Guidare a Napoli: quando la strada diventa una prova di sopravvivenza

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C’è stato un tempo in cui guidare a Napoli e provincia era considerato complicato. Oggi, invece, sembra quasi di partecipare ogni giorno a una selezione non ufficiale per il Guinness dei primati della pazienza.

Non perché le strade siano improvvisamente diventate più strette o perché i semafori abbiano deciso di ribellarsi. Il problema, molto più semplicemente, è che alcune regole elementari di buon senso sembrano essere diventate facoltative.

Anzi, a volte si ha quasi l’impressione che certi automobilisti abbiano ricevuto in dotazione, insieme alla patente, anche il certificato di proprietà della carreggiata.

Il pedone sulle strisce? Un avversario

Partiamo da una scena semplicissima.

Un pedone arriva sulle strisce pedonali.

Una persona normale cosa fa?

Rallenta.

Un automobilista appartenente alla categoria dei “furbetti della strada”, invece, applica una strategia completamente diversa: accelera.

L’obiettivo sembra essere quello di convincere il pedone, attraverso una raffinata forma di pressione psicologica, che attraversare non sia poi così urgente.

Il pedone mette un piede sulle strisce, l’auto aumenta la velocità e parte una specie di duello silenzioso.

“Passi tu?”

“No, passi tu.”

“No, guarda, passo io.”

E alla fine passa l’automobile.

Naturalmente.

Lo stop e la teoria dell’acceleratore

Altro grande classico.

C’è un’auto ferma allo stop che aspetta educatamente il momento giusto per immettersi.

Da lontano arriva un’altra vettura.

La logica suggerirebbe di mantenere una velocità normale.

E invece no.

Appena qualcuno intravede l’automobilista allo stop, improvvisamente sente la necessità di dare gas.

Non importa se fino a due secondi prima viaggiava tranquillamente a trenta all’ora.

La presenza di qualcuno che vorrebbe immettersi trasforma immediatamente la strada nel rettilineo finale di Monza.

Perché?

Mistero.

Forse esiste una regola non scritta:

“Mai permettere a qualcuno di entrare davanti a te.”

Anche se poi cento metri dopo c’è un semaforo rosso.

La corsa del ciuccio

E qui arriviamo a una disciplina molto praticata: la cosiddetta corsa del ciuccio.

Funziona così.

Un automobilista parte velocissimo, supera una macchina, poi un’altra, cambia corsia, lampeggia, accelera, si infila in uno spazio di trenta centimetri e conquista orgogliosamente venticinque metri di strada.

Poi arriva al semaforo.

Rosso.

E accanto a lui, con assoluta calma, arriva proprio l’automobile che aveva superato tre minuti prima.

Risultato?

Stesso semaforo.

Stesso tempo.

Più benzina consumata.

Più nervosismo.

Ma soprattutto la soddisfazione morale di essere arrivato primo… al rosso.

Quelli che hanno sempre fretta

Esiste poi un’altra categoria affascinante: quelli che hanno sempre fretta.

Non si sa dove debbano andare.

Forse stanno salvando il mondo.

Forse stanno andando a disinnescare una bomba.

Forse hanno una riunione con il Presidente della Repubblica.

Fatto sta che devono superare.

A destra.

A sinistra.

Tra due auto.

Negli incroci.

Sulle rotonde.

Ovunque esista uno spazio teoricamente sufficiente a far passare una carrozzeria.

Poi, ogni tanto, la sorte presenta il conto.

Magari qualche centinaio di metri dopo trovi quello stesso automobilista fermo.

Davanti a una pattuglia.

E in quel momento scopri che tutta quella fretta era perfettamente compatibile con dieci minuti di conversazione con le forze dell’ordine.

Il clacson come strumento filosofico

C’è poi l’automobilista che comunica esclusivamente attraverso il clacson.

Davanti c’è una macchina che procede lentamente?

BEEEEEP.

Perché va piano?

Non importa.

Bisogna suonare.

Poi parte il tentativo di sorpasso.

L’automobilista si sposta, accelera, guarda davanti…

e scopre che pochi metri più avanti ci sono i Carabinieri.

Improvvisamente il clacson tace.

La velocità scende.

La guida diventa impeccabile.

Le mani tornano rigorosamente alle dieci e dieci.

Miracoli dell’uniforme.

E poi arrivano gli scooter

Ma il vero capitolo speciale della mobilità urbana è rappresentato dagli scooter.

Attenzione: non dagli scooter in sé.

Lo scooter è un mezzo comodissimo.

Il problema nasce quando qualcuno dimentica che guidare su due ruote richiede ancora più attenzione, prudenza e responsabilità rispetto a un’automobile.

E invece capita di vedere ragazzi, ragazze e adulti sfrecciare tra le auto come se stessero partecipando a una gara di slalom.

Destra.

Sinistra.

Marciapiede.

Spazio tra due macchine.

Contromano per dieci metri.

Incrocio attraversato con una fiducia quasi religiosa nel fatto che gli altri si fermeranno.

Alcuni scooter sembrano materializzarsi dal nulla.

Controlli lo specchietto: niente.

Metti la freccia.

Ricontrolli.

Ti sposti di cinque centimetri.

Improvvisamente compare uno scooter.

E naturalmente il conducente ti guarda indignato come se fossi stato tu a invadere la sua pista personale.

E se succede qualcosa?

Il paradosso arriva quando un comportamento spericolato provoca una situazione pericolosa.

Perché in quel momento può scattare una delle più antiche tradizioni automobilistiche italiane:

avere comunque ragione.

“Ma io stavo passando.”

“Ma tu dovevi vedermi.”

“Ma io ero già lì.”

Dove fosse esattamente quel “lì” rimane spesso oggetto di interpretazione filosofica.

La strada non è nostra

Al di là dell’ironia, però, il problema esiste.

Guidare è diventato più stressante perché spesso manca quella piccola forma di collaborazione che rende possibile la circolazione.

Far passare un pedone non significa perdere una battaglia.

Lasciare immettere un’automobile non significa essere meno furbi.

Non sorpassare quando non è necessario non significa essere incapaci di guidare.

E soprattutto arrivare trenta secondi dopo non cambia quasi mai la vita di nessuno.

La strada è uno dei pochi luoghi nei quali persone che non si conoscono devono necessariamente fidarsi le une delle altre.

Quando qualcuno decide che le regole valgono soltanto per gli altri, tutto diventa più difficile.

Napoli e la sua provincia hanno già abbastanza traffico, incroci complicati, strade strette e parcheggi creativi.

Forse non serve aggiungere anche la gara permanente a chi arriva prima al prossimo semaforo rosso.

Perché alla fine la vera abilità al volante non è riuscire a infilarsi in uno spazio impossibile.

È arrivare a destinazione senza aver trasformato il tragitto in una puntata di Fast & Furious: Tangenziale di Napoli.

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