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Ci sono notizie che fanno male. E poi ci sono notizie che fanno peggio: quelle che, oltre a indignare, lasciano la sensazione gelida di vivere in uno Stato incapace di dare un nome netto all’orrore. La vicenda della capretta di Anagni appartiene a questa seconda categoria.
Nel 2023 l’Italia intera ha visto circolare immagini agghiaccianti: un gruppo di ragazzi ride, incita, filma; uno di loro prende a calci una capretta. Oggi, quasi tre anni dopo, quel procedimento viene archiviato perché non sarebbe stato possibile accertare con certezza se l’animale fosse vivo oppure già morto nel momento esatto dell’accanimento ripreso nel video. Tecnicamente, il fascicolo si chiude senza colpevoli. Moralmente, invece, si apre una voragine.
Ed è qui che la coscienza civile si ribella. Perché in questa storia non c’è solo il freddo linguaggio delle formule giudiziarie. C’è anche ciò che, secondo LAV, sarebbe emerso dai telefoni sequestrati: messaggi in chat ritenuti dall’associazione gravissimi, nei quali uno dei ragazzi si sarebbe attribuito apertamente l’uccisione della capretta parlando di tre calci in bocca; messaggi che, sempre secondo LAV, sarebbero stati trascurati o comunque non valorizzati a sufficienza.
Non basta a sostenere una condanna? Può essere, sul piano strettamente processuale. Ma allora il punto politico e civile diventa persino più enorme: possibile che tra video, risate, incitamento collettivo e chat del genere, l’unico messaggio finale che passi sia quello dell’impunità?
Perché è proprio questo il cuore della questione: il messaggio. Un messaggio devastante, soprattutto per i più giovani. Il messaggio che puoi infierire su un animale, puoi trasformare la sofferenza o il corpo inerme di un essere vivente in un gioco di branco, puoi ridere, filmare, umiliare, e alla fine trovare un varco formale dentro cui la responsabilità penale evapora.
Magari non perché il fatto non sia successo. Magari non perché quel gesto non sia mostruoso. Ma perché manca la prova “perfetta”, quella definitiva, quella assoluta. E allora il diritto arretra. Ma una società seria non può arretrare con lui.
Sia chiaro: nessuno che creda nello Stato di diritto può sostenere che si debba condannare qualcuno senza prove sufficienti. Sarebbe un principio pericoloso e sbagliato. Ma proprio per questo bisogna avere il coraggio di dire la verità intera: se l’ordinamento non riesce a punire in modo adeguato una condotta simile, allora è l’ordinamento che va corretto.
Non il contrario. Se non si riesce a dimostrare oltre il necessario nesso tra quei calci e la morte dell’animale, deve comunque esistere un reato autonomo, chiaro, severo, inequivocabile, che punisca l’accanimento sul corpo di un animale, vivo o morto che sia. Perché il punto non è solo biologico. Il punto è etico, simbolico, sociale. Prendere a calci il cadavere di un animale per divertirsi non è una “ragazzata”. È un gesto di degradazione morale profonda.
Non a caso, nelle reazioni successive all’archiviazione, è stato evocato il vuoto normativo rispetto a un possibile “vilipendio di cadavere” applicato agli animali. Oggi l’articolo 410 del codice penale tutela il cadavere umano; per gli animali, una fattispecie analoga non esiste, e varie associazioni hanno sottolineato che proprio qui si apre una falla intollerabile: anche nell’ipotesi in cui la capretta fosse già morta, infierire sul suo corpo per macabro divertimento resta un atto che offende la sensibilità collettiva e la dignità dell’animale, ma rischia di restare senza una risposta adeguata.
Ed è questo che non va accettato. Perché una democrazia si misura anche da ciò che decide di non banalizzare. Se banalizza la crudeltà, si condanna da sola a rincorrerla quando sarà troppo tardi. Da anni la letteratura scientifica e anche fonti istituzionali sottolineano che la crudeltà sugli animali non è un dettaglio folkloristico né una marachella marginale: può essere un indicatore di pericolosità e un predittore di violenza presente o futura verso le persone.
Non vuol dire criminalizzare automaticamente chiunque compia un gesto del genere come se fosse destinato a diventare un assassino. Vuol dire però smetterla di trattare questi segnali come deviazioni minori, come buchi neri dell’educazione di cui vergognarsi in privato e da minimizzare in pubblico.
E qui entra in gioco un’altra responsabilità, che non è giudiziaria ma familiare e culturale. Davanti a episodi simili, ciò che manca quasi sempre è una condanna morale limpida, netta, pubblica. Il minimo sindacale di una società sana sarebbe sentire parole semplici: “Anche se il procedimento finisce così, quel gesto è stato atroce. Nostro figlio ha sbagliato. È una vergogna. Chiediamo perdono.” Invece troppo spesso si alzano muri, silenzi, giustificazioni, imbarazzi travestiti da prudenza. Ma il silenzio, in questi casi, educa quanto e forse più delle parole. Educa male.
No, non basta dire che i giudici hanno applicato il diritto. Perché quando un’intera comunità vede un video, legge delle chat che paiono inchiodare almeno sul piano morale gli autori del gesto, e si ritrova comunque con un nulla di fatto, allora la domanda non è solo “che cosa dice il fascicolo?”.
La domanda è: che idea di giustizia stiamo trasmettendo? Quella per cui, se manca il tassello decisivo, la ripugnanza sociale deve rassegnarsi al mutismo? Quella per cui la violenza filmata su un animale può essere derubricata a zona grigia? Quella per cui l’orrore non diventa reato abbastanza, e dunque quasi smette di essere orrore?
Io no. Io mi rifiuto di considerare normale un Paese in cui una scena del genere possa finire archiviata senza che il sistema senta il dovere di reagire almeno sul piano legislativo. Se il diritto penale non arriva dove la coscienza civile grida, allora il Parlamento deve colmare quel vuoto. Subito. Si introduca una fattispecie specifica per l’oltraggio e l’accanimento sul cadavere di animali.
Si inaspriscano le pene per i maltrattamenti commessi in branco, per quelli filmati e diffusi, per quelli accompagnati dall’istigazione degli altri presenti. Si dica con chiarezza che certe cose non si fanno, punto. Non perché lo chiede l’emozione del giorno, ma perché lo pretende la tenuta morale di una società.
Perché ad Anagni non è stata presa a calci solo una capretta. È stata presa a calci anche un’idea minima di pietà. E quando uno Stato non riesce a difenderla fino in fondo, almeno abbia il coraggio di cambiare le regole per non assistere di nuovo, domani, alla stessa vergogna.
Anagni, la capretta e lo Stato che arretra: quando la giustizia smette di parlare alla coscienza civile
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