

Nella foto, un particolare della vicenda.
Castellammare – Per il clan D’Alessandro, la storia criminale non è soltanto quella dei boss che hanno costruito negli anni la propria egemonia a Castellammare di Stabia. È anche la storia di una successione familiare che ha visto il nome della cosca passare di padre in figlio e arrivare alla terza generazione.
Michele D’Alessandro junior, oggi 34enne, è figlio di Luigi D’Alessandro, storico esponente del clan attualmente detenuto al 41-bis, e nipote del defunto Michele D’Alessandro, il capoclan che ha legato il proprio nome alla roccaforte criminale del rione Scanzano.
Proprio al nonno, morto in carcere nel 1999, il giovane Michele deve il nome e il cognome che per decenni hanno rappresentato uno dei riferimenti della camorra stabiese.
La sua parabola criminale, secondo quanto ricostruito dalle inchieste della Direzione distrettuale antimafia, comincia molto presto. Nel procedimento Cerberus, l’Antimafia lo ha indicato come uno degli esponenti della nuova generazione chiamata a raccogliere l’eredità del clan mentre i vertici storici dell’organizzazione erano detenuti.
È soprattutto nel processo Cerberus che emerge il profilo giudiziario più pesante di Michele D’Alessandro.
L’inchiesta aveva ricostruito un sistema che, secondo l’accusa, comprendeva estorsioni, traffico di droga, armi e spedizioni punitive, ma anche il tentativo di allargare il controllo del clan al tessuto economico della città. Tra gli episodi contestati figuravano il racket imposto ai commercianti, le pressioni sulle pescherie, il controllo del settore delle ambulanze e interessi negli appalti pubblici.
Nel febbraio 2023 la Procura Antimafia aveva chiesto per D’Alessandro junior una condanna a 20 anni di reclusione. Il procedimento era stato celebrato con rito abbreviato, insieme ad altri imputati, consentendo quindi agli eventuali condannati di beneficiare dello sconto previsto dal rito.
La sentenza di primo grado arrivò nel luglio dello stesso anno: nove anni di carcere per Michele D’Alessandro, ritenuto uno dei protagonisti della nuova fase del clan. La pena era riferita alle contestazioni di associazione per delinquere di stampo camorristico, estorsioni e traffico di droga.
Secondo la ricostruzione accusatoria, il giovane avrebbe assunto un ruolo di rilievo nella cosca già tra il 2011 e il 2015, quando era ancora poco più che ventenne. Accanto a lui operava Antonio Rossetti, indicato dagli investigatori come uno degli uomini forti dell’organizzazione.
Il quadro investigativo raccontava di un clan impegnato a mantenere il controllo del territorio attraverso il pizzo, il traffico di stupefacenti e la capacità di intimidazione, ma anche interessato a penetrare nei circuiti economici apparentemente leciti.
Uno degli aspetti più significativi emersi nell’inchiesta è quello relativo al controllo del mercato ittico.
Le indagini avevano ricostruito pressioni sugli operatori economici e un sistema nel quale chi cercava di sottrarsi al monopolio imposto dal clan rischiava ritorsioni. Michele D’Alessandro era stato indicato dagli inquirenti, insieme ad altri esponenti della cosca, come uno dei registi delle pressioni esercitate nel settore.
Ma l’obiettivo della nuova generazione, secondo l’impostazione investigativa, non sarebbe stato soltanto quello di incassare il pizzo. Nel processo Cerberus erano emersi anche interessi negli appalti e nelle attività imprenditoriali.
Tra gli episodi ricostruiti dall’Antimafia c’era anche quello relativo ai servizi di trasporto sanitario, che sarebbero stati condizionati dalla presenza del clan, e il tentativo di interferire sull’appalto regionale per il raddoppio dei binari della Circumvesuviana. Gli investigatori avevano inoltre ricostruito un tentativo di condizionamento delle scelte amministrative del Comune di Castellammare.
È il ritratto di una camorra che, nelle contestazioni giudiziarie, non si limita alla gestione delle piazze di droga e alla riscossione del pizzo, ma cerca di trasformare la forza intimidatrice in controllo economico.
La vicenda giudiziaria di Michele D’Alessandro non si è però fermata al processo Cerberus.
Nel febbraio 2024 il suo nome è tornato al centro di una nuova operazione della Guardia di Finanza coordinata dalla Dda di Napoli.
L’inchiesta riguardava un sistema di estorsioni mascherate dalla vendita di gadget natalizi e il riciclaggio dei proventi attraverso attività commerciali, comprese agenzie di scommesse. D’Alessandro era tra i sette destinatari della misura cautelare in carcere.
Secondo la contestazione, a decine di commercianti sarebbe stato imposto l’acquisto di prodotti natalizi utilizzando la forza intimidatoria riconducibile al clan D’Alessandro. Un meccanismo già noto nella storia delle cosche stabiesi: l’imposizione del pagamento viene formalmente trasformata in una transazione commerciale, ma dietro la vendita resta la minaccia derivante dall’appartenenza all’organizzazione.
Nel marzo 2025, dopo circa un anno di carcere, a Michele D’Alessandro erano stati concessi gli arresti domiciliari fuori regione. Il provvedimento riguardava proprio questo secondo procedimento.
Nel febbraio 2026, in appello, la condanna relativa al racket dei gadget è stata fissata in quattro anni di reclusione, con una riduzione rispetto alla precedente decisione.
È dunque mentre si trova ai domiciliari per questa seconda vicenda che arriva la decisione definitiva sul processo Cerberus.
Il ricorso presentato dalla difesa contro la condanna a 8 anni e 2 mesi è stato dichiarato inammissibile dalla Corte di Cassazione.
La conseguenza è decisiva sul piano dell’esecuzione della pena: la condanna diventa definitiva e per Michele D’Alessandro scatta l’ordine di carcerazione.
Il provvedimento segna quindi il ritorno in cella del rampollo di Scanzano, che fino a oggi si trovava agli arresti domiciliari fuori regione proprio in relazione all’altro procedimento per estorsione.
La pena definitiva riguarda estorsione e traffico di droga aggravati dal metodo camorristico e chiude, sul piano giudiziario, uno dei capitoli più importanti della storia criminale attribuita alla nuova generazione del clan.
Il passaggio giudiziario che porta oggi Michele junior in carcere si inserisce in una storia criminale lunga decenni.
Il clan D’Alessandro ha la propria roccaforte storica a Scanzano, nella zona collinare di Castellammare, ed è stato al centro di numerose inchieste per estorsioni, traffico di droga e controllo delle attività economiche. La stessa vicenda dell’organizzazione racconta una successione di reggenti e di gruppi chiamati a mantenere in piedi la struttura criminale nei periodi in cui i principali esponenti erano detenuti.
Le inchieste più recenti hanno continuato a fotografare questa capacità di riorganizzazione. Nel novembre 2025 un’altra operazione della Polizia di Stato e della Dda ha portato a undici arresti nell’area stabiese, contestando a vario titolo associazione mafiosa, estorsioni, tentate estorsioni e traffico di droga aggravati dalla finalità di agevolare il clan. Secondo gli investigatori, il denaro delle estorsioni confluiva in una cassa comune destinata anche al sostegno dei detenuti e delle loro famiglie.
Nel giugno 2026, inoltre, il procedimento con rito abbreviato nato da quell’operazione ha portato alla condanna di tutti e dieci gli imputati, con pene fino ai 12 anni e 2 mesi inflitti a Pasquale D’Alessandro.
È dentro questa continuità criminale che si colloca la posizione di Michele junior: non un episodio isolato, ma il percorso giudiziario di un esponente della famiglia che, secondo le sentenze e le contestazioni confermate nei diversi procedimenti, avrebbe assunto un ruolo nella riorganizzazione degli affari della cosca.
Ora, però, per lui arriva il carcere. La condanna del processo Cerberus è diventata definitiva e gli otto anni e due mesi devono essere scontati.
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