, McTominay ha fatto doppietta ma non è ancora il vero Scott. Altri devono trovare la condizione», ha affermato, ricordando come diversi elementi siano ancora alla ricerca della migliore forma.

Il successo contro i norvegesi, dunque, non cancella le criticità. Per Allegri, soprattutto quando la squadra si abbassa e difende vicino alla propria area, diventa fondamentale limitare le linee di passaggio centrali e aumentare la capacità di intercettare i palloni avversari.

«Sul blocco basso non possiamo far passare troppe palle dentro, bisogna lavorare sugli intercetti», ha ribadito l’allenatore, richiamando anche le occasioni in cui il Napoli ha sbagliato le scelte nell’ultimo passaggio contro Venezia, Fiorentina, Inter e Como. La diagnosi del tecnico è netta e non lascia spazio a interpretazioni: «La sensazione è quella che quando siamo nella nostra metà campo siamo fragili».

Napoli, McTominay dopo il Bodo: «Vittoria importantissima. De Bruyne è un giocatore incredibile»

Scott McTominay si gode la vittoria del Napoli contro il Bodo Glimt, ma non perde di vista gli aspetti da migliorare. Dopo il successo per 4-3 in Champions League, impreziosito dalla sua doppietta, il centrocampista scozzese sottolinea l’importanza dei tre punti e rilancia le ambizioni della squadra, spendendo parole di grande stima per Kevin De Bruyne.

«Ho iniziato un programma di recupero per la mia forma e voglio aiutare la squadra. È stata una bella partita da guardare per tutti gli appassionati di calcio, ma domani guarderemo anche quello che abbiamo sbagliato», ha dichiarato McTominay ai microfoni di Sky Sport al termine della sfida.

Una vittoria spettacolare, dunque, ma anche una prestazione che lascia spunti di riflessione. Il Napoli ha trovato la forza di imporsi in una gara combattuta fino all’ultimo, senza però riuscire a evitare momenti di difficoltà, soprattutto sul piano difensivo. Per lo scozzese, la priorità resta il risultato, accompagnato dalla consapevolezza di dover lavorare sugli errori.

«L’importante è aver portato a casa il risultato», ha aggiunto il centrocampista, protagonista assoluto della serata con due reti che hanno contribuito in maniera determinante al successo azzurro.

McTominay ha poi riservato parole importanti a De Bruyne, esaltandone la condizione e il contributo alla manovra: «È un giocatore incredibile. È in ottima condizione e sta facendo bene. Abbiamo un ottimo centrocampo, dobbiamo cercare di sfruttare le sue e le nostre qualità».

Un messaggio chiaro: il Napoli può contare su un reparto ricco di talento e deve imparare a valorizzarlo al massimo. La vittoria contro il Bodo Glimt rappresenta un passo importante nel percorso europeo, ma per McTominay la crescita passa anche dalla capacità di correggere le disattenzioni e trasformare il potenziale della squadra in continuità di rendimento.

Il Napoli ritrova il sorriso in Europa: Bodø/Glimt battuto 4-3, primi tre punti in classifica

Il Napoli soffre, incassa due reti e rischia nel finale, ma alla fine porta a casa una vittoria pesantissima. Al termine di una sfida ricca di emozioni, gli azzurri superano il Bodo Glimt per 4-3 e conquistano i primi tre punti stagionali in Champions League. A fare la differenza è soprattutto Scott McTominay, autore di una doppietta e protagonista assoluto della serata europea.

L’avvio dei partenopei è fulminante. Dopo meno di un minuto, Spinazzola pennella un cross dalla sinistra e Politano, con un preciso mancino al centro dell’area, batte Haikin e porta subito avanti i padroni di casa. Il Napoli continua a spingere e sfiora il raddoppio al 12′, quando Di Lorenzo impegna il portiere avversario con una conclusione dalla distanza. Al 24′ è ancora Haikin a salvare il Bodo Glimt, chiudendo lo specchio a Lang dopo una splendida giocata di De Bruyne.

Il dominio azzurro, però, non basta a mettere al sicuro il risultato. Al 27′ gli ospiti trovano il pareggio: Auklend serve Fet, che allarga sulla sinistra per Hauge. Il norvegese calcia di prima intenzione e infila Meret con un destro millimetrico nell’angolino.

Il Napoli accusa il colpo, ma riesce a riportarsi avanti prima dell’intervallo. Al 41′ De Bruyne trova il corridoio giusto per Lang, che lascia intelligentemente scorrere il pallone favorendo l’inserimento di McTominay. Lo scozzese calcia di destro, trova anche una deviazione difensiva e firma il 2-1, primo gol stagionale con la maglia azzurra.

Nella ripresa il Bodo Glimt torna in campo con coraggio e prova subito a mettere in difficoltà la squadra di Allegri. Al 10′ Blomberg spreca una buona occasione di testa, mentre al quarto d’ora è McTominay a sfiorare la doppietta, centrando il palo con una conclusione ravvicinata dopo un recupero e un assist di De Bruyne.

Il pareggio ospite arriva al 17′. Fet pesca Helmersen in area e l’attaccante, approfittando di una marcatura troppo permissiva di Spinazzola, si gira sul sinistro e batte Meret con un rasoterra preciso. Il 2-2 riapre completamente la partita e costringe il Napoli a reagire nel momento più complicato.

A togliere gli azzurri dai guai è ancora McTominay. Al 30′ Politano disegna dalla destra un cross perfetto e lo scozzese svetta più in alto di tutti, firmando di testa il 3-2 e la sua seconda rete personale. Una giocata decisiva, che restituisce entusiasmo al Napoli e indirizza nuovamente la gara.

Due minuti più tardi arriva anche il quarto gol. Giovane, appena entrato, recupera il pallone a Sjøvold, si inserisce in area e mette al centro: la deviazione di Bjørtuft beffa il proprio portiere e regala ai partenopei il 4-2.

La partita, tuttavia, non è ancora finita. Allo scadere del recupero il Bodo Glimt accorcia le distanze con Fet, che ribadisce in rete a porta vuota dopo la traversa colpita da Bjørtuft. Il 4-3 riaccende per qualche istante la tensione, ma rappresenta l’ultima emozione della serata.

Il Napoli può così festeggiare una vittoria preziosa, pur con qualche campanello d’allarme sul piano difensivo. La doppietta di McTominay e le reti di Politano e della squadra norvegese nella propria porta consegnano agli azzurri tre punti fondamentali per il cammino europeo. Il prossimo appuntamento in Champions League è fissato per mercoledì 4 novembre, quando i partenopei faranno visita al Porto.

Napoli, agguato a Scampia: i killer uccidono Alessandro Uccello mentre rientrava nel carcere di Secondigliano

Napoli – Agguato mortale nel rione di Scampia: ucciso Alessandro Uccello, 57 anni, detenuto in regime di semilibertà mentre faceva rientro nel carcere di Secondigliano.

L’agguato è avvenuto tra via Bakù nei pressi dello chalet e via Roma. L’agguato è arrivato a meno di un mese dal ferimento del nipote del boss Arcangelo Abete.

I carabinieri indagano sul grave fatto di sangue avvenuto verso le 21 nel quartiere di Scampia nel quale è rimasto ucciso il pregiudicato Alessandro Uccello. Sul posto i soccorsi e le forze dell’ordine che hanno allertato il magistrato di turno. Gli operatori del 118 hanno provato a rianimare l’uomo, colpito al petto e al volto da diversi proiettili, ma i tentativi di rianimazione sono stati vani.

Nel frattempo sono in corso i rilievi e la zona è stata transennata. La vittima, secondo le prime ricostruzioni, affiancato dai killer non ha avuto scampo.

Uccello, originario di Marano di Napoli, nel 2017 in una udienza con rito abbreviato era stato condannato in primo grado a 16 anni di carcere per l’omicidio del 25enne Enrico Pezzella. Il giovane fu colpito da un proiettile alla testa dopo una lite in strada con i familiari dell’ex ragazza, il padre della ragazza ed Uccello, e morì alcuni giorni dopo il ricovero.

Napoli, cocaina dal carcere e debiti di gioco: la parabola di De Pasquale costretto a pentirsi per salvarsi

Napoli – Dal brokeraggio della droga in cella al pentimento per scampare alla morte: la parabola di Emanuele De Pasquale scuote la camorra napoletana. L’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Tribunale di Napoli a carico di nove persone svela i retroscena di un imponente traffico di cocaina gestito direttamente dall’interno delle strutture carcerarie.

Al centro dell’inchiesta la figura di Emanuele De Pasquale, detto “EDP”, ex organizzatore del traffico per conto del clan Troncone di Fuorigrotta e oggi pentito. Le sue dichiarazioni da collaboratore di giustizia hanno gettato luce sulle inquietanti alleanze trasversali tra i principali cartelli criminali della Campania e su una fitta rete di spaccio.

Il doppio ruolo di De Pasquale: broker e vittima d’estorsione

Nel corso delle indagini è emerso come De Pasquale era contemporaneamente indagato per traffico di stupefacenti e persona offesa per estorsione aggravata dal metodo mafioso.

Nonostante fosse detenuto in regime di Alta Sicurezza presso la Casa Circondariale di Siracusa, il pregiudicato – diventato poi collaboratore di giustizia – era riuscito a trasformare la propria cella in una centrale operativa di brokeraggio.

Utilizzando smartphone contrabbandati all’interno della struttura, l’indagato acquistava ingenti partite di cocaina da altri storici esponenti della camorra campana, anch’essi detenuti, per poi coordinare la successiva rivendita e spaccio nelle ‘piazze’ dell’area flegrea, attraverso i suoi intermediari esterni.

Il baratro della ludopatia e il debito di gioco

Il meccanismo criminale apparentemente perfetto si è inceppato a causa di una grave vulnerabilità di De Pasquale: la dipendenza dal gioco d’azzardo.

I proventi dello spaccio, che sarebbero dovuti servire a saldare i debiti per le forniture di droga, venivano invece sistematicamente dirottati e persi in scommesse clandestine, portando il pregiudicato ad accumulare un debito complessivo di 49.000 euro con i suoi stessi fornitori all’ingrosso.

Nei verbali del 3 marzo 2026, il collaboratore di giustizia descrive l’inizio del suo declino economico e criminale e la decisione di puntare, ulteriormente, sulle scommesse per ripianare i debiti con i fornitori, ma questo meccanismo aggrava ancora di più la sua situazione economica e aumenta la platea dei ‘creditori’ insoddisfatti: “Nel mese di ottobre 2025, quando mi trovavo ristretto nel carcere di Siracusa, tramite un sito puntocom feci delle scommesse… – racconta il pentito -. Le scommesse andarono male e persi all’incirca 8.000 euro. All’inizio non accettai, ma siccome avevo il debito di gioco di cui ho parlato prima… alla fine decisi di cominciare a fare affari con Emanuele D’Agostino”.

Ben presto, l’illusione di risanare le finanze personali si trasforma in una vera e propria trappola. Per pagare i vecchi creditori, De Pasquale apre contemporaneamente nuovi canali di rifornimento dello stupefacente con esponenti dei clan Mazzarella, Gionta e Ferrara-Cacciapuoti, finendo per scommettere nuovamente anche i nuovi ricavi: “I soldi che guadagnavo tramite lo stupefacente, li rigiocavo – racconta -. Preciso che non giocavo nei siti punto com ma giocavo in una sala tramite Gennaro (Gennaro Votivo, ndr). Gennaro, su mio ordine, tratteneva i guadagni e andava a giocare le scommesse. Ero entrato in un meccanismo senza uscita, perché pur di ripagare i fornitori mi trovavo costretto continuamente ad acquistare altra sostanza”.

I tentacoli all’esterno: la rete dei giovani intermediari a Fuorigrotta

I canali di approvvigionamento aperti in carcere necessitavano di braccia operative stabili nelle strade dei quartieri di Napoli per concretizzarsi in profitto. Pur trovandosi detenuto a Siracusa, De Pasquale manteneva il controllo militare delle piazze flegree delegando l’esecuzione materiale delle consegne a due fidatissimi intermediari sul territorio. Nei verbali illustrativi, il pentito fa nomi e cognomi, tracciando la mappa logistica dello spaccio a Fuorigrotta: “All’esterno del carcere avevo due persone che si occupavano per conto di mio di ciò: L. P. (minorenne per il quale procede il Tribunale per i minorenni, ndr), e un tale Gennaro di ventiquattro anni”.

Gli intermediari all’esterno del carcere consentivano a De Pasquale di agire da vero e proprio broker a distanza. Era lui a tessere i fili, a stabilire i contatti e a ordinare i movimenti della droga tramite lo smartphone che si era procurato in cella, riducendo gli emissari a puri esecutori di ordini impartiti da dietro le sbarre: “Siccome avevo il telefono in carcere, quando D’Agostino mi faceva portare la cocaina a Fuorigrotta, io chiamavo queste persone e le mandavo a ritirare la sostanza. Loro, all’inizio, consegnavano direttamente la droga ai miei acquirenti”.

I riscontri investigativi coordinati dalla Polizia Penitenziaria e dai Carabinieri hanno confermato che i due intermediari –  L. P. e Gennaro Votivo – si muovevano come pedine fisse nello scacchiere flegreo. Votivo, in particolare, aveva il compito specifico di effettuare il prelievo, lo stoccaggio e il trasporto dello stupefacente (fino a 800 grammi per volta), provvedendo alla consegna al dettaglio in zone nevralgiche del quartiere, tra le quali l’area circostante lo Stadio Maradona e la Caffetteria degli Azzurri.

“Un problema dentro e fuori”: il pestaggio in carcere e il disconoscimento del clan

Il sistematico inadempimento dei debiti fa scattare una violenta campagna estorsiva nei confronti di De Pasquale. I fornitori lanciano un duro ultimatum al pregiudicato: “Se non paghi avrai un problema dentro e fuori”, una minaccia esplicita di ritorsioni fisiche sia tra le mura del carcere sia nei confronti dei familiari a Fuorigrotta.

De Pasquale ricorda così quei momenti di massima tensione: “Cominciò tutto circa due o tre settimane fa. Spiegai loro la situazione e Luciano Barattolo non la prese bene… mi disse che avrei avuto il problema dentro e fuori se non avessi pagato. Da quel momento, anche gli altri cominciarono a temere che non avrei più pagato, perché si era sparsa la voce e avevo accumulato troppi debiti”.

Nel disperato tentativo di salvarsi, De Pasquale contatta tramite Instagram il proprio capoclan, Giuseppe Troncone, per cercare un aiuto e un’intermediazione, forte della storica vicinanza e alleanza, tra il clan Troncone e i Mazzarella: “Il venerdì precedente all’incontro con Luciano Barattolo, Ciro Terracciano e Giuseppe Damiano, avevo avvisato Giuseppe Troncone; gli parlai tramite instagram dicendogli che avevo un debito con quelle persone, che sono nostri amici”.

La reazione del boss è gelida. Giuseppe Troncone disconosce l’affiliato e sostiene che De Pasquale gli ha fatto fare  una “figuraccia”, a quel punto il boss dà il via libera agli altri clan per procedere alla punizione del broker.

La rete dei creditori capisce che De Pasquale è ormai isolato: “Domenico Cacciapuoti si mise in contatto con Giuseppe Troncone; la conversazione avvenne via telefono nella stanza di Domenico Cacciapuoti mentre io mi trovavo in saletta. Nella stessa stanza c’erano anche Gianfranco Leva, esponente del clan Licciardi, e Aniello Mosella, di Cavalleggeri d’Aosta. Tutti e tre parlarono con Giuseppe, il quale disse loro che non mi sentiva da giorni e che io gli avevo portato solo guai, quindi mi potevano pure uccidere o potevo buttarmi pentito, perché a lui non sarebbe interessato”.

Il macabro rituale della videochiamata di gruppo dopo il pestaggio punitivo in carcere

Ottenuto il formale “nulla osta” dal vertice criminale dei Troncone, la violenza dei creditori si è abbattuta ferocemente su De Pasquale all’interno del penitenziario. L’ordinanza ricostruisce un brutale pestaggio a calci e pugni, durante il quale il broker, è stato ferito anche una forbice.

Tuttavia, l’aspetto più inquietante e allarmante emerso dalle indagini riguarda la spettacolarizzazione mafiosa dell’aggressione, concepita per riaffermare il potere delle fazioni criminali persino in un regime di detenzione.

Subito dopo il pestaggio, infatti, i sodali hanno dato vita a una vera e propria videochiamata di gruppo per mostrare in tempo reale i segni della punizione inflitta a De Pasquale. I detenuti coinvolti hanno utilizzato i telefoni cellulari introdotti nel settore di Alta Sicurezza per provare l’avvenuta punizione e mostrare il sangue della vittima ai creditori dei clan.

Le indagini hanno fatto emergere come il pestaggio e le ferite riportate da De Pasquale siano stati deliberatamente mostrati in diretta video a tutti i capi che avevano stretto l’accordo economico, inclusi gli esponenti dei clan rivali esterni che fungevano da garanti e lo stesso capoclan Giuseppe Troncone, per garantire che la punizione fosse stata effettivamente inflitta e dimostrare la sottomissione del debitore. Un’ostentazione mafiosa che mirava a cementare l’omertà e a terrorizzare la vittima, al punto da spingerla a non farsi refertare in infermeria per le vistose lesioni subite.

Nel frattempo, all’esterno, la pressione psicologica legata al sanguinoso pestaggio sortiva l’effetto sperato: i familiari di De Pasquale venivano terrorizzati e costretti a consegnare una prima tranche di 6.450 euro nelle mani degli emissari dei gruppi criminali per saldare parte dei debiti contratti con l’acquisto dello stupefacente.

La svolta: la scelta di collaborare con la giustizia per sfuggire alla morte

Il pestaggio e la restituzione di parte del debito non fermano i creditori che a suon di minacce e di ultimatum cercano di riavere i soldi della vendita dello stupefacente. Il punto di non ritorno arriva quando a Emanuele De Pasquale viene dato un ultimatum: Se entro il 18 febbraio del 2026 non avesse pagato sarebbe morto.

A quel punto il pregiudicato compie una scelta decisiva per salvarsi la vita: si presenta presso l’Ufficio Matricola del carcere di Siracusa, consegna lo smartphone illecito e chiede di parlare con un magistrato per avviare il percorso di collaborazione con la giustizia e raccontare tutti i retroscena dell’attività di brokeraggio e spaccio nelle piazze flegree.

Protesta Tir, restano i blocchi in Campania a rischio i collegamenti con le isole: scaffali vuoti nei supermercati

Il governo sblocca 480 milioni di euro per l’autotrasporto e annuncia oltre 150 milioni di nuove risorse, ma la protesta dei camionisti non si ferma. La giornata di incontri a Milano, con il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini e il viceministro Edoardo Rixi, si chiude con un’apertura sul fronte economico, mentre gli autotrasportatori autonomi mantengono i presidi in diverse regioni del Sud in attesa di “proposte concrete” dal governo al prossimo incontro, in programma il 27 ottobre prossimo.

Mentre in diverse parti di Italia, come la Sicilia, gli autotrasportatori rimuovono i blocchi dopo l’incontro di oggi pomeriggio a Milano tra i rappresentanti della categoria e il Ministro dei Trasporti Matteo Salvini, in Campania tutto resta come era, in attesa dell’incontro della prossima settimana.

Restano dunque i blocchi dei camion ai caselli delle principali arterie autostradali, come l’A30 Caserta-Salerno e l’A1 Milano-Napoli, e nei principali snodi della logistica, come gli Interporti (Nola e Maddaloni-Marcianise) e le piattaforme delle aziende della grande distribuzione alimentare, situate nell’area industriale in particolare del casertano, tra Teverola e Carinaro. Il permanere del blocco comporta che nei prossimi giorni gli scaffali dei supermercati continueranno a svuotarsi, come già sta avvenendo dalla fine dello scorso weekend. Mancano, in particolare, prodotti ortofrutticoli provenienti dal Sud ma anche prodotti freschi come latte, yougurt, uova.

In Campania si rischia lo stop dei collegamenti dei traghetti con le isole

La protesta degli autotrasportatori contro caro-gasolio potrebbe influenzare anche i collegamenti marittimi nel Golfo di Napoli. Il rischio è lo stop ai traghetti verso Ischia e Procida. La compagnia Caremar ha chiesto a Prefettura di Napoli e Regione Campania un piano emergenziale per garantire i rifornimenti ed evitare lo stop delle navi da giovedì mattina. Le scorte di carburante per i traghetti potrebbero esaurirsi nelle prossime ore.

A Procida la benzina è quasi terminata e molti supermercati hanno gli scaffali vuoti. Disagi, intanto, anche sulla terraferma. Sono stati segnalati nel corso della mattinata rallentamenti al di fuori delle autostrade, nei pressi degli svincoli, a Nola, a Palma Campania, a Sarno e a Castel San Giorgio.

Stop per la giornata di oggi al mercato ortofrutticolo di Pagani, nel Salernitano, a causa della protesta. A Salerno, dove i tir nella tarda mattinata si sono ritrovati nella zona industriale della città, i blocchi stradali hanno determinato la chiusura dei centri comunali di raccolta di Arechi e Fratte, con possibili ripercussioni anche sul servizio di raccolta differenziata.

Gli autotrasportatori siciliani hanno sospeso la protesta in attesa che il Governo eroghi i fondi

Stamane dopo l’annuncio dello sblocco dei fondi i trasportatori siciliani hanno revocato il fermo, l’annuncio è arrivato dal Comitato Trasportatori Siciliani, precisando che le aziende resteranno in stato di agitazione fino a quando gli impegni assunti non si tradurranno in misure operative. Tra le richieste ancora da definire figurano le risorse per estendere di quattro mesi il credito d’imposta sul gasolio e i contributi per contenere i costi dei traghetti sullo Stretto di Messina.

Stamane c’è stato il primo confronto in Prefettura a Milano, tra il ministro Matteo Salvini e il sottosegretario Edoardo Rixi che hanno incontrato le associazioni nazionali di categoria: Fai, Anita, Assotir, Cna Fita, Confartigianato Trasporti, Fedit, Fiap, Trasporto Unito Fiap, Confcooperative, Legacoop Produzione e Servizi e Sna-Casartigiani.

Al termine del tavolo, Rixi ha annunciato lo sblocco dei 480 milioni di euro destinati a coprire le domande di credito d’imposta sul gasolio presentate fino al 30 agosto, rispetto ai 430 milioni inizialmente previsti. “Da oggi iniziamo a erogare i contributi”, ha sottolineato. Per settembre e ottobre il governo stanzierà altri 60 milioni di euro. Le risorse rientrano nel quadro degli interventi complessivi annunciati dall’esecutivo per sostenere il settore. Tuttavia, “la soddisfazione è solo parziale perchè i provvedimenti dovranno essere fatti ed essere pienamente operativi, in modo che le aziende possano vedere gli impegni da parte del governo”, ha detto Rixi al termine dell’incontro con le rappresentanze dell’autotrasporto.

Una multinazionale, una piccola concessionaria e la battaglia per pochi spiccioli: quando il servizio resta soltanto sulla carta

Una piccola concessionaria della provincia di Napoli, un importante gruppo europeo specializzato in servizi digitali per l’automotive e una controversia economica che, più che per le cifre, colpisce per l’insistenza con cui vengono richieste.

Al centro della vicenda c’è un servizio tecnologico che, secondo quanto racconta la concessionaria, non sarebbe mai stato realmente reso utilizzabile nelle modalità prospettate. Eppure, nonostante mesi di comunicazioni, richieste di assistenza e contestazioni, le pretese economiche sarebbero continuate, fino alla prospettazione del recupero crediti.

Una vicenda che lascia l’amaro in bocca, soprattutto per la sproporzione tra i protagonisti: da una parte una piccola realtà commerciale che cerca di lavorare in un settore sempre più difficile, dall’altra un grande operatore internazionale che continua a reclamare somme che, rispetto alle proprie dimensioni, appaiono modeste.

Il servizio non funziona? Arrivano altri tutorial

La concessionaria racconta di aver segnalato ripetutamente le difficoltà incontrate nell’utilizzo della piattaforma, in particolare nell’integrazione con il proprio sito internet, necessaria per mostrare automaticamente i veicoli disponibili.

Il problema, secondo l’azienda napoletana, non era la mancanza di volontà di utilizzare il servizio, ma l’impossibilità pratica di farlo funzionare come previsto.

Alle richieste di assistenza sarebbero seguiti soprattutto tutorial, istruzioni e procedure sempre più complesse, senza però arrivare a una soluzione concreta.

«Scusate, non riusciamo a utilizzare il vostro servizio. Potete aiutarci a farlo funzionare?»

È questo, nella sostanza, il contenuto delle richieste che la concessionaria sostiene di aver rivolto al fornitore.

La risposta che si sarebbe aspettata era un intervento risolutivo, non una successione di indicazioni tecniche che, secondo la sua ricostruzione, non hanno mai consentito di superare il problema.

Quei contratti digitali firmati senza poter leggere tutto

La vicenda solleva anche un’altra questione, spesso sottovalutata nei rapporti commerciali gestiti digitalmente: la completezza della documentazione contrattuale.

La concessionaria contesta l’esistenza di un vincolo biennale nei termini rivendicati dal fornitore e sostiene di non aver ricevuto documentazione sufficiente a verificarne l’effettiva accettazione.

Ma c’è una domanda ancora più generale.

Come può un cliente valutare consapevolmente ciò che sta sottoscrivendo se riceve soltanto le pagine destinate alla firma, mentre le condizioni e gli allegati richiamati nel contratto non gli vengono messi integralmente a disposizione?

Non basta che un documento richiami genericamente condizioni, clausole o allegati. È fondamentale che chi firma abbia avuto la possibilità di conoscerne il contenuto.

Questo non significa affermare che nel caso specifico vi sia stata un’irregolarità accertata, ma evidenziare un problema di trasparenza che merita chiarimenti, soprattutto quando da quelle condizioni deriverebbero obblighi economici di lunga durata.

Un anno pagato senza utilizzare il servizio

La concessionaria tiene a chiarire un punto fondamentale: non si tratta di voler evitare un pagamento, ma di pagare il giusto, per ciò che è stato concretamente fornito.

Secondo quanto riferito, l’azienda avrebbe già sostenuto il costo di un intero anno di servizio senza essere riuscita a utilizzarlo concretamente nelle modalità attese.

Un anno pagato, dunque, per una piattaforma che, nella ricostruzione del cliente, sarebbe rimasta sostanzialmente inutilizzata.

E allora la domanda nasce spontanea: non dovrebbe essere già questo un motivo sufficiente per aprire un confronto serio e cercare una soluzione commerciale?

Invece, racconta la concessionaria, sarebbero proseguite le richieste economiche, accompagnate dalla prospettazione di azioni di recupero del credito.

Naturalmente, il mancato utilizzo di un servizio non elimina automaticamente gli obblighi contrattuali. Ma quando vengono contestate anche le condizioni della sua effettiva erogazione, sarebbe ragionevole affrontare prima il problema nel merito.

Fare cassa sulle piccole imprese? Una scelta che fa rabbia

Ed è qui che la vicenda assume un significato che va oltre una semplice contestazione commerciale.

In un momento particolarmente difficile per il settore automobilistico, nel quale piccoli concessionari e rivenditori indipendenti combattono quotidianamente con margini ridotti, costi crescenti e un mercato complesso, fa rabbia anche soltanto pensare che un grande operatore possa privilegiare il recupero di importi modesti rispetto alla soluzione dei problemi segnalati da un cliente.

Per una multinazionale si tratta di cifre presumibilmente marginali. Per una piccola attività commerciale, invece, sono risorse sottratte al lavoro quotidiano, agli investimenti e alla sopravvivenza dell’impresa.

Un fornitore che si presenta come partner delle concessionarie dovrebbe dimostrare di esserlo soprattutto quando qualcosa non funziona, non soltanto quando arriva il momento di emettere una fattura.

La concessionaria napoletana sostiene di aver già pagato un anno senza ottenere l’utilizzo concreto del servizio che si aspettava. E oggi si ritroverebbe ancora a dover rispondere a nuove richieste economiche.

Non pretende, almeno nella ricostruzione che ci ha fornito, servizi gratuiti o trattamenti di favore. Chiede semplicemente che venga riconosciuta la differenza tra un servizio effettivamente reso e uno rimasto, nei fatti, inutilizzabile.

Perché pagare il giusto è un dovere. Ma pretendere altri soldi senza aver prima risolto le contestazioni di un cliente non è certo il modo migliore per dimostrare di essere un partner affidabile.

La nostra redazione resta disponibile a raccogliere e pubblicare la versione dell’operatore tecnologico coinvolto, auspicando che la controversia possa trovare una soluzione equilibrata, prima ancora che giudiziaria.

Caivano, operaio morto dopo la caduta da un capannone: il Consiglio regionale sarà parte civile

Proseguono le iniziative per fare luce sulla morte di Salvatore Calignano, l’operaio di 61 anni deceduto in ospedale il 3 ottobre dopo essere caduto da un capannone a Caivano, in provincia di Napoli. La famiglia ha incontrato oggi, negli uffici del Consiglio regionale al Centro Direzionale di Napoli, la presidente della IV Commissione speciale Assunta Panico. Al termine del confronto è stata confermata la volontà dell’assemblea campana di costituirsi parte civile nel futuro processo.

Alla riunione hanno partecipato la moglie e la figlia della vittima, assistite dagli avvocati Francesco Petruzzi e Giovanni Rea, oltre al consigliere regionale Carlo Ceparano. Nel corso dell’incontro sono state delineate le prossime azioni da intraprendere per approfondire le circostanze della tragedia e chiarire eventuali responsabilità.

Tra le iniziative annunciate dalla presidente Panico e dai familiari c’è la presentazione di un interpello all’Inail e all’Ispettorato del Lavoro, con l’obiettivo di conoscere la posizione dei due enti rispetto all’incidente mortale.

Al centro dell’attenzione anche la tempistica della registrazione del contratto di lavoro di Calignano. Secondo quanto emerso dalle indagini, infatti, la registrazione sarebbe avvenuta dopo l’incidente. La normativa consente che tale adempimento venga effettuato anche a distanza di un mese dall’inizio dell’attività lavorativa: un aspetto che dovrà essere esaminato per ricostruire con precisione la posizione lavorativa dell’operaio al momento della caduta.

La morte di Calignano riporta così l’attenzione sulla sicurezza sul lavoro e sulla necessità di chiarire ogni elemento relativo alle condizioni in cui operava il 61enne. La famiglia attende risposte, mentre gli approfondimenti annunciati puntano a definire il quadro degli adempimenti e delle eventuali responsabilità legate alla tragedia.

Napoli, protesta a Santa Chiara contro lo sfratto di un 76enne malato di cancro

Protesta nella basilica di Santa Chiara, a Napoli, contro lo sfratto di Carlo, un uomo di 76 anni malato di cancro che rischia di perdere la casa in cui vive da quattro decenni. Gli attivisti del Movimento per il diritto all’abitare hanno manifestato davanti all’altare, esponendo striscioni e cartelli contro l’iniziativa attribuita all’Ordine dei frati minori francescani, indicato dai manifestanti come proprietario dell’immobile.

Su un grande drappo è comparsa la scritta: «San Francesco non sgomberava, no allo sfratto di Carlo». Un messaggio diretto ai frati, accompagnato dalla richiesta di sospendere la procedura e riaprire il confronto sulla situazione dell’anziano.

Alla protesta hanno partecipato anche abitanti del quartiere Materdei. Alcuni manifestanti, insieme a Carlo, si sono incatenati davanti all’altare maggiore per richiamare l’attenzione sulla vicenda.

«Abito in quella casa da 40 anni ed ho sempre pagato regolarmente l’affitto. Ho bisogno di cure e non so dove potermi trasferire», ha raccontato il 76enne, spiegando le difficoltà legate alla possibilità di trovare un’altra sistemazione mentre affronta la malattia.

Il Movimento per il diritto all’abitare sostiene che i tentativi di mediazione avviati finora con il supporto della Curia non abbiano prodotto risposte concrete. «Noi siamo qui per chiedere all’Ordine di sospendere ogni procedura di sfratto», ha dichiarato uno dei manifestanti.

La protesta riporta al centro il tema dell’emergenza abitativa e delle difficoltà affrontate dalle persone fragili che rischiano di perdere la propria abitazione. Gli attivisti chiedono ora un intervento che consenta di riaprire il dialogo e individuare una soluzione per Carlo, evitando che l’uomo si ritrovi senza una casa in cui vivere durante le cure.

Salerno, un sacerdote al presidio dei tir: don Mimì Tropiano benedice gli autotrasportatori

Una benedizione per gli autotrasportatori in protesta contro il caro-carburante e il costo della vita. Nel Salernitano, don Mimì Tropiano, parroco di Tardiano di Montesano sulla Marcellana, ha raggiunto il presidio dei camionisti allo svincolo di Padula-Buonabitacolo, lungo l’autostrada A2 del Mediterraneo.

Il sacerdote si è fermato accanto ai manifestanti per impartire loro una benedizione, in un gesto di vicinanza e solidarietà verso una categoria che sta portando avanti la mobilitazione contro l’aumento dei costi.

La scena è stata ripresa in alcuni video, diffusi sui social e rilanciati da diverse testate online locali. Le immagini mostrano il parroco al fianco degli autotrasportatori impegnati nel presidio, diventando una testimonianza del sostegno ricevuto dai manifestanti sul territorio.

La protesta nel tratto salernitano si inserisce nella mobilitazione più ampia contro i rincari dei carburanti e delle materie prime, che coinvolge autotrasportatori e altri operatori economici. La presenza di don Tropiano ha aggiunto al presidio un momento simbolico di solidarietà, portando l’attenzione anche sulle difficoltà affrontate da chi lavora ogni giorno nel settore dei trasporti.

Accoltella il marito durante una lite nel Beneventano: arrestata una donna di 55 anni

Una lite tra coniugi degenerata in un accoltellamento. È accaduto durante la notte a Pago Veiano, in provincia di Benevento, dove un uomo è stato ferito all’addome e al torace e ricoverato in gravi condizioni. Per l’episodio è stata arrestata la moglie, una donna di 55 anni originaria della Polonia, con l’accusa di tentato omicidio.

Secondo le prime informazioni, la discussione tra i due sarebbe diventata progressivamente più accesa, fino a quando la situazione è sfuggita al controllo. Nel corso della lite, la donna avrebbe colpito il marito con una lama, provocandogli ferite in diverse parti del corpo.

A lanciare l’allarme sono stati i soccorsi, intervenuti sul posto con un’ambulanza del 118. I sanitari hanno prestato le prime cure all’uomo e lo hanno trasferito all’ospedale «San Pio» di Benevento.

Le sue condizioni sono state giudicate gravi, ma, secondo quanto riferito, non sarebbe in pericolo di vita. La donna è stata arrestata con l’accusa di tentato omicidio. Sulla vicenda sono in corso gli accertamenti dei carabinieri, impegnati a ricostruire con precisione la dinamica dell’accaduto e le circostanze che hanno portato all’aggressione.

Carburanti alle stelle, Irpinia in tilt: tir e agricoltori bloccano l’A16 per il terzo giorno di fila

Lunghe code al casello di Avellino Est, centinaia di tir fermi e scaffali sempre meno forniti nei supermercati. La protesta di autotrasportatori e agricoltori irpini contro il caro carburanti e l’aumento delle materie prime prosegue per il terzo giorno consecutivo, con pesanti ripercussioni sulla viabilità e crescenti preoccupazioni per gli approvvigionamenti.

Anche nella mattinata di oggi, martedì 20 ottobre, centinaia di mezzi pesanti si sono fermati sulla corsia di emergenza della rampa che conduce al casello dell’A16 Napoli-Canosa, ad Avellino Est. La mobilitazione ha provocato lunghe code, che hanno interessato anche il tratto autostradale in direzione Napoli.

La protesta arriva dopo lo sciopero del 10 ottobre. Domenica scorsa e ieri mattina, agricoltori e autotrasportatori si erano già ritrovati nei pressi del casello di Avellino Ovest e lungo la variante 7 bis, portando avanti la mobilitazione contro i costi crescenti che gravano sulle rispettive attività.

Un’iniziativa analoga si è svolta in mattinata anche nei pressi del casello autostradale di Grottaminarda, a conferma di una protesta che coinvolge diversi punti strategici della viabilità irpina.

Alle difficoltà negli spostamenti si aggiungono i primi segnali di sofferenza sul fronte delle forniture. Nei supermercati della provincia cominciano a scarseggiare alcuni prodotti di prima necessità, in particolare frutta e carne. Nelle aree di servizio, intanto, si registrano lunghe file di automobilisti in attesa di fare rifornimento.

La mobilitazione mette così in evidenza le conseguenze dei rincari su trasporti, agricoltura e distribuzione alimentare, mentre resta alta l’attenzione sull’evoluzione dei disagi e sulla tenuta della catena dei rifornimenti.

Droga nascosta in una cassetta: due arresti a Ponticelli

Gli uomini e le donne in divisa hanno messo a segno un intervento mirato nel quartiere Ponticelli. Durante i controlli, gli agenti del Commissariato hanno ispezionato l’abitazione delle due indagate e hanno trovato materiale utile al confezionamento di sostanze stupefacenti. In particolare, all’interno di una cassetta utilizzata per l’accensione della luce della camera da letto, sono stati rinvenuti 56 involucri di cocaina, per un peso complessivo di circa 10 grammi.

Le due donne, rispettivamente di 50 e 43 anni e con precedenti di polizia, sono state tratte in arresto dai personale operante per detenzione illecita finalizzata allo spaccio. L’operazione rientra nei servizi predisposti dal Commissariato di Ponticelli per contrastare il traffico di droga nel territorio.

Camorra, la mappa dei clan che controllano il business dei telefonini nelle carceri

Napoli -Una confederazione criminale in cella: la fine delle vecchie faide per il profitto. Quando la cocaina e i debiti azzerano le distanze tra le cosche. E’ questo in sintesi quello che emerge leggendo e analizzando le pagine dell’ordinanza cautelare firmata dal gip Antonino Santoro e che oggi ha svelato il patto criminale con 13 indagati e 9 ordinanze cautelari.

Le indagini e le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Emanuele De Pasquale offrono uno spaccato inquietante e per certi versi inedito delle dinamiche di detenzione all’interno delle carceri di massima sicurezza, in primis nella Casa Circondariale di Siracusa (Cavadonna).

Qui, nei reparti di Alta Sicurezza (AS3), detenuti di primissimo piano appartenenti a organizzazioni camorristiche campane geograficamente distanti — e in alcuni casi storicamente contrapposte — riescono a bypassare i muri e le restrizioni grazie ai telefoni cellulari clandestini, mettendo in piedi una vera e propria holding trans-provinciale della droga.

Il carcere cessa di essere un luogo di isolamento o di scontro e si trasforma in una sorta di “camera di compensazione” degli interessi criminali: i debiti di gioco di un singolo broker innescano una reazione a catena che chiama in causa i vertici e gli emissari di mezza Campania, dimostrando come gli affari illeciti e la gestione dei flussi di cocaina prevalgano su ogni logica di fazione.

Il clan Troncone di Fuorigrotta e l’orbita Mazzarella: egemonia e disinteresse strategico

Al centro della vicenda giudiziaria c’è il Clan Troncone, radicato nel quartiere napoletano di Fuorigrotta e storicamente inserito nell’orbita del potente cartello dei Mazzarella. Guidato dal capoclan Giuseppe Troncone (detenuto a Milano Opera), il sodalizio si trova a gestire una crisi d’immagine e operativa a causa del proprio “organizzatore” interno, Emanuele De Pasquale.

I Mazzarella compaiono in modo massiccio nella filiera dei crediti attraverso figure di peso come Luciano Barattolo (di Forcella), Ciro Rosario Terracciano e Giuseppe Damiano (vicino ai De Luca-Bossa ma operativo nello stesso blocco). È proprio a loro che fa capo la fetta più grossa del debito (18.000 euro su 49.000 totali).

I Troncone, pur subendo il contraccolpo d’immagine (con il boss Giuseppe furioso perché il nome del clan è stato speso senza autorizzazione esponendolo alle procure), scelgono una linea spregiudicata: scaricare formalmente De Pasquale, autorizzare i creditori a procedere con la forza pur di ristabilire l’ordine e intervenire solo marginalmente per evitare che la tensione degeneri in una faida aperta tra clan fuori dalle mura.

I grossisti esterni e le alleanze trasversali: da Gionta agli Avventurato

Il mosaico si completa con l’inserimento di altri storici sodalizi campani che riforniscono il broker di Fuorigrotta di partite di cocaina (spesso dell’ordine del mezzo chilo alla volta) da piazzare nell’area flegrea e nel Rione Traiano:

Il clan Gionta di Torre Annunziata: Rappresentato in cella da Ciro Coppola (creditore per 11.000 euro), il quale si approvvigionava a sua volta dal Rione Traiano tramite i canali dei Sorianiello (la cosiddetta “99”) utilizzando l’applicazione criptata Signal. Coppola si distinguerà per la ferocia, partecipando in prima persona al pestaggio con le forbici ai danni di De Pasquale.

Il Clan Avventurato di Acerra: Presente con Emanuele D’Agostino (creditore per 7.000 euro), il quale non solo gestisce le forniture di stupefacenti a prezzi vantaggiosi ma estende il ricatto alle estorsioni e all’organizzazione logistica di truffe agli anziani nel Nord Italia, arruolando la compagna del broker e sodali locali.

Il Clan Ferrara-Cacciapuoti di Villaricca: Con Domenico Cacciapuoti (detto Mimmo ‘o Piccirillo, creditore per 13.000 euro), figura chiave che fa da tramite con i vertici e cerca di mediare l’utilizzo delle abilità truffaldine di De Pasquale per azzerare i passivi.

L’asse dei garanti: Licciardi e Giannelli nell’accordo punitivo

Il dettaglio forse più inquietante che emerge dall’ordinanza è il coinvolgimento di soggetti appartenenti a cartelli storicamente contrapposti ai Mazzarella e ai Troncone, come Gianfranco Leva (esponente dei Licciardi ed ergastolano della cupola dell’ Alleanza di Secondigliano) e Aniello Mosella (del clan Giannelli di Cavalleggeri d’Aosta).

Nonostante la contrapposizione storica all’esterno, Leva e Mosella partecipano attivamente alla videochiamata di autorizzazione con Giuseppe Troncone, agendo in veste di “garanti” dell’accordo punitivo. Lo stesso Aniello Mosella si spingerà fino a eseguire materialmente il pestaggio di De Pasquale in cella, riprendendo la scena in videochiamata di gruppo per mostrarla in tempo reale agli altri creditori collegati, a suggello di un patto d’affari che azzera ogni barriera territoriale o mafiosa.

I clan e i rispettivi esponenti coinvolti nell’indagine

Clan Troncone (Fuorigrotta, Napoli)
Giuseppe Troncone (capoclan e mandante/regista dei recuperi)
Emanuele De Pasquale (organizzatore, broker e pentito)
Gaetano Vaccaro (uomo di fiducia e collettore sul territorio)

Clan Mazzarella (Napoli centro / San Giovanni a Teduccio / Forcella)
Luciano Barattolo (fornitore e creditore)
Ciro Rosario Terracciano (intermediario e creditore)
Giuseppe Damiano (affiliato/gestore dei recapiti a Volla)

Clan Gionta (Torre Annunziata)
Ciro Coppola (fornitore, creditore e co-autore del pestaggio)

Clan Ferrara-Cacciapuoti (Villaricca)
Domenico Cacciapuoti (fornitore e mediatore dei debiti)

Clan Avventurato (Acerra)
Emanuele D’Agostino (fornitore, estorsore e organizzatore di truffe)

Clan Licciardi / Alleanza di Secondigliano
Gianfranco Leva (garante dell’accordo tra clan in carcere)

Clan Giannelli (Cavalleggeri d’Aosta)
Aniello Mosella (garante ed esecutore materiale delle violenze punitive)

VSP17MM: concorso per volontari in servizio permanente della Marina Militare (Ordinari) 2026

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Scadenza per candidarsi: 30 Ottobre 2026. È consigliabile completare la domanda con anticipo e verificare eventuali orari limite o aggiornamenti nella pagina ufficiale.

È in corso una procedura concorsuale nazionale per immettere volontari in servizio permanente nella Marina Militare nel 2026; l’offerta riguarda il Lotto VSP17MM Ordinari.

Di cosa si tratta

Si tratta di una procedura di concorso pubblico nazionale indetta dalla Marina Militare per l’immissione nei ruoli dei volontari in servizio permanente (VSP) nel comparto Marina Militare, per l’anno 2026. Il codice VSP17MM identifica il lotto specifico chiamato Ordinari: una delle suddivisioni utilizzate dall’istituzione per distinguere i gruppi di aspiranti e le modalità di reclutamento. L’etichetta non è una sigla di carriera, ma un riferimento operativo interno al bando.

Il bando ufficiale non esplicita in questa sintesi le funzioni e le mansioni precise che i volontari dovranno svolgere: l’esatto ordine di servizio e i compiti assegnati dipenderanno dalle esigenze operative della Marina Militare e dall’esito delle prove di selezione. In generale, i volontari in servizio permanente costituiscono un segmento del personale delle Forze Armate che, dopo la nomina, entra in servizio a tempo pieno e a carattere stabile, secondo le norme vigenti e i criteri stabiliti dal DPR e dalle leggi che regolano il reclutamento nel comparto Marina.

La figura professionale

Il profilo ricercato è quello di un volontario in servizio permanente della Marina Militare (VSP) nel 2026, lotto Ordinari. Si tratta di una figura che opererà all’interno delle strutture navali e operative del Corpo, con l’obiettivo di integrare il personale già esistente e supportare le attività istituzionali. Le attività concrete, i reparti di assegnazione e le responsabilità precise non sono elencate nel testo disponibile qui: tali dettagli compaiono nel bando ufficiale e nelle sedi di convocazione. È utile per chi cerca lavoro sapere che, come per altre immissioni di VSP, la selezione si fonda su requisiti di servizio, titoli e prove che variano in base al contingente e al ruolo specifico.

Requisiti

I requisiti di servizio sono indicati nel bando ufficiale e non sono specificati nel testo qui fornito. Chi è interessato dovrà verificare i requisiti esatti sul portale ufficiale della Difesa e nel bando di concorso: tali requisiti possono riguardare caratteristiche anagrafiche, idoneità psico-fisica, requisiti di cittadinanza, eventuali limiti di età e altre condizioni previste per l’accesso al comparto Marina Militare.

Contratto, posti e sede

Dal materiale disponibile non emergono il numero preciso di posti né la sede esatta di destinazione. Si tratta di una procedura nazionale, quindi i posti e le sedi verranno specificati nel bando definitivo e nelle comunicazioni di convocazione. In generale, i VSP entrano a far parte del personale delle Forze Armate attraverso un rapporto di lavoro a tempo pieno, con contratto pubblico e norme vigenti per l’immissione in servizio permanente; lo stipendio e i dettagli economici sono definiti dal contratto di lavoro del personale militare e dalle tabelle stipendiali, ma non sono indicati nel testo qui disponibile. Per una visione chiara dei requisiti economici, è fondamentale consultare il testo ufficiale.

Come funziona la selezione

Nel riepilogo fornito non è esplicato in modo dettagliato l’iter di selezione: è indicato che si tratta di un concorso pubblico nazionale. L’esatto processo—prove di titoli, prove d’esame, età minima, punteggi e modalità di convocazione—varia a seconda del bando e delle esigenze della Marina Militare. Per conoscere le fasi e la logistica della selezione, è necessario consultare il bando ufficiale e le comunicazioni sugli avvisi di convocazione che l’Ente emetterà nel tempo.

Scadenza e come candidarsi

Data ufficiale della scadenza: 30 ottobre 2026. Non è stata indicata un’orario specifico nei dati disponibili qui; l’orario e le modalità di presentazione della domanda saranno definiti nel bando ufficiale. La candidatura avviene attraverso il concorso pubblico indetto dalla Marina Militare; si dovrà seguire le indicazioni presenti sul portale concorsiDifesa.it e sulla pagina dedicata al concorso VSP17MM Ordinari. Dato che i dettagli operativi non sono ancora presenti in questa sintesi, è essenziale consultare la pagina ufficiale e il bando per le istruzioni precise: modalità di invio domanda, scadenze intermedie, eventuali certificazioni da allegare e l’elenco dei documenti richiesti.

Cosa controllare prima di inviare la domanda

  • Requisiti di servizio indicati nel bando: verificare se si soddisfano i limiti di età, cittadinanza, idoneità psico-fisica e eventuali requisiti specifici per il lotto Ordinari (VSP17MM).
  • Modalità di presentazione della domanda: indicazioni ufficiali sul portale Difesa, incluso dove inviare la domanda e quale file/documentazione allegare.
  • Prove di selezione: consultare il bando per conoscere le fasi (titoli, esami, prove pratiche) e i criteri di valutazione.
  • Documenti da preparare: titoli di studio, certificati di servizio (se richiesti), certificazioni di idoneità e qualsiasi documento rilasciato dall’amministrazione pubblica.
  • Scadenze intermedie e comunicazioni ai candidati: come restare aggiornati, eventuali convocazioni e notifiche.

In caso di lacune informative, rivolgersi alla pagina ufficiale del concorso o contattare gli uffici competenti della Marina Militare per confermare i requisiti, le fasi di selezione e la documentazione necessaria.

Riassumento: la procedura VSP17MM Ordinari è una procedura di reclutamento nazionale rivolta a soggetti interessati a entrare nel ruolo dei volontari in servizio permanente della Marina Militare. La data di scadenza è il 30 ottobre 2026, ma per i dettagli concreti su posti, sedi, prove e requisiti specifici, occorre fare riferimento al bando ufficiale pubblicato sul portale della Difesa e alle comunicazioni ufficiali della Marina Militare.

Fonte originale dell’offerta: Vai all’annuncio o bando ufficiale.

Napoli, in stato di ebbrezza alla guida: due patenti ritirate lungo la Tangenziale

La sicurezza stradale si prova sul campo con strumenti tecnologici e controlli mirati. Domenica, lungo la Tangenziale di Napoli, gli agenti della Polizia Stradale hanno utilizzato un laboratorio mobile fornito da Tangenziale di Napoli S.p.A. per contrastare la guida in stato di ebbrezza e l’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope.

L’operazione, centrata sulla barriera Astroni, ha visto l’ispezione di 43 veicoli e l’identificazione di 138 persone. Tra i controlli, due individui sono stati denunciati per risultare positivi a sostanze stupefacenti. Inoltre si registrano 14 violazioni del Codice della Strada, un veicolo sequestrato amministrativamente, un fermo amministrativo e il ritiro di due patenti di guida.

Il dispositivo, destinato a essere ripetuto, rientra in un programma di prevenzione e sicurezza stradale con l’obiettivo di ridurre gli incidenti e di stimolare comportamenti di guida responsabili tra gli utenti della strada.

La misura è parte di una strategia più ampia volta a tutelare chi utilizza le arterie cittadine e provinciali, con controlli periodici che combinano strumenti tecnologici e presidi di polizia.

Acerra, auto della preside danneggiata durante le proteste studentesche

Acerra – L’autovettura della dirigente scolastica del liceo Bruno Munari è stata danneggiata questa mattina, martedì 20 ottobre, durante una manifestazione studentesca svoltasi presso l’istituto. A condannare fermamente l’episodio è il prefetto di Napoli, Michele Di Bari, che ha assicurato la massima attenzione della Prefettura sulla vicenda.

«Quanto accaduto ad Acerra è un episodio di particolare gravità, che desta forte preoccupazione perché coinvolge un’istituzione scolastica, luogo di formazione, crescita e confronto, che deve essere sempre improntato ai valori del rispetto, della legalità e della convivenza civile», ha dichiarato il prefetto in una nota diffusa dalla Prefettura.

Indagini in corso

Sul punto sono già stati avviati gli accertamenti da parte delle forze di polizia, che operano «in stretto raccordo con l’Autorità giudiziaria». L’obiettivo, spiegano le istituzioni, è ricostruire compiutamente la dinamica dei fatti e individuare chi ha danneggiato l’auto della preside.

«Confido nel lavoro degli investigatori affinché si possa fare piena luce sull’accaduto e assicurare una risposta tempestiva ed efficace, nel pieno rispetto delle procedure e delle competenze degli organi inquirenti», ha aggiunto Di Bari.

La difesa della scuola

Il prefetto ha inoltre sottolineato che le istituzioni devono mantenere alta l’attenzione su ogni episodio capace di compromettere la sicurezza della comunità e di minare il ruolo della scuola, definita «presidio di legalità e luogo privilegiato di educazione al rispetto delle regole e delle persone».
L’episodio ha thus acceso i riflettori sul liceo Munari di Acerra, coinvolto nella giornata di mobilitazione studentesca.

Arzano, bonificata e consegnata alla città dopo 30 anni la ‘galleria della morte’

Dopo trent’anni di abbandono e degrado, la «galleria della morte» torna alla città di Arzano, finalmente liberata dalle tonnellate di rifiuti che nel tempo avevano trasformato l’area in una discarica abusiva. La consegna ufficiale dell’opera di bonifica segna un passaggio importante per il territorio, che si riappropria di uno spazio rimasto a lungo ferito dall’incuria e dall’emergenza ambientale.

L’intervento, che riguarda il collegamento tra Arzano e Secondigliano, viene presentato come una delle più grandi opere di bonifica del genere realizzate in Campania. Un risultato che punta a restituire decoro e condizioni di maggiore sicurezza a un’area diventata negli anni il simbolo di una situazione di degrado protrattasi troppo a lungo.

Dalla tragedia del 1996 alla bonifica

La conclusione dei lavori arriva a trent’anni dalla tragedia del 1996 e a sette anni dalla scoperta della discarica abusiva. Un arco temporale che racconta le difficoltà di risanare un luogo segnato da una vicenda dolorosa e da un progressivo accumulo di rifiuti.

Con la bonifica viene finalmente sanata una parte significativa di quella ferita, anche se la galleria conserva il valore simbolico di una storia che la comunità di Arzano non intende dimenticare. La restituzione dell’area rappresenta, al tempo stesso, un’occasione per guardare al futuro e rilanciare l’impegno per la tutela del territorio.

Istituzioni e forze dell’ordine alla cerimonia

Alla cerimonia di consegna hanno partecipato il generale Giuseppe Vadalà, del Commissariato per le bonifiche, il senatore Franco Silvestro e il sindaco di Arzano, Giuseppe Vitagliano. Presenti anche la comandante della Compagnia dei Carabinieri di Casoria, Valentina Bianchin, il comandante della locale Tenenza dell’Arma, Raimondo Semprevivo, e il comandante della Polizia locale, il colonnello Luigi Maiello.

Hanno preso parte all’iniziativa anche consiglieri e assessori comunali, la società GF Service, che ha eseguito l’intervento, rappresentanti dell’Esercito italiano e della Guardia di Finanza, oltre al direttore generale del Consorzio cimiteriale, Sabato Terracciano.

Una presenza istituzionale ampia, a testimonianza della rilevanza attribuita all’intervento e della necessità di una collaborazione tra amministrazioni, strutture operative e comunità locali per affrontare le criticità ambientali.

Silvestro: «Il recupero del territorio è possibile»

Il senatore Franco Silvestro ha espresso apprezzamento per il completamento della bonifica, sottolineando il valore dell’intervento anche sul piano della collaborazione istituzionale.

«La conclusione della bonifica rappresenta anche il segnale che il recupero del territorio è possibile quando istituzioni e comunità operano nella stessa direzione», ha dichiarato.

Un messaggio che richiama l’importanza di proseguire lungo la strada del risanamento ambientale e del recupero delle aree compromesse, affinché la restituzione degli spazi alla collettività sia accompagnata da una costante attenzione alla loro tutela.

Vitagliano: «Un nuovo inizio per Arzano»

Soddisfazione è stata espressa anche dal sindaco Giuseppe Vitagliano, che ha inserito la conclusione dei lavori nel più ampio percorso di rinnovamento avviato dall’amministrazione comunale.

«Le ferite del passato sono alle spalle e, con la consegna di questa opera, cominciamo a guardare al futuro con maggiore convinzione di potercela fare. Questo è solo uno dei passi di rinnovamento che la nostra amministrazione sta portando avanti. In un prossimo futuro ci saranno altre opere importanti che consegneremo alla città», ha affermato il primo cittadino.

La bonifica della «galleria della morte» diventa così un segnale concreto di cambiamento per Arzano: un intervento che chiude una lunga stagione di abbandono e apre una nuova fase, nella quale il recupero degli spazi pubblici e la salvaguardia ambientale saranno chiamati a tradursi in risultati duraturi per la comunità.

P.B.

Hashish nascosto in pacchetto di sigarette: pusher arrestato a Barra

Napoli – Nel pomeriggio di ieri, gli agenti del Commissariato San Giovanni-Barra hanno arrestato un 24enne con precedenti di polizia, anche specifici, per detenzione illecita di sostanze stupefacenti. Durante un normale servizio di controllo del territorio, gli ufficiali hanno fermato un’autovettura in via Mastellone

. L’esito operativo ha consentito di rinvenire 8 involucri di hashish, per un peso complessivo di circa 35 grammi, celati all’interno di un pacchetto di sigarette, insieme a 110 euro in contanti, suddivisi in banconote di diverso taglio. Il prevenuto è stato quindi tratto in arresto dal personale operante.

Google, i social prendono il posto dei siti web nei risultati di ricerca: chi ci guadagna e chi perde?

Sempre più contenuti pubblicati originariamente sui siti web compaiono su Google attraverso Instagram, Facebook e altre piattaforme social. Ma se il contenuto originale è liberamente accessibile, perché indirizzare gli utenti verso piattaforme che possono richiedere una registrazione? Una questione che riguarda la libertà di accesso all’informazione, la sopravvivenza degli editori e il potere degli algoritmi.

Da alcuni mesi, osservando i risultati di ricerca di Google, emerge un fenomeno che meriterebbe maggiore attenzione: la crescente presenza di contenuti provenienti dai social network, anche quando le stesse informazioni sono disponibili sui siti web che le hanno pubblicate originariamente.

Non si tratta semplicemente dell’indicizzazione di Facebook, Instagram, TikTok o altre piattaforme. Il problema nasce quando, cercando un determinato contenuto, Google propone tra i risultati il post pubblicato sul profilo social di un sito, mentre la pagina originale dello stesso sito risulta meno visibile o addirittura assente dalle prime posizioni.

È un fenomeno che, se confermato su larga scala, potrebbe avere conseguenze profonde non soltanto per l’editoria digitale, ma anche per il principio stesso di libero accesso alle informazioni.

Il paradosso del contenuto liberamente pubblicato

Facciamo un esempio concreto.

Immaginiamo che un sito di informazione, che chiameremo pippo.it, pubblichi un articolo di cronaca. Il contenuto è disponibile gratuitamente, non richiede un abbonamento e può essere letto da chiunque attraverso un normale browser, senza registrazioni o credenziali.

Come avviene ormai abitualmente, lo stesso editore condivide poi l’articolo sui propri canali Facebook, Instagram e altre piattaforme.

In passato, cercando su Google il titolo dell’articolo o alcune parole significative del testo, tra i risultati compariva generalmente la pagina originale del sito.

Oggi può accadere qualcosa di diverso: Google mostra il contenuto condiviso su Instagram o Facebook, mentre l’articolo originale viene relegato più in basso oppure non compare tra i primi risultati.

Il lettore clicca, convinto di poter consultare l’informazione cercata, ma si ritrova all’interno di una piattaforma social.

Ed è qui che nasce il vero problema.

Per leggere un’informazione pubblica serve un account privato?

Molte piattaforme social impongono limitazioni alla navigazione degli utenti non registrati.

Su Instagram, per esempio, alcuni contenuti pubblici possono essere visualizzati senza account, ma la navigazione può essere interrotta da richieste di accesso o registrazione. Le limitazioni variano in base al tipo di contenuto e alle modalità di consultazione.

In alcuni casi è possibile vedere soltanto una parte dell’informazione, in altri risulta difficile proseguire senza autenticarsi.

Il paradosso diventa evidente.

Un editore pubblica un contenuto sul proprio sito affinché chiunque possa leggerlo liberamente. Successivamente lo condivide sui social per aumentarne la diffusione.

Ma se Google privilegia, per una determinata ricerca, proprio la versione social rispetto alla pagina originale, il lettore potrebbe essere indirizzato verso un ambiente nel quale l’accesso è condizionato al possesso di un account.

Un contenuto nato per essere pubblico rischia così di diventare, nella pratica, meno accessibile proprio attraverso il motore di ricerca che dovrebbe facilitarne la scoperta.

E che cosa accade a chi non vuole iscriversi a Instagram, Facebook o TikTok? Deve rinunciare a leggere un’informazione che, sul sito originale, è disponibile gratuitamente?

La libertà di informazione passa anche dall’accesso anonimo

La questione non riguarda soltanto l’esperienza di navigazione.

Internet si è sviluppata anche grazie alla possibilità di consultare pagine e documenti pubblici senza dover necessariamente appartenere a una piattaforma privata.

Un sito web liberamente accessibile consente a chiunque di leggere un articolo indipendentemente dal possesso di un account social.

Diverso è il funzionamento degli ambienti chiusi o parzialmente chiusi, nei quali la consultazione può essere condizionata dall’autenticazione e dalle regole stabilite dal gestore.

È importante chiarire che non si tratta automaticamente di censura in senso giuridico: Google non impedisce necessariamente l’accesso al sito originale, né un risultato meno visibile equivale alla rimozione del contenuto.

Tuttavia, se l’accesso alle informazioni passa sempre più frequentemente attraverso piattaforme che richiedono registrazione, il rischio è quello di una limitazione concreta della loro accessibilità.

La libertà di espressione, infatti, non riguarda soltanto la possibilità di pubblicare qualcosa, ma anche la capacità delle persone di raggiungere e consultare ciò che viene pubblicato.

E un’informazione formalmente disponibile, ma difficilmente rintracciabile al di fuori dei social network, rischia di perdere una parte della propria funzione pubblica.

Perché Google mostra il social anziché la fonte originale?

Questa è probabilmente la domanda più importante, alla quale sarebbe interessante ricevere una risposta direttamente da Google.

Perché, quando uno stesso editore pubblica un articolo sul proprio sito e ne condivide il contenuto su Instagram o Facebook, il motore di ricerca può decidere di mostrare il risultato social anziché la pagina originale?

Google documenta da tempo l’esistenza di sistemi che selezionano e ordinano i risultati in base a molteplici segnali di pertinenza e utilità.

Tra questi figurano anche meccanismi per individuare contenuti duplicati o molto simili, con l’obiettivo di evitare risultati ripetitivi. Google spiega inoltre che la scelta dell’URL canonico tiene conto di diversi segnali, senza garantire che venga sempre selezionato quello preferito dall’editore.

Questo, però, non significa che Google consideri automaticamente una pagina Instagram e un articolo giornalistico come due documenti duplicati.

Le versioni social possono essere profondamente diverse dalla pagina originale, per struttura, testo e formato.

Il punto, quindi, rimane aperto: quali segnali portano in determinate circostanze un contenuto social a superare nei risultati la fonte che lo ha generato?

È il peso acquisito dai grandi domini social? È una diversa interpretazione dell’intento di ricerca? È una scelta legata al formato del contenuto o alla sua popolarità?

Oppure esistono altre dinamiche che gli editori non riescono a individuare?

Senza un’analisi sistematica delle ricerche e dei rispettivi posizionamenti, non sarebbe corretto attribuire il fenomeno a una specifica decisione deliberata di Google. Ma proprio per questo servirebbe maggiore trasparenza.

L’indicizzazione dei social è diventata sempre più importante

Un elemento concreto, intanto, esiste.

Dal 10 luglio 2025 Instagram ha ampliato le possibilità di indicizzazione dei contenuti pubblici appartenenti agli account professionali, aumentando le opportunità di comparsa di post, fotografie e video nei risultati dei motori di ricerca.

La direzione intrapresa da Google è diventata ancora più evidente nel 2026.

Il 29 luglio 2026, attraverso il proprio blog ufficiale, Google ha annunciato la disponibilità globale delle cosiddette proprietà della piattaforma in Search Console.

Si tratta di strumenti che consentono di monitorare il rendimento dei contenuti pubblicati su Instagram, TikTok, X e YouTube all’interno della Ricerca Google, di Discover e di Google News.

Un riconoscimento significativo del ruolo ormai assunto dai social network all’interno dell’ecosistema della ricerca.

Ma c’è una differenza sostanziale tra consentire ai social di comparire nei risultati e fare in modo che questi ultimi ottengano maggiore visibilità rispetto ai siti che producono originariamente le informazioni.

La prima possibilità amplia le fonti disponibili. La seconda, quando si verifica, potrebbe modificare profondamente gli equilibri della distribuzione dei contenuti su Internet.

Il danno economico per gli editori: il traffico cambia destinazione

Esiste poi un altro aspetto, tutt’altro che secondario: quello economico.

Produrre informazione comporta costi. Redazioni, giornalisti, collaboratori, fotografi, infrastrutture tecnologiche, server e strumenti di pubblicazione devono essere sostenuti attraverso risorse economiche.

Per molti siti web, soprattutto quelli che offrono contenuti gratuitamente, una parte significativa dei ricavi deriva dalla pubblicità visualizzata sulle pagine.

Quando un utente arriva direttamente sul sito originale, la sua visita può contribuire a finanziare quel lavoro.

Quando invece Google indirizza lo stesso utente verso un post Instagram che riprende il contenuto, il meccanismo cambia.

La visita non arriva al sito dell’editore, non genera visualizzazioni pubblicitarie sulle sue pagine e non alimenta direttamente il suo modello di sostenibilità.

Il traffico finisce all’interno della piattaforma social.

E non è affatto detto che l’editore possa ricavarne un beneficio economico equivalente.

Instagram, per esempio, non offre a tutti gli editori un sistema generalizzato di monetizzazione delle visualizzazioni paragonabile alla raccolta pubblicitaria sul proprio sito web.

Di conseguenza, un contenuto che avrebbe potuto produrre ricavi sulla pagina originale può trasformarsi in un’interazione utile soprattutto alla piattaforma che lo ospita.

Se questa dinamica coinvolgesse un numero elevato di ricerche, il risultato potrebbe essere una significativa perdita di visite e fatturato per molti editori.

Parlare di milioni di visite sottratte all’insieme dei siti web è una possibilità da verificare attraverso dati aggregati, non un dato già dimostrato. Ma il meccanismo economico che rende concreto questo rischio è facilmente comprensibile.

Il confronto con Bing: due modi diversi di presentare il web?

Un altro elemento che meriterebbe un approfondimento riguarda le differenze tra i motori di ricerca.

Nelle osservazioni che hanno dato origine a questa riflessione, Google sembra mostrare una presenza particolarmente marcata di risultati provenienti dalle piattaforme social, anche per contenuti che risultano disponibili sui siti originali.

Effettuando ricerche analoghe su Bing, invece, si possono incontrare risultati maggiormente orientati verso i siti web tradizionali.

Non esiste, allo stato delle verifiche qui considerate, una misurazione rappresentativa che permetta di affermare che Bing privilegi sistematicamente le fonti originali rispetto a Google.

La differenza percepita, tuttavia, suggerisce un confronto che sarebbe utile realizzare su un campione ampio di ricerche identiche, distinguendo i risultati organici dai riquadri dedicati a video e social.

Soprattutto perché l’indicizzazione dei contenuti Instagram non è una possibilità riservata esclusivamente a Google: riguarda anche altri motori di ricerca.

Se due sistemi presentano risultati molto diversi per la stessa informazione, diventa legittimo chiedersi quali criteri producano tale differenza.

Il rischio di consegnare l’informazione alle grandi piattaforme

Il tema supera il semplice posizionamento SEO.

Per anni gli editori hanno utilizzato i social network come strumenti di promozione dei contenuti pubblicati sui propri siti.

Il modello era relativamente semplice: il sito produceva e ospitava l’informazione, i social contribuivano a diffonderla e il motore di ricerca permetteva agli utenti di raggiungerla.

Oggi questo rapporto rischia di cambiare.

Il social non è più soltanto un canale di distribuzione, ma diventa esso stesso una destinazione raggiungibile attraverso il motore di ricerca.

L’editore continua a sostenere i costi della produzione, ma una parte dell’attenzione può concentrarsi altrove.

E quando l’informazione viene consultata prevalentemente all’interno di ambienti privati, sono le piattaforme a stabilire le condizioni di accesso, le modalità di visualizzazione e le opportunità di monetizzazione.

È una trasformazione che solleva una domanda fondamentale: può un Internet realmente aperto dipendere sempre di più da pochi intermediari digitali per consentire alle persone di leggere informazioni già pubblicamente disponibili?

Google dovrebbe riconoscere maggiore visibilità alla fonte originale?

Non si tratta di chiedere l’esclusione dei social dai risultati di ricerca.

Facebook, Instagram, TikTok e le altre piattaforme producono anche contenuti originali, che possono essere utili, pertinenti e meritevoli di indicizzazione.

Il problema nasce quando il social diventa una copia, un estratto o una ripubblicazione di informazioni già presenti su un sito aperto a tutti.

In questi casi sarebbe ragionevole interrogarsi sull’opportunità di attribuire maggiore importanza alla fonte originale, soprattutto quando questa permette una consultazione completa, gratuita e anonima.

Non necessariamente attraverso una precedenza assoluta, che potrebbe penalizzare contenuti social più pertinenti per alcune ricerche, ma mediante criteri capaci di riconoscere la provenienza dell’informazione e le sue effettive condizioni di accessibilità.

Chi produce un articolo dovrebbe poter utilizzare i social per diffonderlo senza correre il rischio che la diffusione finisca per ridurre la visibilità del contenuto originario.

Altrimenti si crea un paradosso: più un editore condivide il proprio lavoro, più potrebbe ritrovarsi a competere, nei risultati di ricerca, con le copie pubblicate sui suoi stessi canali social.

Le domande alle quali Google dovrebbe rispondere

A questo punto ci sarebbero alcune questioni sulle quali sarebbe utile ottenere chiarimenti ufficiali.

  • Quando un articolo e il suo corrispondente post social compaiono entrambi nell’indice, quali segnali determinano la prevalenza dell’uno sull’altro?

  • Google considera, tra i criteri di qualità dell’esperienza utente, la possibilità di accedere al contenuto senza registrarsi?

  • Esistono meccanismi che riconoscono la fonte editoriale originale rispetto a una successiva condivisione sui social?

  • Quanto incidono l’autorevolezza del dominio social, le interazioni e il formato del contenuto sul suo posizionamento?

  • Google misura l’effetto di questi risultati sulla capacità dei siti editoriali di ricevere traffico organico?

Sono interrogativi legittimi, soprattutto in una fase nella quale il settore dell’editoria digitale è già chiamato ad affrontare le trasformazioni introdotte dall’intelligenza artificiale nei motori di ricerca.

Il web aperto non dovrebbe diventare una seconda scelta

Il punto centrale di questa riflessione è semplice.

Se un’informazione viene pubblicata su un sito liberamente accessibile, la sua ricerca non dovrebbe trasformarsi inutilmente in un percorso verso una piattaforma che può imporre condizioni aggiuntive per consultarla.

E se quel contenuto nasce dal lavoro di un editore, sarebbe opportuno che i sistemi di ricerca riconoscessero adeguatamente il ruolo della fonte originale, senza spostare in modo sproporzionato l’attenzione sulle piattaforme che ne ospitano la condivisione.

La questione riguarda contemporaneamente il diritto dei lettori ad accedere alle informazioni, la sostenibilità economica di chi le produce e l’equilibrio tra il web aperto e le grandi piattaforme.

Perché un motore di ricerca dovrebbe mandare un lettore su Instagram per consultare un’informazione che può leggere liberamente, senza account e senza limitazioni, sul sito che l’ha pubblicata?

È una domanda alla quale sarebbe interessante ricevere una risposta da Google.

Perché il compito di un motore di ricerca dovrebbe essere quello di aiutare gli utenti a trovare le informazioni più utili e accessibili, non di rendere il web aperto una strada secondaria rispetto agli ecosistemi delle grandi piattaforme.

FONTI DI APPROFONDIMENTO

Nota editoriale: l’articolo distingue il fenomeno osservato dalla prova di una sostituzione sistematica dei risultati. Per trasformarlo in un’inchiesta quantitativa occorrerebbe confrontare un campione di URL originali e social, le relative SERP di Google e Bing e l’andamento del traffico organico nel tempo.