

Guido Oppido, primario dell'unità di Cardiochirurgia pediatrica e dei trapianti del Monaldi
Una lettera firmata dal personale infermieristico, dagli OSS e dai tecnici della Sala Operatoria dell’ospedale Monaldi di Napoli (Azienda ospedaliera dei Colli) e indirizzata ai vertici aziendali, a partire dalla direttrice generale Anna Iervolino, mette nero su bianco “una situazione di estrema gravità” che, secondo i firmatari, da tempo starebbe compromettendo il benessere degli operatori e la sicurezza dell’assistenza ai pazienti. La missiva è datata 27 gennaio 2026.
A portare il contenuto della lettera all’attenzione dei cronisti, fuori dal Duomo di Nola, è stato l’avvocato Francesco Petruzzi, legale dei genitori del piccolo Domenico Caliendo, il bambino di due anni morto il 21 febbraio scorso al Monaldi dopo un trapianto di cuore. Il legale ha letto alcuni stralci del documento.
Nella lettera, ha spiegato Petruzzi citando i passaggi letti, i professionisti del Monaldi descriverebbero un clima di “sfiducia reciproca”, legato a una “gerarchia medico-centrica” e a una “comunicazione assente”, che avrebbe generato una percezione di insicurezza tra infermieri, OSS e tecnici.
Nel testo si afferma inoltre che i firmatari “non si sentono attualmente più sicuri di collaborare” con il dottor Guido Oppido e che alcune accuse rivolte al personale (“totalmente incuranti dei bisogni dei pazienti”) non sarebbero “più accettabili e tollerate dall’intera équipe”.
Secondo quanto riportato nella lettera e letto dal legale, il personale segnalerebbe comportamenti “sistematici e quotidiani” attribuiti a Oppido: urla e aggressività verbale, umiliazioni e svalutazioni pubbliche delle competenze, linguaggio offensivo e denigratorio, bestemmie e imprecazioni, oltre ad atteggiamenti intimidatori che avrebbero finito per inibire la comunicazione all’interno dell’équipe.
Il documento menzionerebbe anche “reazioni ostili e aggressive” in contesti formali di confronto, con un riferimento a un incontro del 24 novembre 2025, e un “mancato ascolto e considerazione”. I fatti descritti, si legge, si verificherebbero soprattutto in sala operatoria.
Nella parte finale, sempre stando alla lettera, la frequenza di tali episodi avrebbe creato un clima di lavoro caratterizzato da paura, tensione costante e perdita di fiducia reciproca nel gruppo multiprofessionale.
I firmatari parlano di ricadute sul personale, con ansia persistente, tremori e difficoltà di concentrazione durante le attività, in un quadro di stress e burnout. L’équipe, conclude il passaggio citato, avrebbe valutato “in maniera congiunta” anche la possibilità di chiedere il trasferimento.