Cronaca Napoli

San Giovanni Bosco, la psichiatra, gli usurai e i finti pazzi della Camorra. Parla il pentito Teodoro De Rosa

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C’è una zona grigia, nel ventre di Napoli, in cui il confine tra la cura e il crimine si dissolve fino a scomparire. Non si spara, non si spaccia alla luce del sole, ma si muovono fili altrettanto potenti. È il mondo dei “colletti bianchi” a disposizione dei clan, professionisti stipendiati non per uccidere, ma per salvare i boss dalla galera usando l’arma più affilata: la scienza medica.

L’epicentro di questo terremoto giudiziario è l’Ospedale San Giovanni Bosco, un presidio che per anni ha rappresentato non solo un luogo di cura, ma una vera e propria dependance amministrativa e logistica dell’Alleanza di Secondigliano. Al centro delle carte dell’ordinanza cautelare, che la scorso settimana ha scoperchiapto il coperchio delle collusioni, emerge, in tutta la sua drammatica chiarezza, la figura di una psichiatra che figura nell’elenco dei 76 indagati.

Prima in servizio al San Giovanni Bosco e successivamente trasferita in un altro ospedale cittadino. La sua storia non è solo il resoconto di un’infiltrazione criminale, ma la radiografia di una discesa agli inferi, un patto col diavolo firmato a suon di referti compiacenti, debiti a strozzo e banchetti nuziali al tavolo dei boss.

La “visita al buio” e il patto originario

Per capire come un medico varchi la linea di non ritorno, bisogna riavvolgere il nastro fino al 2012. Le indagini individuano con precisione chirurgica il momento in cui l’adesione della dottoressa al progetto criminale di Salvatore De Rosa – figura chiave del clan – prende forma.

È il 6 settembre del 2018. Le microspie degli inquirenti registrano una lunga e densa conversazione tra la dottoressa e una sua collega psicologa. La psichiatra, sentendosi al sicuro, si confessa. Racconta di come, anni prima, aveva iniziato a socializzare con De Rosa e la sua famiglia.

Un’amicizia all’apparenza innocua, che si trasforma presto in una trappola psicologica. La dottoressa racconta di essersi lasciata convincere a seguire De Rosa in macchina per effettuare una visita a domicilio. Una “visita al buio”: niente nome del paziente, nessuna indicazione del luogo.

Quando l’auto accosta, la scena che si para davanti agli occhi del medico è inequivocabile. L’edificio è circondato da volanti della Polizia di Stato. Il paziente non è un cittadino qualunque, ma un detenuto agli arresti domiciliari. La dottoressa ne traccia alla collega una descrizione fisica meticolosa, che gli investigatori sovrappongono perfettamente a quella di Giovanni Cesarano, capo indiscusso dell’omonimo clan egemone nella zona di via del Cassano a Secondigliano, e imparentato con gli stessi De Rosa.

È il battesimo del fuoco. Da quel giorno, il nome della dottoressa circola negli ambienti che contano. Inizia a redigere perizie per calibri da novanta dell’Alleanza di Secondigliano, come Alfredo De Feo e Gennaro Trambarulo. Documenti scottanti di cui la psichiatra, con un misto di zelo e imprudenza, conserva un archivio personale segreto direttamente a casa sua.

 Il cappio dell’usura e il bancomat del clan

Ma il vero salto nel buio, quello che la trasforma da professionista compiacente a pedina ricattabile, avviene per una questione di soldi. Siamo nel luglio del 2018. La psichiatra deve affrontare le spese per le nozze della sorella, un impegno economico che ne decreta il tracollo finanziario. La dottoressa è asfissiata dalla mancanza di liquidità, fatica a far fronte anche alle spese più banali.

È in questo momento di estrema vulnerabilità che Salvatore De Rosa si insinua con la scaltrezza del predatore. Si offre di “aiutarla”. Le apre le porte del credito illegale, rivolgendosi ai pericolosi referenti del Rione Amicizia. Ottenuto il denaro, la trappola scatta. La dottoresa è coartata, stretta in una morsa asfissiante.

De Rosa si rivela un esattore intransigente: esige il rispetto maniacale delle scadenze e le nega nuovi prestiti se prima non vengono estinti i debiti pregressi, facendole pesare in ogni istante la caratura criminale dei soggetti a cui si è rivolta.

Il San Giovanni Bosco smette di essere un ospedale e diventa il palcoscenico di un macabro mercato. I corridoi si trasformano in luoghi di procacciamento d’affari per i clan. L’usura prolifera proprio lì dentro, gestita da intermediari come lo stesso De Rosa, Nunzio De Luca e Maurizio Scapolatiello.

Incapace di gestire il denaro, la dottoressa sprofonda in una spirale di disperazione: chiede soldi a colleghi, amici e familiari. Ma quando i debiti raggiungono cifre insostenibili, è sempre lui, Salvatore De Rosa, a presentarsi come l’unica “soluzione” possibile.

 L’ospite d’onore al tavolo della Camorra

Leggendo l’ordinanza, i magistrati sono chiari su un punto fondamentale: la dottoressa non può essere dipinta semplicemente come una vittima soggiogata dall’intimidazione. C’è consapevolezza. C’è collusione.

Il rapporto con De Rosa si evolve in una frequentazione assidua. La dottoressa entra a far parte del cerchio magico della famiglia criminale. Viene invitata all’anniversario di nozze di Salvatore De Rosa, al matrimonio della figlia Maria, persino alle sfarzose nozze di diamante dell’anziano patriarca, Teodoro De Rosa, classe 1946.

A questi eventi non si presenta da sola, ma accompagnata dai genitori, dalla sorella e dal cognato. Non è una comparsa: è l’ospite d’onore. Viene fatta accomodare al tavolo più in vista, fianco a fianco con l’avvocato Salvatore D’Antonio (uno dei 4 arrestati nel blitz) e altri legali della cerchia del clan, accompagnati dalle rispettive consorti.

È l’istituzionalizzazione di un rapporto sinallagmatico. Uno scambio di favori in piena regola. Il clan ottiene l’arma fine dei referti medici per truccare i processi; in cambio, la dottoressa viene pagata. Il tariffario prevede 500 o 1000 euro a certificato.

Eppure, la psichiatra sa benissimo quanto pesa il suo ruolo. A un certo punto, valuta che quella cifra è insufficiente rispetto al rischio di finire in galera. Sovverte le posizioni, minaccia di fermare la catena di montaggio dei certificati falsi se il “prezzo” non salirà. De Rosa, che nelle intercettazioni la chiama la “prelibata”, si trova a dover gestire questo pericoloso stallo e usa la figlia Maria per riavvicinare il medico, riuscendo nell’intento non senza fatica.

Parla la gola profonda: i verbali di Teodoro De Rosa

A far luce definitivamente su questo sistema incancrenito è la “gola profonda” del clan, il collaboratore di giustizia Teodoro De Rosa. Le sue dichiarazioni, che partono dal 2015, sono i pilastri su cui si regge l’intera inchiesta. Non usa mezzi termini quando si siede di fronte ai PM.

«I dottori a disposizione del clan sono diversi», dichiara a verbale il 5 febbraio 2015. «C’è un chirurgo… E poi c’è … psichiatria, che fa anche i certificati falsi per gli affiliati. E non finisce qui: il padre …omissis…ha fatto certificati falsi per il clan».

Il pentito svela l’esistenza di un vero e proprio “reparto camorra” all’interno degli ospedali:
«Io stesso ho fatto ricoverare persone del clan: si trattava di finti ricoveri, utili all’occorrenza, e chiaramente lo facevo perché sia l’ufficio amministrativo sia i medici erano a disposizione. Ultimamente ho fatto ricoverare un certo …omissis…, gestisce una società a Castelvolturno ed è tra i tanti riciclatori dei Contini, passato ora ai Licciardi».

I certificati della dottoressa erano chiavi in grado di aprire le celle di mezza Campania. Il 10 luglio 2015, De Rosa entra nel dettaglio di operazioni chirurgiche a livello giudiziario:
«Conosco bene un soggetto dei Licciardi soprannominato ‘o sciacallo. […] Ha avuto diversi benefici e scarcerazioni grazie ai certificati falsi che gli ho fatto fare dai medici compiacenti dell’Ospedale San Giovanni Bosco, in particolare dalla dottoressa, la psichiatra. Gli ho fatto avere persino un T.S.O. (Trattamento Sanitario Obbligatorio, ndr), tutto costruito su carte false. E il medico sapeva benissimo che faceva carte false per il clan».

Non era l’unico. Il pentito cita anche un altro pezzo da novanta, un ricettatore di preziosi ad alto livello legato alla famiglia Esposito: «C’è poi uno detto ‘o comparone della Stadera. Anch’egli è stato favorito dai certificati falsi della dottoressa Masella per ottenere scarcerazioni grazie a me».

Incontri e strategie che non si tenevano solo negli ambulatori asettici, ma nei ritrovi storici della criminalità. Come il “Bar…omissis..”, il cui titolare — racconta il pentito in un verbale del gennaio 2015 — aveva nascosto per oltre un anno il superboss Patrizio Bosti.
«In quel periodo, parliamo del 2005/2006, proprio al bar  ho preso più volte appuntamento con la dottoressa», conclude De Rosa. Un bar, un caffè, una bustarella e un referto psichiatrico. Il destino giudiziario dei vertici della malavita napoletana si decideva così, tra i tavolini di un bar e il tradimento silenzioso del giuramento di Ippocrate.

 

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Fonte REDAZIONE
Giuseppe Del Gaudio

Giuseppe Del Gaudio, giornalista professionista dal 1991. Amante del cinema d'azione, sport e della cultura Sud Americana. Il suo motto: "lavorare fa bene, il non lavoro: stanca"

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Giuseppe Del Gaudio