LIVE
L'ESECUZIONE DEI BOSS

Camorra, la mattanza del Rione Toiano: ecco come i pentiti hanno incastrato i killer della faida flegrea

Smascherati i ruoli chiave nel duplice omicidio di Domenico Sebastiano e Raffaele Bellofiore. Decisive le dichiarazioni dei pentiti Perrone, Ruggiero e Simioli, che svelano l'alleanza di ferro tra i clan di Marano e il cartello flegreo.
Ascolta questo articolo Riproduci la versione audio
Ascolta
Caricamento in corso...

L’ombra del passato che torna a galla: la notte del Rione Toiano. Era il 19 giugno del 1997 quando il sangue bagnò l’asfalto e i cortili del Rione Toiano a Pozzuoli. Un commando spietato, armato fino ai denti con fucili a canne mozze calibro 12 e armi automatiche, trasformò un tranquillo tardo pomeriggio estivo in un teatro di guerra paramilitare.

Nel mirino c’erano loro, i capi incontrastati dell’area flegrea: Domenico Sebastiano, detto “Mimì capemorto”, e Raffaele Bellofiore, noto come “Lelluccio o’ biondo”. Una pioggia di fuoco inesorabile, esplosa da un furgone blindato con lastre d’acciaio artigianali e culminata in un’esecuzione a sangue freddo, mentre le vittime cercavano disperatamente una via di fuga in direzioni opposte.

A distanza di quasi trent’anni, quel crimine efferato torna prepotentemente al centro dell’agenda giudiziaria. L’Ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Napoli (17° Sezione), su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, ha emesso una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere — firmata dal GIP dr. Sabato Abagnale — nei confronti di Fabio Allegro (classe 1964) e Raffaele D’Alterio, detto “Lelluccio ‘a signurina” (classe 1971), ritenuti gravemente indiziati, in concorso con i vertici storici già condannati all’ergastolo, di quel duplice omicidio aggravato dalla premeditazione, dai motivi abietti e dal metodo mafioso.

Il fallimento della mediazione e la logica della faida

Per comprendere la genesi di quel crimine, bisogna riavvolgere il nastro e immergersi nei veleni della camorra flegrea degli anni Novanta. Da una parte il sodalizio capeggiato da Sebastiano e Bellofiore; dall’altra l’ascesa inarrestabile del cartello criminale legato a Gennaro Longobardi e Gaetano Beneduce, sostenuto dall’alleanza strategica con il potente clan Polverino di Marano.

L’ordinanza ricostruisce minuziosamente i prodromi della faida. Circa un anno prima dell’agguato, un tentativo di pacificazione promosso da Nicola Pianese (detto “o’ mussuto”) si era infranto contro un muro di intransigenza. Un vertice segreto si era tenuto in un appartamento arredato a Qualiano: attorno al tavolo sedevano Longobardi, Salvatore Cerrone, Sabatino Cerullo, lo stesso collaboratore Giuseppe Ruggiero e “Mimì capemorto”. L’accordo sembrava a un passo, ma saltò quando Sebastiano oppose un rifiuto categorico all’ingresso dei “quartaioli” (il gruppo Cerrone) nel territorio di Pozzuoli.

«Se non accettate, le cose rimangono come stanno», fu la sentenza non scritta che sancì la condanna a morte dei due capi puteolani. La guerra era inevitabile.

I racconti dei pentiti: dalle confidenze ai dettagli choc

A smontare il muro dell’omertà sono stati i collaboratori di giustizia Roberto Perrone, Giuseppe Ruggiero (autoaccusatosi di aver preso parte al commando) e Giuseppe Simioli (ex reggente dei Polverino). Le loro parole offrono uno spaccato agghiacciante della preparazione e dell’esecuzione dell’agguato.

Roberto Perrone, storico capozona di Quarto, ha raccontato di aver appreso i dettagli direttamente da Fabio Allegro, all’epoca reggente del clan Polverino. Allegro gli confidò di aver preso parte attiva all’azione, descrivendo l’utilizzo di un furgone modificato con pesanti lamiere d’acciaio per proteggere i killer da eventuali reazioni armate.

Nei racconti di Perrone emergono anche particolari grotteschi e macabri: la telefonata accidentale tra Longobardi e Ruggiero che non sapevano di trovarsi l’uno accanto all’altro prima del raid, la caduta rovinosa di Longobardi contro il piantone del furgone durante la fuga, e soprattutto l’ira del boss Giuseppe Polverino quando seppe che Longobardi, dopo aver sfigurato una delle vittime con il fucile a pompa, si era alzato il passamontagna sputandole in faccia, infrangendo la regola aurea del perfetto travisamento.

Il ruolo degli indagati: tra “Facce Pulite” e lavori di vedetta

La posizione di Fabio Allegro e Raffaele D’Alterio si delinea con contorni netti all’interno del mosaico indiziario.

Fabio Allegro, secondo i pentiti, non fu solo un pianificatore ma agì in prima persona. Durante l’agguato, dopo aver raggiunto la base logistica, si allontanò a bordo della propria automobile per fungere da “vedetta”, perlustrando la zona e segnalando l’eventuale arrivo delle forze dell’ordine. Non solo: fu lui, secondo il racconto di Simioli e Ruggiero, a proporre il nome giusto per guidare il furgone tra le strade roccaforti del Rione Toiano.

Raffaele D’Alterio (“Lelluccio ‘a signurina”) fu scelto con una strategia cinica e raffinata: serviva una “faccia pulita”, un volto non noto agli ambienti criminali puteolani, capace di condurre il furgone blindato fin sotto l’abitazione delle vittime senza destare il minimo sospetto. D’Alterio accettò il ruolo, guidò il mezzo durante l’irruzione e, a cose fatte, segnalò il successo della missione lampeggiando con i fari al resto del commando prima di darsi alla fuga.

La festa nell’appartamento del capo

L’ordinanza restituisce anche la tensione febbrile dei momenti immediatamente successivi al delitto. Giuseppe Simioli ha raccontato di aver incrociato casualmente Allegro e Salvatore Cammarota a bordo di un’auto mentre percorrevano via San Rocco a Marano. I due lo invitarono a salire per andare a verificare se tutto fosse andato per il verso giusto.

Giunti nell’abitazione di Gennaro Longobardi, i presenti trovarono il boss in un evidente stato di euforia mista a tensione. Poco dopo, l’arrivo di due affiliati sconosciuti portò la notizia tanto attesa: «Sono morti sia Lelluccio o’ biondo che Mimì capemorto». La reazione fu di esultanza incontenibile: per il cartello vincente, la morte di entrambi i capi avversari significava la fine della guerra e l’assunzione del controllo incontrastato dell’intero territorio flegreo.

Nonostante siano trascorsi quasi trent’anni da quel 19 giugno 1997, il GIP ha ritenuto sussistenti e attuali le esigenze cautelari. Il tempo trascorso non ha affatto neutralizzato la pericolosità sociale degli indagati: i casellari giudiziari di Allegro e D’Alterio documentano una progressione criminale ininterrotta, costellata da condanne definitive per associazione mafiosa, traffico internazionale di stupefacenti (spinto fino in Spagna) e, nel caso di D’Alterio, persino la partecipazione a un ulteriore omicidio aggravato commesso nel 2008.

Elementi che dimostrano come la partecipazione al duplice omicidio di Pozzuoli non sia stata un episodio isolato, ma il tassello di una professionalità criminale radicata e mai rinnegata. Per loro si aprono adesso, inevitabilmente, le porte del carcere.

Articolo modificato il 26/09/2026 alle 12:25 per revisione testo.
RIPRODUZIONE RISERVATA
Segui Cronache della Campania Canali ufficiali

Ultime Notizie

Leggi tutte le notizie

Primo piano