Alla fine ci siamo arrivati davvero: il referendum sulla giustizia, tema enorme, delicatissimo, decisivo per gli equilibri dello Stato, è stato ridotto a una scenetta da talk show e a una rissa da social. Non si discute più seriamente del merito della riforma, dei suoi effetti, dei rischi o delle opportunità. No. Si litiga su Sal Da Vinci. Su una canzone. Su una battuta. Sul titolo Per sempre Sì. È il punto più basso di una campagna che, giorno dopo giorno, sta dimostrando tutta la miseria della politica e della comunicazione italiana.
La frase di Nicola Gratteri — “Sal Da Vinci voterà No” — pronunciata con ironia televisiva, ha fatto esplodere il caso. Il comitato del Sì ha gridato alla fake news, alla manipolazione, alla disinformazione. E così, in poche ore, l’ennesima questione seria è finita nel tritacarne del teatrino mediatico. Ma la verità è ancora più sconfortante: questa polemica non è un incidente. È il perfetto ritratto di un dibattito pubblico ormai incapace di stare in piedi senza stampelle pop, slogan facili e facce famose da tirare per la giacca.
È diventata una mania nazionale: se c’è un voto da orientare, una riforma da vendere, una battaglia da intestarsi, bisogna per forza usare un cantante, un attore, un tormentone, una battuta virale. Come se gli italiani non fossero più cittadini da convincere con argomenti, ma consumatori da agganciare con un ritornello. E allora ecco la caccia al testimonial, anche quando il testimonial non vuole esserlo. Sal Da Vinci, infatti, aveva già chiarito di non essersi espresso sul referendum. Ma non importa. In questa campagna non conta ciò che una persona dice davvero: conta ciò che fa comodo attribuirle.
E qui il punto diventa persino più grave. Perché un conto è la politica che fa propaganda — lo fa da sempre, spesso male — un altro è vedere un confronto su giustizia, Costituzione e poteri dello Stato scivolare nel livello più infantile e tossico possibile. Tutti a contendersi simboli, tutti a forzare interpretazioni, tutti a cercare la frase che buca, nessuno che si prenda la briga di alzare il livello. È la dittatura della scorciatoia comunicativa: anziché spiegare agli elettori perché votare Sì o No, si prova a colonizzare una canzone di Sanremo. Imbarazzante.
E no, non basta liquidare tutto dicendo che era una battuta. In una fase già avvelenata, certe uscite non restano battute: diventano benzina. Soprattutto se a pronunciarle è una figura istituzionale come Gratteri, il cui peso pubblico è enorme. Chi occupa certi ruoli dovrebbe sapere che ogni parola, specie in televisione, ha un effetto politico e mediatico immediato. Se poi tutto viene derubricato a ironia, allora siamo al solito gioco italiano: si colpisce, si agita, si accende il caso e poi ci si rifugia dietro il sorriso.
Ma sarebbe troppo comodo prendersela solo con Gratteri. Il comitato del Sì, che pure ha tutto il diritto di smentire e protestare, finisce a sua volta dentro la stessa palude mediatica. Perché anche questa risposta indignata, trasformata in contro-video e contro-narrazione, alimenta lo stesso meccanismo: più rumore, più tifoseria, più caos. E nel mezzo resta il vuoto. Un vuoto di contenuti, di chiarezza, di onestà intellettuale.
Il referendum, intanto, si avvicina in un clima sempre più simile a una curva da stadio che a un confronto democratico. E la domanda vera è una sola: a chi conviene tutto questo? Di certo non ai cittadini. Perché un elettore sommerso da polemiche, meme, slogan e arruolamenti forzati è un elettore meno libero, meno informato, più esposto alla propaganda più becera. È esattamente questo il fallimento: aver sostituito il ragionamento con il riflesso, la complessità con la battuta, il merito con il marketing.
In tutta questa storia, la cosa più desolante è che nessuno sembri scandalizzarsi davvero del livello raggiunto. Come se fosse normale che un referendum venga discusso così. Come se fosse inevitabile trasformare tutto in una farsa permanente. Ma non è normale. È una degenerazione. È il segno di una politica che non sa più persuadere senza urlare e di un ecosistema mediatico che non sa più approfondire senza banalizzare.
Alla fine, più che il voto di Sal Da Vinci, conta il silenzio assordante sulle questioni reali. E questo silenzio dice molto più di tutte le battute. Dice che, ancora una volta, il Paese rischia di arrivare a un passaggio decisivo non con le idee più chiare, ma con la testa piena di rumore. E forse è proprio questo il risultato più comodo per chi vive di propaganda: non convincere, ma confondere.
Fonte REDAZIONE



































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