

Nella foto i fratello Savio e Stefano Margarita
Napoli– Quattro colpi di pistola per regolare i conti, per lavare col sangue il sospetto di un tradimento. La violenza che ha squarciato il pomeriggio del Corso Secondigliano non è stata un’esplosione di follia isolata, ma la coda velenosa di un’operazione di polizia scattata poche ore prima tra i rottami di un centro demolizioni a San Pietro a Patierno.
Tutto inizia in via Casoria. Gli agenti del Commissariato Secondigliano tengono d’occhio i movimenti attorno a un container situato in un’area già sotto sequestro. Quando vedono il 29enne Stefano Margarita entrarvi con circospezione per poi uscirne a passo svelto, decidono di chiudere il cerchio. L’intuizione dei poliziotti trova conferma nel fiuto dei cani dell’Unità Cinofila: quel box metallico era un vero e proprio caveau della criminalità.
Sotto i sigilli, gli agenti hanno rinvenuto un tesoro illegale: mezzo chilo di cocaina già diviso in 112 dosi, cannabis, bilancini e coltelli ancora sporchi di polvere bianca. Ma a preoccupare gli inquirenti è soprattutto l’arsenale: due fucili calibro 12 (un Beretta e un Benelli Montefeltro) e una semiautomatica 7,65, tutte armi risultate rubate e pronte all’uso. Per Stefano Margarita le manette scattano all’istante.
La notizia dell’arresto e del sequestro dell’arsenale corre veloce nei vicoli, e con essa il sospetto. Qualcuno deve aver parlato. Qualcuno deve aver indicato quel container agli “uomini dello Stato”. Nella testa di Savio Margarita, fratello dell’arrestato, il nome del colpevole è uno solo: quello del cognato, il 49enne Salvatore Marino.
La sentenza viene eseguita poco dopo, in pieno giorno, lungo il Corso Secondigliano. Savio Margarita intercetta Marino e scarica l’arma: quattro proiettili centrano l’uomo, lasciandolo a terra in condizioni disperate. Un agguato rapido, feroce, figlio di una logica criminale che non ammette falle.
Dopo lo sparo, il silenzio della fuga. Per alcune ore Savio Margarita fa perdere le proprie tracce, mentre il cognato lotta tra la vita e la morte in un letto d’ospedale. Poi, la pressione degli inquirenti e il vicolo cieco della latitanza lo spingono alla resa. Accompagnato dal proprio avvocato, l’uomo si è presentato negli uffici della Squadra Mobile, ammettendo le proprie responsabilità.
Dietro la confessione, resta il quadro di una periferia dove le armi rubate e i panetti di cocaina dettano legge, e dove il sospetto di aver collaborato con la giustizia si paga con il piombo. Per ora, il bilancio è di un uomo in cella e un altro in fin di vita, entrambi travolti dallo stesso destino di violenza.