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Nell'immagine Aldo Cazzullo abbraccia Sal Da Vinci - Immagine generata dalla IA
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Caro Aldo Cazzullo, questo è uno scivolone che non ti appartiene
Quando un giornalista qualsiasi scrive una sciocchezza, la cosa finisce lì.
Quando invece a farlo è il vicedirettore del Corriere della Sera, uno dei quotidiani più autorevoli d’Italia, allora il discorso cambia. Perché da una firma come Aldo Cazzullo ci si aspetta molto di più di una battuta che sa di spocchia.
Definire la canzone Sal Da Vinci “la colonna sonora di un matrimonio della camorra” non è solo un giudizio musicale. È uno scivolone. E anche piuttosto clamoroso. E cattivo.
A Festival di Sanremo negli ultimi vent’anni si è cantato di tutto: canzoni altissime, canzoni leggere, provocazioni, nonsense, testi poetici e altri decisamente discutibili. Se davvero si volesse fare un’analisi seria, basterebbe prendere i testi delle ultime due decadi e sottoporli a una semplice analisi semantica per scoprire che il Festival è sempre stato un grande specchio popolare, con tutto il bello e il brutto che questo comporta.
Ma qui il punto non è se una canzone piaccia o meno. Il gusto musicale è soggettivo e nessuno pretende il contrario. Il problema nasce quando il giudizio scivola su un piano che non è più musicale ma culturale – o peggio ancora geografico – con un accostamento che finisce per evocare stereotipi che Napoli e il Sud combattono da decenni.
Ed è proprio questo che sorprende, perché Cazzullo non è un polemista improvvisato. È un narratore di storie capace e riconosciuto. Lo dimostra anche il suo programma su Una giornata particolare, molto apprezzato dal pubblico.
Eppure nessuno si è mai permesso di scrivere che il suo lavoro sia la “brutta copia” di Alberto Angela, né di insinuare che nei suoi racconti storici ci sia una morbosità nel trattare i temi del fascismo o del nazismo. Temi importantissimi della storia italiana, che meritano rispetto e competenza.
Per questo la domanda viene spontanea: perché scrivere una cosa del genere?
Perché un giornalista di quella levatura sente il bisogno di scivolare su una provocazione così facile?
È stato davvero solo un giudizio musicale? Oppure dietro c’è qualcosa di più?
Qualcuno potrebbe persino pensare – maliziosamente – che si stia preparando il terreno per ridimensionare il Festival dopo gli ultimi sviluppi legati al prossimo conduttore Stefano De Martino . Fino a sabato pomeriggio Sal Da Vinci era un cantante apprezzato, poi arriva la vittoria e improvvisamente diventa il simbolo del declino musicale italiano e di Sanremo ? Una coincidenza quantomeno curiosa.
Ripetiamolo: che una canzone non piaccia è legittimo.
Ma passare dal gusto personale a evocare scenari che tirano dentro Napoli, la camorra e l’idea che “chiunque possa fare qualsiasi cosa” è un salto enorme.
Anche perché Cazzullo scrive che “chiunque può fare qualsiasi cosa” e che “persino Sal Da Vinci può vincere Sanremo”.
E allora viene quasi da sorridere:
forse è davvero vero che chiunque può fare qualsiasi cosa.
Se Sal Da Vinci può vincere Sanremo, allora anche Cazzullo può diventare vicedirettore del Corriere e fare televisione.
Solo che nel primo caso c’è una canzone che piace al pubblico.
Nel secondo, purtroppo, c’è solo tristezza per lo scivolone.
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Con un cognome del genere come si fa a non essere continuamente frustrati, rancorosi e invidiosi delle cose più belle? Forse questo spiega il veleno totalmente gratuito contro la città, la musica e la tradizione canora più belle del mondo. Cosa gli sarebbe costato cambiare cognome? Chissà, forse in tal caso sarebbe stato più sereno e obiettivo. Comunque, a parte tutto, il personaggio si è rivelato una delusione totale. Tutta la sua presunta competenza non gli serve proprio a nulla se si dimostra succube del peggiore razzismo e dei più beceri pregiudizi contro Napoli e i napoletani. Sarebbe anche inutile parlare di azioni di massa con cause penali per diffamazione, petizioni e boicottaggi, oppure di radiazione dall’ordine dei giornalisti, per quanto siano tutte cose che forse meriterebbe. Infatti, così gli si darebbe forse troppa importanza. Spero solo che abbia almeno il pudore di non farsi vedere più a Napoli, dove, se mai avrà l’ardire di presentarsi, dovrebbe essere accolto da un immenso “pernacchio” corale di tutti i partenopei, proprio sull’esempio del mitico, intramontabile sberleffo sonoro di Eduardo De Filippo nel celeberrimo episodio del film “L’oro di Napoli”. Spero allora che lo spostamento d’aria che si verificherà lo faccia catapultare almeno al di là del Garigliano, e che l’enorme fragore che si determinerà sia così forte da essere sentito fino nel suo Piemonte. Caro “vicedirettore”, un pernacchio colossale ti travolgerà!…
capisco anche la difesa di Sal DaVinci, ma manca no una contestualizazzione piu’ profonda: ogni Festival ha canzoni divers e il gusto resta soggiettivo. Si dovrebber parlare dei testi e non buttar affermazion che richiamano stereotipi senza prova concreta.
Capisso la posizione esposta ma rimango neutro,la critica pare fondata ma anchi esagerata. Non bisogna generalizàre tutto: Sanremo e’ vario e non può diventare simbolo d’una regione sola, certo si poteva evitae l’accostamento con la camorra perche’ suona pregiudiçato e forzato.
Commenti (3)
Con un cognome del genere come si fa a non essere continuamente frustrati, rancorosi e invidiosi delle cose più belle? Forse questo spiega il veleno totalmente gratuito contro la città, la musica e la tradizione canora più belle del mondo. Cosa gli sarebbe costato cambiare cognome? Chissà, forse in tal caso sarebbe stato più sereno e obiettivo. Comunque, a parte tutto, il personaggio si è rivelato una delusione totale. Tutta la sua presunta competenza non gli serve proprio a nulla se si dimostra succube del peggiore razzismo e dei più beceri pregiudizi contro Napoli e i napoletani. Sarebbe anche inutile parlare di azioni di massa con cause penali per diffamazione, petizioni e boicottaggi, oppure di radiazione dall’ordine dei giornalisti, per quanto siano tutte cose che forse meriterebbe. Infatti, così gli si darebbe forse troppa importanza. Spero solo che abbia almeno il pudore di non farsi vedere più a Napoli, dove, se mai avrà l’ardire di presentarsi, dovrebbe essere accolto da un immenso “pernacchio” corale di tutti i partenopei, proprio sull’esempio del mitico, intramontabile sberleffo sonoro di Eduardo De Filippo nel celeberrimo episodio del film “L’oro di Napoli”. Spero allora che lo spostamento d’aria che si verificherà lo faccia catapultare almeno al di là del Garigliano, e che l’enorme fragore che si determinerà sia così forte da essere sentito fino nel suo Piemonte. Caro “vicedirettore”, un pernacchio colossale ti travolgerà!…
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