Follia a Ponticeli, 20enne spara 3 volte davanti alla ex

Napoli – Il boato dei proiettili che spezza le chiacchiere della movida, il fuggi fuggi generale e il terrore che si dipinge sul volto di decine di testimoni. Poteva trasformarsi in tragedia l’ennesimo episodio di violenza urbana registrato a Ponticelli, nella periferia orientale di Napoli.

Teatro della vicenda via Argine, a due passi da un noto bar della zona, diventato improvvisamente lo scenario di un raid intimidatorio in piena regola.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, che hanno già ascoltato la vittima – una ragazza di vent’anni ancora sotto shock –, la miccia sarebbe stata la gelosia tossica. La giovane si trovava all’esterno del locale in compagnia di alcuni amici quando è stata approcciata dall’ex fidanzato.

Dalle parole forti si è passati rapidamente agli insulti, fino all’escalation: il ragazzo ha estratto un’arma da fuoco e ha esploso tre colpi a terra e in aria, a pochissimi metri dalla giovane e dal gruppo di amici, prima di dileguarsi nel nulla.

Le forze dell’ordine hanno immediatamente avviato le indagini, setacciando la zona alla ricerca di bossoli e analizzando le immagini delle telecamere di videosorveglianza del bar e del comune. La testimonianza della ventenne è adesso al vaglio degli inquirenti per identificare formalmente l’aggressore, che rischia accuse pesantissime, dal porto abusivo di arma da fuoco alla tentata estorsione o minaccia aggravata.

La normalizzazione del grilletto facile a Napoli

L’episodio di via Argine non è un fulmine a ciel sereno, ma l’ennesimo sintomo di un male profondo che sta attraversando Napoli e la sua provincia: la totale svalutazione della vita umana e la normalizzazione delle armi tra i giovani.

Oggi, nei quartieri più complessi ma progressivamente anche nelle zone della “Napoli bene”, si registra un abbassamento drastico della soglia di tolleranza alla frustrazione. Un guardata di troppo, un “mi piace” sui social, o la fine di una relazione sentimentale non generano più un conflitto verbale, ma una reazione armata.
Le armi non sono più solo uno strumento della criminalità organizzata per il controllo del territorio; sono diventate un accessorio identitario, un prolungamento dell’ego di ragazzi giovanissimi che cercano il “rispetto” attraverso la paura.

Tre fattori chiave spiegano questa deriva:

La reperibilità immediata: Pistole a salve modificate, armi leggere provenienti da mercati illegali o persino coltelli a serramanico circolano con una facilità disarmante nelle chat e nelle piazze di spaccio.
La cultura dell’esibizione: Modelli culturali distorti, spesso amplificati da social network e da una certa narrativa pop, celebrano la figura del giovane criminale forte perché armato. Il possesso di un’arma diventa uno status symbol da mostrare.
L’incapacità emotiva: C’è una profonda povertà educativa ed emotiva. Il rifiuto (come nel caso del fidanzato di Ponticelli) o il dissidio vengono vissuti come affronti intollerabili alla propria reputazione, da lavare immediatamente con la forza.

Finché la risposta delle istituzioni rimarrà esclusivamente securitaria (più pattuglie, più telecamere), si curerà il sintomo e mai la malattia. C’è un disperato bisogno di disarmo reale, che deve passare prima di tutto attraverso la scuola, il supporto psicologico e la ricostruzione di spazi di socialità sani in periferie troppo spesso abbandonate a se stesse.

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Pubblicato da
Rosaria Federico

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