L'INTERCETTAZIONE

Il narcos aveva comparato un elicottero per evadere dal carcere

Il piano di Leandro Bennato, erede di Michele Senese scoperto dagli inquirenti. L'obiettivo era liberare anche Calderon, il killer di "Diabolik".
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Roma – Un elicottero che plana nel cortile del carcere di Rovigo, solleva il boss e punta dritto verso le coste della Croazia. Non è la sceneggiatura di un film d’azione degli anni Ottanta, ma il piano millimetrico che Leandro Bennato, considerato il vertice del narcotraffico romano, stava organizzando dalla sua cella.

Un progetto da 200mila euro, sventato appena in tempo dai Carabinieri e dal DAP, che ha spalancato per l’erede di Michele Senese le porte del regime di 41-bis.

Un’evasione da 200mila euro

Il piano era ambizioso e costoso. Bennato aveva già stanziato la cifra necessaria per garantirsi la fuga: duecentomila euro per un velivolo pronto a decollare dal penitenziario veneto. Ma la fuga non doveva fermarsi a lui.

Nelle intenzioni del narco, il mezzo doveva servire per un secondo viaggio: liberare Raul Esteban Calderon, detto “Messi”, il killer di fiducia accusato dell’omicidio di Fabrizio Piscitelli, meglio noto come Diabolik. Un asse criminale che avrebbe dovuto ricongiungersi oltre l’Adriatico, lontano dalla giustizia italiana.

Il mito della “Gang des Postiches”

Per Bennato, l’ispirazione arrivava dal passato. Nel 1986, quando lui aveva solo sei anni, la cronaca nera fu scossa dall’evasione di André Bellaiche, rapinatore della celebre “Gang des Postiches”, che scappò da Rebibbia proprio a bordo di un elicottero atterrato nel campo sportivo del carcere. Un’immagine che deve essere rimasta impressa nella mente del boss, al punto da tentare di replicarla quasi quarant’anni dopo, convinto che i soldi e il potere potessero ancora comprare l’impossibile.

Il telecomando del crimine dal carcere

Nonostante la detenzione iniziata nell’aprile 2023, Bennato non aveva mai smesso di comandare. Da Tolmezzo a Rovigo, il boss gestiva i suoi affari tramite telefoni cellulari occultati con astuzia: a giugno 2024, gli agenti ne trovarono due nascosti in un doppio fondo tra il cestino dei rifiuti e una cavità nel muro.

Dalla sua cella, a mille chilometri di distanza dalle piazze di spaccio della Capitale, Bennato continuava a dettare legge, imponendo il prezzo della cocaina e mantenendo il monopolio del commercio a Tor Bella Monaca, guidando quella che i magistrati definiscono “la batteria più pericolosa di Roma”.

Il sussurro nella cella 18

La fine dei giochi è iniziata la notte del 5 maggio scorso. Un agente della polizia penitenziaria, passando davanti alla cella 18 occupata solo da Bennato, ha sentito una voce. Il boss stava parlando al telefono. Nonostante la reazione violenta dell’uomo, che ha tentato di intimidire il secondino per farlo desistere, le indagini hanno subito un’accelerata.

Una settimana dopo, il 12 maggio, l’intercettazione decisiva: “Stava pianificando la sua evasione, si era attivato per l’elicottero”. Quella telefonata è stata l’ultimo atto della sua carriera da “detenuto a piede libero”. Per i pm dell’Antimafia non ci sono più dubbi: la pericolosità sociale e la capacità di coordinamento criminale di Bennato richiedono il massimo isolamento. Il volo verso la Croazia è rimasto solo un sogno; la realtà, ora, si chiama carcere duro.

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