

Pasquale Manna e Fracesco Rea
napoli – La parola “fine” (almeno per il primo grado di giudizio) è stata pronunciata oggi nell’aula bunker della Corte d’Assise di Napoli. Francesco Rea, indicato dagli inquirenti come il reggente del clan Veneruso-Rea, è stato condannato alla pena dell’ergastolo. L’accusa è pesante: essere il mandante e l’esecutore dell’omicidio di Pasquale Manna, il 59enne di Casalnuovo giustiziato in un agguato di chiaro stampo camorristico.
I fatti risalgono al pomeriggio del 2 marzo 2023. Il teatro del sangue fu un distributore di carburante a Volla, nell’hinterland napoletano. Manna fu sorpreso dal commando mentre si trovava nella sua vettura. Nonostante un disperato tentativo di sfuggire alla pioggia di proiettili, la vittima venne inseguita e finita dai sicari.
Un’esecuzione spietata, portata a termine da uomini che agirono a volto coperto, protetti dalle mascherine Ffp2, un dettaglio che all’epoca rese complesso il riconoscimento immediato.
A incastrare Francesco Rea è stata l’imponente mole di prove raccolta dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Torre Annunziata, sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia. Il lavoro dei PM Frasca e Vanacore si è concentrato sull’analisi minuziosa dei sistemi di videosorveglianza della zona.
I sicari, nel tentativo di far perdere le proprie tracce, avevano messo in atto un sofisticato piano di fuga che prevedeva il cambio di diversi autoveicoli lungo il tragitto. Tuttavia, i “frame” estrapolati dalle telecamere hanno permesso di ricostruire il percorso a ritroso, individuando proprio nel reggente del clan l’uomo dietro l’operazione.
Secondo la ricostruzione della Dda, accolta oggi dai giudici, l’omicidio di Pasquale Manna non sarebbe figlio di una guerra tra cartelli rivali, bensì di una sanguinosa epurazione interna. Un “regolamento di conti” resosi necessario, secondo le logiche criminali del clan Veneruso-Rea, per riaffermare la leadership di Francesco Rea e punire sgarri o dissidi maturati all’interno della stessa organizzazione.
Con la sentenza odierna, la Corte ha riconosciuto la piena colpevolezza dell’imputato, disponendo il massimo della pena previsto dall’ordinamento per un delitto che aveva scosso l’opinione pubblica per la sfacciataggine con cui era stato compiuto in pieno giorno.