

Nella foto il luogo dell'agguato e nei riquadri Paolo Junior Napoletano e Danilo Salvitti
Napoli – Una spirale di piombo e sangue che sembra non avere fine, mossa da ragazzini con il grilletto facile e l’ambizione dei vecchi boss. C’è l’ombra lunga e cupa di una nuova faida tra baby-camorristi del centro storico dietro l’agguato consumatosi la notte del 2 novembre fuori da una nota discoteca di Agnano.
Un copione già visto, una scia di stese e vendette che ricalca tragicamente quella tra le bande del Rione Sanità e di Piazza Mercato, costata la vita a Emanuele Tufano ed Emanuele Durante. Ora, a tre mesi da quella notte di terrore in via Scarfoglio, in cui un sedicenne rimase gravemente ferito, la Polizia ha presentato il conto.
Sono tre i giovanissimi finiti in carcere con accuse pesantissime: tentato omicidio e porto abusivo d’armi in luogo pubblico, con l’aggravante del metodo mafioso. Tra loro c’è un volto che fa raggelare il sangue: è il minorenne già reo confesso dell’omicidio di Pio Marco Salomone, freddato il 22 novembre scorso all’esterno di una sala giochi all’Arenaccia.
Insieme a lui, il diciannovenne Danilo Salvitti, indicato come l’esecutore materiale, e il ventenne Paolo Junior Napoletano. Quest’ultimo vanta un pedigree criminale di peso: cugino del famigerato “Nannone”, spietato killer del clan Sibillo ai tempi della “paranza dei bambini”, e già finito in manette pochi giorni fa insieme con il padre e altre tre persone, nell’inchiesta sulla piazza di spaccio al Buvero di Sant’Antonio.
Le indagini della sezione Criminalità Organizzata della Squadra Mobile, guidate da Mario Grassia e coordinate da due Procure, hanno ricostruito frame per frame la dinamica. All’uscita dal locale, Salvitti avrebbe esploso almeno quattro colpi a bruciapelo contro la vittima, per poi fuggire a bordo di un’auto a noleggio guidata da Napoletano. Decisivo il ruolo del minorenne: nel caos della sparatoria, è lui ad aprire la portiera dell’auto per garantire la fuga fulminea del sicario.
Ma perché si è sparato ad Agnano? La risposta risiede nelle logiche spietate della camorra, dove un affronto va lavato col sangue, e in fretta. Gli investigatori hanno scoperto che la sparatoria non è stata una banale rissa da discoteca, ma un chirurgico regolamento di conti.
Giorni prima, nella roccaforte delle Case Nuove, alcuni giovanissimi vicini al clan D’Amico-Mazzarella – e amici del sedicenne poi ferito ad Agnano – avevano puntato una pistola dritta in faccia a Salvitti. Un gesto di spavalderia pura, un affronto intollerabile per i rivali originari del Borgo Sant’Antonio Abate, zona sotto il controllo del clan Contini. Quella stessa sera, alla discoteca di Agnano, era presente anche il presunto autore dell’incursione armata alle Case Nuove (arrestato poi per possesso d’arma da fuoco), pur non rimanendo coinvolto direttamente negli spari.
Risolvere il caso, per gli uomini di via Medina, ha significato dover abbattere un muro di gomma. Nonostante le ferite devastanti al bacino e al ginocchio, il sedicenne in un letto dell’Ospedale del Mare non ha aperto bocca con gli inquirenti. Muti anche i due amici che lo avevano soccorso.
La prima crepa in questo muro di omertà l’ha offerta proprio il parterre radunatosi fuori dal pronto soccorso nei minuti successivi all’agguato: tra le facce della comitiva spiccava quella del figlio quindicenne di uno storico boss dei D’Amico-Mazzarella di San Giovanni a Teduccio. Da lì, la Polizia ha unito i puntini della geografia criminale.
Il colpo di grazia ai presunti killer, oltre alle telecamere del locale, lo hanno dato le microspie piazzate dalla Polizia direttamente nella stanza d’ospedale. Ignaro di essere ascoltato, il giovane ferito sbotta con la madre, svelando il movente e il bersaglio: «È successo il bordello perché lui l’ha acchiappato a Sant’Erasmo, dentro alle Case Nuove, e fece il buffone». Un riferimento chiaro alla pistola puntata in faccia a Salvitti.
Ma l’intercettazione svela anche un ultimo, inquietante dettaglio sulle intenzioni del commando: «Non hai capito? Quello è uscito con l’intenzione di sparare al “chiatto”». Un bersaglio preciso, in una guerra di camorra giocata sulla pelle dei ragazzini.