Lurdes al Teatro Cortése, la pandemia secondo Fortunato Calvino con Mario Mauro

NAPOLI – La stagione del Teatro Cortése prosegue nel segno di un teatro che non si limita a intrattenere, ma sceglie di interrogare la realtà.

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NAPOLI – La stagione del Teatro Cortése prosegue nel segno di un teatro che non si limita a intrattenere, ma sceglie di interrogare la realtà. Nello spazio dei Colli Aminei, diretto da Anna Sciotti con la cura artistica di Giuseppe Giorgio, sabato 7 marzo alle 21 e domenica 8 alle 18 va in scena “Lurdes”, testo di Fortunato Calvino con protagonista e regista Mario Mauro e le musiche originali di Davide Mauro.

Calvino, autore da sempre attento alle contraddizioni dell’animo partenopeo, affronta il trauma del Coronavirus scegliendo una chiave grottesca e intrisa di amara ironia. Ma “Lurdes” non è semplicemente uno spettacolo sulla pandemia. Il virus resta sullo sfondo, mentre al centro si impone qualcosa di più sottile e persistente: l’isolamento interiore, la paura che supera l’emergenza sanitaria e diventa condizione esistenziale.

Lurdes è una donna del popolo napoletano, figura minuta solo in apparenza, schiacciata da ansie domestiche, tensioni familiari e relazioni consumate dalla clausura forzata. Le case si fanno troppo strette, i silenzi più assordanti delle parole, le convivenze esplodono sotto il peso di inquietudini mai risolte. Non domina la scena il contagio, ma quella sospensione che ha svuotato le strade e incrinato legami.

Nelle note di regia Mario Mauro chiarisce la traiettoria del lavoro: «Una storia individuale che diventa universale, attraverso le vicissitudini raccontate da un personaggio solo apparentemente femminile ma che nel corso della storia si trasfigura, diventando in qualche modo la simbolica “voce” di una intera umanità». È in questa trasformazione che lo spettacolo trova la sua forza, superando il dato realistico per farsi metafora.

In uno spazio raccolto come il Cortése, dove la distanza tra palco e platea si annulla quasi del tutto, la vicenda assume un tono confessionale. Il pubblico non è semplice spettatore ma parte chiamata in causa. Perché la domanda che attraversa “Lurdes” resta aperta e bruciante: cosa è rimasto dentro di noi di quei mesi sospesi? E quale solitudine continua ancora oggi a lavorare in silenzio?

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Fonte REDAZIONE
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