

La Corte di Cassazione
Una vicenda giudiziaria lunga e articolata si è chiusa ieri pomeriggio con la pronuncia della Corte di Cassazione, che ha scritto l’ultimo capitolo di un procedimento avviato oltre sei mesi fa dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli.
Al centro dell’inchiesta, un gruppo di sei indagati per i quali il sostituto procuratore della DDA, Giuseppe Cimmarotta, aveva avanzato richiesta di applicazione della misura cautelare della custodia in carcere. Si tratta di Vincenzo D’Alessandro, Giuseppe Oscurato, Vincenzo Spista e Michele Abruzzese — tutti già ristretti per altri titoli di reato — ai quali si aggiungevano Luciano Verdoliva e Katia Scelzo, all’epoca liberi.
Il GIP di Napoli, tuttavia, aveva respinto in prima battuta le istanze del pubblico ministero, aprendo così la strada ai successivi gradi di impugnazione. La Procura aveva deciso di non fermarsi, portando la battaglia fino al Palazzaccio romano per ottenere quanto ritenuto necessario ai fini investigativi.
Il verdetto della Suprema Corte è arrivato inesorabile, ma solo parzialmente favorevole all’accusa. Per Luciano Verdoliva i giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso presentato dalla difesa, accogliendo contestualmente l’appello del PM e disponendo quindi la custodia cautelare in carcere.
Destino opposto, invece, per Katia Scelzo: la donna resta libera grazie al lavoro della penalista stabiese Olga Coda, che è riuscita a dimostrare in ogni sede giudiziaria la carenza dei presupposti cautelari nei confronti della sua assistita. Una difesa efficace, costruita grado per grado, che ha convinto tanto i giudici di merito quanto quelli di legittimità.
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