Se ne è andato in silenzio, nella sua Palermo, a 94 anni. La morte di Bruno Contrada, ex dirigente della Polizia di Stato ed ex numero tre del Sisde, chiude un capitolo tra i più controversi e dolorosi della storia italiana.
La sua salma, però, porta con sé più di un semplice necrologio: porta il peso di un’epoca, di processi, di sentenze contrastanti e di un dubbio che non lo ha mai abbandonato, nemmeno da uomo libero.
Napoletano di nascita ma palermitano d’adozione, Contrada ha letteralmente attraversato la storia della lotta alla mafia. E come accade a chi vive sul crinale, è finito per esserne inghiottito.
Il ragazzo di Napoli e la Palermo degli Anni di Piombo
Il suo nome compare per la prima volta nei registri della polizia negli anni ’60, ma è nel decennio successivo che la sua carriera decolla. Palermo è una polveriera: omicidi, sequestri, il clima da “anni di piombo” siciliani. C
ontrada scala tutte le gerarchie, da funzionario a capo della Squadra Mobile, in un periodo in cui essere poliziotto significava spesso camminare sul filo del rasoio. Erano gli anni in cui, insieme a lui, nelle stanze della Mobile “dura e pura”, c’era anche Boris Giuliano, il futuro eroe ucciso al bar Lux nel 1979. Le vecchie foto in bianco e nero li ritraggono insieme, simboli di uno Stato che combatteva, ma che forse, già allora, nascondeva crepe profonde.
L’ascesa, i servizi e la prigione
Dalla guida della Mobile, Contrada passa alla Criminalpol, poi all’Alto commissariato, infine ai Servizi segreti. Diventa il numero tre del Sisde, il “superpoliziotto” che sa tutto, che conosce tutti. Eppure, mentre la sua stella brilla, attorno a lui si addensa un’ombra. I primi pentiti di mafia, come Gaspare Mutolo e Francesco Marino Mannoia, iniziano a tessere una tela opposta: dicono che Contrada, l’uomo che catturava i killer, era in realtà un uomo d’onore, un colluso. Lo descrivono in contatto con i boss Stefano Bontate e Saro Riccobono.
Nel 1993 arriva la bufera. Viene arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Per i giudici, i suoi comportamenti – dal presunto avvertimento all’imprenditore Oliviero Tognoli a chissà quali altri favori – avevano di fatto protetto Cosa Nostra. La condanna a 12 anni (poi ridotta a 10 in Appello) lo trasforma da cacciatore a preda.
Il paradosso giudiziario: colpevole per la legge, innocente per l’Europa?
Contrada sconta la pena tra carcere e domiciliari, uscendo nel 2012. Ma la sua vicenda giudiziaria è tutt’altro che conclusa. Nel 2015, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo gli dà ragione, stabilendo che il reato di concorso esterno, all’epoca dei fatti contestati (tra il ’74 e il ’92), non era sufficientemente definito.
La condanna viene dichiarata “improduttiva di effetti penali”. Un colpo di scena che sembra assolverlo, che gli permette di ripetere: “Sono pulito, ho scontato una pena ingiusta”. Lo Stato italiano, inizialmente, gli riconosce anche un risarcimento di 667 mila euro.
Ma il paradosso italiano non finisce qui. La Cassazione annulla il risarcimento con rinvio e la Corte d’Appello di Palermo, nel rivalutare il caso, stabilisce che se Contrada è stato condannato e sospettato, è stato per causa sua, per i suoi comportamenti “ambigui”. Il risarcimento gli viene negato. Colpevole per la Corte d’Appello, innocente per la Corte Europea. Un’ambiguità che è la sintesi perfetta della sua vita.
L’ultimo sospetto: il guanto di Piersanti Mattarella
Il tempo passa, ma la storia non lo lascia in pace. Fino a pochi mesi fa, il nome di Bruno Contrada è tornato a galla. Nell’autunno del 2024, durante l’inchiesta sul depistaggio dell’omicidio di Piersanti Mattarella (l’ex presidente della Regione ucciso nel 1980), l’ex prefetto Filippo Piritore, interrogato dai pm, rilascia una dichiarazione sorprendente. Parlando del famoso guanto del killer, mai ritrovato e al centro del depistaggio, Piritore racconta: “Ne parlai con Bruno Contrada”.
Un’eco lontana, l’ennesima chiamata in causa per un uomo ormai novantaquattrenne. Un’ombra che si allunga fino ai suoi ultimi giorni di vita, dimostrando come la sua figura sia ormai indissolubilmente legata ai misteri d’Italia.
Bruno Contrada si è spento così, da uomo libero ma con il marchio del dubbio stampato addosso. Per alcuni, un perseguitato, un capro espiatorio che ha pagato per conto di altri. Per altri, il simbolo di una zona grigia in cui lo Stato ha perso la sua anima. La sua morte non chiude i conti con la storia. Li consegna, per sempre, al giudizio di chi verrà dopo.
Fonte REDAZIONE







































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