

Operazione Contractus contro il clan Moccia in Toscana
Firenze – Non c’è la pistola, non c’è la busta col proiettile recapitata nel cuore della notte. La camorra, in Toscana, veste in giacca e cravatta, entra nei cantieri con i caschetti antinfortunistica e parla la lingua fredda dei subappalti, delle fatture e delle rinegoziazioni. Ma sotto il velo della burocrazia aziendale, la belva è la stessa di sempre: violenta, spietata, parassitaria.
La Toscana delle colline da cartolina e dei poli industriali d’eccellenza ha scoperto, all’alba di questa domenica di metà aprile, di non essere immune al virus più aggressivo: quello dell’infiltrazione camorristica. Non si tratta di una criminalità da strada, ma di una mafia in colletto bianco e scarponi da cantiere, attratta dall’odore dei soldi, in particolare dalla cascata di miliardi dei fondi PNRR.
Undici persone, tutte di origine napoletane e elagte al potente clan Moccia di Afragola, sono state arrestate (sette in carcere, quattro ai domiciliari) in un maxi-blitz che ha visto i Carabinieri del Comando Provinciale di Siena, supportati dai colleghi di Napoli, Caserta, Prato, Firenze e Udine, smantellare una rete criminale complessa, feroce e radicata.
Il nome in codice dell’operazione è “Contractus”. Un’indagine certosina della Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze, guidata dalla procuratrice Rosa Volpe, che ha scoperchiato un sistema in cui la violenza verbale e fisica era lo strumento quotidiano per piegare le imprese sane.
Tutto ruotava attorno a un nome: “P.R. Appalti s.r.l.”. Una società edile formalmente basata in Campania ma con le mani in pasta in decine di cantieri disseminati in tutto il Centro Italia. Sulla carta, un’impresa come tante, impegnata in subappalti e collaborazioni. Nella realtà, secondo gli investigatori, un vero e proprio “paravento legale”, un cavallo di Troia utilizzato per infiltrare e fagocitare la concorrenza.
Il meccanismo di drenaggio del denaro era subdolo ma letale. Le aziende sane, una volta entrate in contatto con la P.R. Appalti, si trovavano intrappolate in una morsa. Il sistema prevedeva la rinegoziazione forzata e unilaterale dei contratti di lavoro. Un accordo iniziale stipulato “a corpo” (con un prezzo fisso per l’opera) o “a misura” veniva stracciato sotto il peso delle minacce. Gli emissari del clan imponevano di passare a contratti “ad ore”.
Da quel momento, iniziava il salasso: sui registri comparivano squadre di operai fantasma o venivano fatturate centinaia di ore di lavoro mai effettivamente svolte. I costi lievitavano a dismisura, creando crediti ingiustificati che le aziende appaltatrici erano costrette a pagare pur di poter proseguire i lavori.
Chi provava ad alzare la testa o a rifiutare i nuovi “accordi” scopriva ben presto con chi aveva a che fare. Non c’erano margini per le trattative commerciali, solo la nuda forza del metodo mafioso. Le indagini dell’Ispettorato del Lavoro e della Guardia di Finanza di Siena hanno documentato sistematici atti intimidatori, minacce aggravate, e persino l’occupazione fisica dei cantieri da parte degli indagati.
La caratura criminale dei personaggi coinvolti è, secondo la Dda, di altissimo livello. I fili dell’organizzazione portavano direttamente al nord-est della provincia di Napoli, dritti al cuore del potente e storico clan Moccia di Afragola. Non si trattava di schegge impazzite, ma di un sistema militarizzato. È in un’intercettazione, emblematica e raggelante, che il principale indagato chiarisce la sproporzione di forze sul campo, rivolgendosi alle sue vittime o ai complici:
Una frase che racchiude in sé l’essenza dell’assoggettamento mafioso: l’intimidazione che non deriva solo dal singolo individuo, ma dall’appartenenza a un’organizzazione sterminata, capace di garantire continuità anche se i vertici finiscono dietro le sbarre.
Per mesi, i Carabinieri hanno lavorato sotto traccia, non solo per raccogliere prove, ma per blindare le vittime. La procuratrice Volpe ha sottolineato come l’Arma abbia garantito una “costante tutela” agli imprenditori taglieggiati, monitorando gli incontri a rischio, sventando blitz punitivi e impedendo le occupazioni forzate dei luoghi di lavoro. Un’azione di intelligence territoriale che ha impedito ritorsioni letali.
L’operazione di oggi, con le perquisizioni a tappeto tra i domicili degli indagati e la sede della società, segna un punto di svolta per la legalità in Toscana, ma la Procura di Firenze sa che l’omertà è il vero alleato dei clan. Per questo, a margine degli arresti, le Istituzioni hanno lanciato un appello senza precedenti agli operatori economici del territorio.
“Invitiamo tutti coloro che sono stati vittime di forme di intimidazione da parte della P.R. Appalti s.r.l. o con analoghe metodologie a denunciare con determinazione”, è il messaggio diramato dalla Procura. Un richiamo alla responsabilità civile, ma anche una rassicurazione: denunciare è “l’unico sistema per superare l’isolamento e il ricatto mafioso”. La collaborazione con lo Stato si dimostra l’unico vero antidoto per disinfettare il mercato degli appalti, salvaguardare i fondi del PNRR e difendere la libera impresa dal parassita della Camorra.