

Maxi rissa in vicoletto Belledonne a Chiaia
La Napoli “bene” si risveglia ancora una volta con il fiato corto e l’amaro in bocca. La notte scorsa, il labirinto di strade che compone il cuore pulsante della movida di Chiaia è stato teatro dell’ennesimo episodio di violenza gratuita. Il baricentro del caos è stato Vicoletto Belledonne, dove una banale scintilla ha innescato una rissa furibonda che ha coinvolto almeno dieci persone.
Alle 6:30 del mattino, quando il resto della città iniziava appena a mettersi in moto, l’atmosfera a Chiaia era ancora elettrica, carica di una tensione palpabile. Non c’era il silenzio tipico delle prime ore del giorno, ma il brusio nervoso di chi, probabilmente titolare o gestore dei locali della zona, si trovava a dover gestire gli strascichi di una nottata turbolenta. Vetri infranti e urla residue hanno fatto da cornice a un risveglio che di “buono” ha avuto ben poco.
Il post-rissa si è spostato rapidamente dalle strade alle corsie dei pronto soccorso. Testimoni hanno riferito di concitate telefonate effettuate all’alba: l’ordine, per alcuni emissari, era quello di fare il giro degli ospedali cittadini.
L’obiettivo? Verificare l’entità dei danni fisici subiti dai partecipanti allo scontro e, soprattutto, accertarsi che tra i feriti non vi fossero dipendenti o clienti abituali dei locali, nel tentativo di limitare i danni d’immagine e operativi di una notte da dimenticare.
Quello che è accaduto a Vicoletto Belledonne non è un fulmine a ciel sereno, ma l’ennesima conferma di una deriva che sembra inarrestabile. Parliamo di Chiaia, il cosiddetto “salotto buono” di Napoli, un quartiere che dovrebbe rappresentare l’eleganza e il volto turistico della città, ma che sempre più spesso si trasforma in una zona franca dove le regole del vivere civile vengono sospese dopo la mezzanotte.
La frequenza di questi episodi è impressionante. Non si tratta più di casi isolati, ma di una scansione ritmica di violenza che si ripete ogni weekend (e non solo). Il problema non è più soltanto la “mancanza di controlli”, ma una questione culturale profonda: una parte della gioventù napoletana sembra non conoscere altro linguaggio se non quello della sopraffazione fisica per rivendicare spazi o lavare presunti affronti.
Continuare a chiamarla “movida” è un eufemismo che offende chi vuole solo divertirsi. È una patologia sociale che richiede soluzioni drastiche:
Un presidio fisso e interforze che non si limiti al passaggio di una volante, ma che stazioni nei punti nevralgici.
Una responsabilizzazione reale degli esercenti, che spesso si trovano tra l’incudine di una clientela difficile e il martello della sicurezza.
Ma soprattutto, un intervento che vada oltre l’ordine pubblico, perché se dieci ragazzi decidono di picchiarsi all’alba in un vicolo, significa che il concetto di comunità è stato sostituito da quello di branco.
Napoli non può permettersi che i suoi luoghi più iconici diventino territori di conquista per la micro-criminalità o per l’esuberanza violenta di pochi. La soluzione va trovata ora, prima che il prossimo “bollettino medico” si trasformi in qualcosa di molto più tragico.