Al Campania Libri Festival lo scrittore Gianni Solla racconta ‘La memoria delle foglie’

Un viaggio intimo tra il lutto, la perdita del lavoro e la dignità dei luoghi a margine
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Napoli ha salutato l’arrivo dell’autunno con la quinta edizione del Campania Libri Festival, la fiera dell’editoria presieduta da Alessandro Barbano e diretta da Ruggero Cappuccio. Dal 1° al 4 ottobre, il Palazzo Reale è tornato ad essere uno spazio d’incontro dedicato ai libri, agli autori e ai lettori, nel segno del claim “Jesce Sole”, scelto per celebrare il cinquantesimo anniversario de La Gatta Cenerentola del Maestro Roberto De Simone, scomparso un anno fa.

Grazie anche alla complicità di un meteo particolarmente favorevole, soprattutto nel fine settimana, il pubblico ha potuto partecipare a un fitto calendario di incontri, presentazioni e momenti di confronto culturale, confermando la crescita della manifestazione nel panorama editoriale del Mezzogiorno.

In questo contesto, sabato 3 ottobre, lo scrittore Gianni Solla ha incontrato il pubblico del Festival offrendo numerosi spunti di riflessione intorno a La memoria delle foglie, il suo ultimo romanzo pubblicato da Einaudi. In un coinvolgente dialogo con Deborah Divertito, relatrice dell’incontro, l’autore ha affrontato temi complessi quali la fragilità, la cura, il rapporto con il territorio e il legame profondo che unisce le persone tra loro e ai luoghi che abitano.

Attraverso il racconto della vicenda familiare al centro del romanzo, Solla ha ripercorso le vulnerabilità dei suoi personaggi servendosi di immagini potenti e fortemente evocative, entrando nelle pieghe più intime dell’ esperienza umana. Un’esperienza segnata da crepe profonde che, lungi dal rappresentare soltanto una ferita, lasciano passare una luce capace di trasformare la fragilità in possibilità di rinascita.

Il protagonista del romanzo, Lorenzo, ha una famiglia «… che vive il dolore in solitudine, restando comunque nello stesso arcipelago», ha spiegato Solla alla platea in sala. L’autore ha definito ciascun membro come un’isoletta: un’entità che affronta la propria ferita in modo intimo, ma che resta indissolubilmente unita alle altre.

La narrazione coglie Lorenzo in una fase delicata, costretto a fare i conti con una sofferenza che continua ad insinuarsi nella sua anima – quella per la moglie scomparsa quando i figli Roberta e Tommaso erano piccoli – alla quale si somma lo smarrimento per la perdita del lavoro, sopraggiunta a un’età in cui ricominciare da zero rappresenta una sfida imponente, soprattutto se la vita ha già sottratto le certezze più importanti.

Tra le pagine de La memoria delle foglie l’autore ha tradotto l’intento di raccontare «un quartiere periferico, a margine, attraverso un luogo che invece resiste». È infatti un vivaio, appartenuto in passato alla famiglia di Lorenzo, a diventare la risorsa fisica ed emotiva a cui il protagonista si aggrappa per tentare di salvarsi totalmente, ben oltre la sola sfera lavorativa.

Quello che Solla ha indicato come “Quel quadrato di terra e di verde, incastonato tra le palazzine del Bronx di San Giovanni a Teduccio”, si fa così incarnazione di una resistenza concreta. Uno spazio botanico in un quartiere collocato nella zona orientale di Napoli; una realtà di cui si parla poco e male – troppo di frequente deturpata dalle narrazioni sul degrado o da cronache cruente – ma che custodisce risorse preziose, come il mare, un’importante biblioteca e strutture a cui andrebbe finalmente riconosciuta dignità.

Le parole dell’autore hanno dunque condotto l’incontro verso una dimensione profonda, che rispecchia la centralità del tema della cura. Un atto concreto, di presenza attiva che nel romanzo viene riservato alle piante, ma anche alla scelta delle parole, alle relazioni e alla memoria. Un atteggiamento rivolto nel tempo che, applicato con costanza, lascia traccia anche quando la vita finisce o i rapporti si chiudono.

Perché, come ha precisato Gianni Solla, «la cura di per sé non può mai finire. Il tempo che abbiamo dedicato, la vicinanza, la sovrapposizione del nostro corpo, l’ascolto: tutto quello è successo». La cura, come scelta quotidiana, non è allora un sentimento astratto, ma un esercizio pratico che trasforma persino le ferite in cicatrici: il punto esatto da cui ciascuno può ripartire.

Articolo modificato il 05/10/2026 alle 09:54 per revisione testo.
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