IL RACCONTO DEI PENTITI

L’ombra del «Principe» su San Giovanni: così Roberto Mazzarella vendicò il padre in una salumeria

Dalle pagine dell’ordinanza del GIP Nicola Marrone emerge il mosaico di sangue dietro l'omicidio di Antonio Maione. Un’esecuzione brutale nel 2000 per lavare l’onta dell’uccisione del patriarca Salvatore. La parola ai pentiti: il ruolo di Clemente Amodio e la recente cattura del boss in Costiera Amalfitana.
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Il cerchio si è chiuso ieri, tra le pieghe dorate della Costiera Amalfitana, dove la fuga di Roberto Mazzarella è terminata sotto il peso di manette che tintinnano da oltre vent’anni. Ma per capire la caratura criminale dell’uomo arrestato ieri, bisogna riavvolgere il nastro della memoria nera di Napoli fino al 15 dicembre del 2000.

Bisogna entrare in una salumeria del Corso San Giovanni a Teduccio, tra l’odore di provola e il fumo degli spini, dove un ragazzo di vent’anni, Antonio Maione, stava mangiando un panino prima che il piombo dei Mazzarella lo trasformasse in un bersaglio della “vendetta trasversale”.

L’ordinanza cautelare firmata dal GIP Nicola Marrone è un trattato di antropologia criminale che seziona uno dei delitti più feroci dell’area orientale. Un delitto che oggi, con l’arresto del boss e del suo fedelissimo Clemente Amodio, trova finalmente una verità processuale solida, cementata dalle dichiarazioni incrociate dei nuovi “cantanti” della camorra: Antonio Costabile, Tommaso Schisa e Umberto D’Amico.

Una “preda facile” tra pane e mortadella

Antonio Maione non era un boss. Era il fratello di Ivan Maione, l’uomo che aveva osato uccidere Salvatore Mazzarella, padre di Roberto. Per i codici d’onore distorti del clan, quel debito di sangue andava riscosso. E Antonio era, come dicono i pentiti nelle carte del GIP, una “preda facile”.

Quel pomeriggio di dicembre, Antonio viene attirato in trappola. Qualcuno che considerava amico lo invita a San Giovanni “per un regalo” o forse solo per fumare insieme. Si ritrovano nella salumeria. Sono in sei, tutti giovani. Antonio sta mangiando un panino con mortadella e mozzarella. Non sa che fuori, su un Gilera Runner 180, il destino ha già acceso il motore.

Il racconto del killer: “Roberto sparò il primo colpo, poi Clemente lo finì”

Il passaggio cruciale dell’inchiesta risiede nelle dichiarazioni di Antonio Costabile, alias “il Cerrano”. Costabile riferisce quanto appreso da Domenico Russo, detto “Mimmoletto”, testimone oculare (e sospettato “filatore”) che si trovava accanto alla vittima al momento degli spari.

Ecco il racconto vivido e terribile dell’agguato che Costabile rende ai magistrati della DDA, riportato nell’ordinanza in discorso diretto:

“Mimmoletto mi disse che aveva assistito all’omicidio di Maione Antonio in quanto si trovava insieme a lui al momento dell’agguato… Mi raccontò di aver visto Mazzarella Roberto e Clemente Amodio sparare. Mimmoletto stava con Antonio Maione nella salumeria a comprare un panino.

Ad un certo punto sono entrati Roberto Mazzarella e Amodio Clemente con parte del viso coperto e gli occhi scoperti, senza casco. Roberto Mazzarella impugnava una pistola e sparò il primo colpo contro Maione colpendolo al petto. Poi si avvicinò Clemente, tolse la pistola da mano a Roberto Mazzarella e sparò altri colpi per finirlo. Mentre Clemente sparava, Mimmoletto si era già rifugiato dietro al bancone della salumeria… Roberto Mazzarella aveva un berretto, ma aveva il volto solo parzialmente coperto; secondo il Russo voleva farsi riconoscere.”

Un dettaglio, quest’ultimo, che descrive la ferocia simbolica del boss: non bastava uccidere, bisognava che la vittima, negli ultimi istanti di vita, sapesse chi stava compiendo la vendetta per conto della famiglia Mazzarella.

La vendetta della “Pazzignana”: l’auto contro il killer

Le indagini del GIP Marrone non si fermano alla dinamica balistica. Emergono dettagli su come la famiglia Maione abbia tentato per anni di vendicarsi. Tommaso Schisa, figlio di Luisa De Stefano (esponente di spicco delle “Pazzignane”), racconta un episodio singolare che conferma quanto il nome di Clemente Amodio fosse già impresso nel libro nero del quartiere.

Sua madre, Luisa, incrociò per caso Amodio in strada a San Giovanni pochi mesi dopo il delitto. Non avendo una pistola, usò l’auto: “Mia madre mi ha raccontato che lo ha investito con la macchina, una Lancia Elefantino verde acqua, lo ha alzato in aria mentre era sul motorino”. Un gesto di rabbia impotente che precedette anni di appostamenti armati davanti al cimitero di San Giovanni, dove i Maione speravano di intercettare il fratello di Amodio per “pareggiare i conti”.

Il “Pirata” e il patto in carcere

Un altro tassello fondamentale arriva da Umberto D’Amico, esponente del clan omonimo (articolazione dei Mazzarella). D’Amico racconta di un incontro avvenuto nel 2019 nel carcere di Secondigliano, dove lo zio, Salvatore D’Amico detto “il Pirata”, rinfacciò quasi con orgoglio ad Amodio di aver salvato suo figlio Gabriele dalle mire vendicative dei Maione.

“Tuo figlio ha rischiato di morire per causa tua, perché tu hai ucciso Antonio Maione”, avrebbe detto il Pirata ad Amodio. Quest’ultimo, secondo il verbale, non negò. Si limitò a ringraziare. Un silenzio-assenso che per il GIP Marrone vale quanto una confessione stragiudiziale.

La doppia firma del clan: vendetta e controllo del territorio

Perché uccidere Antonio Maione oltre alla vendetta per il padre del boss? L’ordinanza esplora una seconda pista: il controllo del territorio. Antonio Maione, pur non essendo un affiliato di rango, era diventato un soggetto “scomodo” nel quartiere.

Consumatore di cobret e dedito a piccole rapine proprio a San Giovanni, la roccaforte dei Mazzarella, Maione stava violando la “sacra” regola del clan: non si commettono reati comuni in casa del padrone senza autorizzazione.

L’omicidio, dunque, ebbe una doppia valenza: lavare il sangue con il sangue e ribadire che a San Giovanni a Teduccio nulla si muoveva senza il consenso di Roberto Mazzarella. Un’egemonia che ieri, tra le bellezze della costiera, ha subito l’ennesimo, definitivo colpo dello Stato.

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