Napoli, la strage dell’innocenza: se a impugnare la pistola è un quattordicenne

Il rapporto "Dis(armati)" di Save the Children rivela un'impennata drammatica: 27 minori accusati di omicidio in soli sei mesi. Tra reclutamento criminale e l'illusione delle risposte punitive, la città rischia di perdere definitivamente una generazione.

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Napoli – C’è un dato, nel freddo bilancio del primo semestre 2025, che dovrebbe far tremare i polsi a chiunque abbia responsabilità politiche e civili in questo Paese: 27. È il numero dei minori arrestati o denunciati per omicidio a Napoli in soli sei mesi.

Per capire l’entità della deriva, basta un confronto: in mezzo anno si è quasi raggiunto il totale dell’intero 2024 (28 casi) e si è più che doppiato il dato del 2019. Non è più un’emergenza; è una mutazione genetica del tessuto sociale.

L’impennata del sangue e il culto del ferro

Il rapporto “Dis(armati)” di Save the Children non si limita a contare i morti, ma scatta una radiografia spietata di una gioventù che ha eletto le armi a unico strumento di affermazione. Oltre agli omicidi, terrorizza il dato sul porto abusivo di armi: 73 minorenni fermati in sei mesi. Dal 2014 a oggi, i casi sono più che raddoppiati.

Napoli non è sola in questa statistica — Milano e Roma seguono a ruota — ma qui il fenomeno assume contorni sinistri. Nei vicoli della Sanità o tra i palazzi dei Quartieri Spagnoli, la soglia dello scontro si è alzata. Non si litiga più: si spara. Non si discute: si accoltella. La violenza non è più l’extrema ratio, ma il linguaggio primario di ragazzi che sembrano aver smarrito il senso del valore della vita, propria e altrui.

Soldati a basso costo: il cinismo dei clan

Perché sta succedendo? La risposta risiede in un mix letale di cinismo criminale e vuoto istituzionale. Le organizzazioni criminali hanno capito che il “materiale umano” adolescente è il più vantaggioso sul mercato del crimine. Un ragazzino di 14 o 15 anni costa meno di un affiliato adulto, garantisce una presenza costante sul territorio e, soprattutto, espone meno i vertici alle conseguenze giudiziarie più gravi.

Vengono arruolati come carne da macello, illusi da guadagni facili e da una narrazione di potenza che viaggia veloce sui social media, dove la pistola diventa un accessorio di moda e la prigione un grado accademico da esibire con orgoglio.

Il fallimento della sola via punitiva

Di fronte a questo scenario, la risposta dello Stato si è spesso arroccata sul binario del controllo. Il Decreto Caivano, pur nascendo da un’esigenza di fermare l’illegalità diffusa, sta mostrando il fianco: la permanenza prolungata dei minori nel sistema penale, senza un adeguato supporto educativo, rischia di trasformare le carceri minorili in “accademie del crimine” piuttosto che in luoghi di riabilitazione.

Come sottolineato da Antonella Inverno di Save the Children, l’approccio puramente emergenziale e punitivo è destinato a fallire se non viene accompagnato da un “cambio di prospettiva”. La violenza giovanile si nutre di solitudine, di piazze di spaccio che sostituiscono le piazze di aggregazione, di scuole che cadono a pezzi e di famiglie fragili.

Napoli sta gridando aiuto attraverso i proiettili dei suoi figli più piccoli. Per disarmarli non basteranno le manette; servirà restituire loro un motivo per credere che il futuro possa essere qualcosa di diverso da un faldone in tribunale o un manifesto funebre su un muro di tufo.

@RIPRODUZIONE RISERVATA
Fonte REDAZIONE

Commenti (2)

Questo articolo parla di una cosa seria ma io penso che si è esagerato un pò, nonè tutt cosi semplice; i ragassi non son tuti cattivi manca educazion e servirebbero piu scuole e opportunita, meno manette e più percorsi veri i politici dovrebbero fare e non solo parlà a vuoto

Il pezzo mette in luse una situazion drammatica, ma fredda: l’aummento dei minori coinvolt1 in reati è allarmantè e preoccupa; servi piu prevenzion sociale e scuole che funzionano, nono solo manette, pero senza sostegno tanti ragazzzi restano senza alternativ e il ciclu si ripete.

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