La vittoria di Sal Da Vinci al Festival di Sanremo non è stata semplicemente una vittoria musicale. È diventata qualcosa di più: uno specchio delle tensioni culturali che attraversano l’Italia quando il successo arriva da Napoli e dal Sud. Però a qualcuno è andata di traverso.
Prima la sua canzone è stata liquidata come una canzonetta.
Poi è diventata una canzone da matrimonio.
Poi si è passati a ironizzare sulla persona di Sal.
E come se non bastasse qualcuno ha provato persino ad accusare il brano di raccontare un “amore tossico”, arrivando a evocare addirittura il femminicidio. Sì, è stato detto anche questo.
Con l’ultima uscita di Aldo Cazzullo siamo arrivati a un nuovo livello: non più soltanto la critica musicale — che sarebbe legittima — ma una vera e propria offensiva culturale che finisce per colpire Napoli, il Sud e, di fatto, mezza Italia.
Perché ormai la questione è evidente: non è la canzone che dà fastidio.
È quello che rappresenta.
Il Festival di Sanremo, soprattutto negli ultimi anni — dal ciclo di Amadeus con Fiorello, fino alla conduzione di Carlo Conti — ha iniziato lentamente a tornare a ciò che dovrebbe essere: lo specchio dell’Italia reale.
Non più soltanto il salotto autoreferenziale di una certa élite culturale.
Non più il festival del “perbenismo snob”, dove fenomeni spesso effimeri venivano presentati come capolavori generazionali salvo poi sparire nel giro di pochi mesi.
Perché alla fine la musica ha una regola semplice:
se piace, la gente la ascolta.
Se non piace, la dimentica.
E allora forse il problema è proprio questo: un festival che torna popolare, che parla a tutti, che riesce a mettere insieme linguaggi, sensibilità e culture diverse.
Un festival che torna a rappresentare davvero l’Italia.
Ed è qui che scatta il cortocircuito.
Per anni abbiamo assistito a un racconto musicale filtrato da una certa critica culturale — spesso ideologica — che decideva cosa fosse “alto” e cosa fosse “basso”. Ma quando il pubblico, gli ascolti e persino la giuria ribaltano questo schema, qualcuno perde il monopolio del racconto.
E perde anche una certa posizione di potere.
C’è poi un dettaglio che rende tutta la polemica ancora più paradossale: la vittoria di Sal Da Vinci è arrivata anche grazie alla stampa e agli esperti. Nel televoto, infatti, il pubblico aveva premiato maggiormente Sayf.
Dunque la domanda viene spontanea:
se la stampa ha contribuito in modo decisivo alla vittoria di Sal Da Vinci, allora di cosa stiamo parlando?
Davvero la stessa stampa a cui Cazzullo si rivolge avrebbe deciso di incoronare una canzone “da matrimonio della camorra”, come lui stesso l’ha definita?
La verità è che questa polemica racconta qualcosa di molto più antico: il disagio di una parte dell’Italia quando Napoli e il Sud tornano protagonisti.
E non sarebbe neppure la prima volta.
Persino Domenico Modugno, oggi considerato uno dei più grandi artisti della musica italiana, fu a lungo osteggiato da una parte della critica. Anche lui veniva guardato con sospetto: troppo popolare, troppo mediterraneo, troppo fuori dai canoni dell’“Italia perbene”.
Eppure quella stessa Italia canta ancora oggi Nel blu dipinto di blu.
Ma questo atteggiamento ha fatto anche altre vittime illustri.
Basti pensare a Nino D’Angelo, per anni trattato come un “extracomunitario” della musica italiana. Uno da tollerare, da invitare magari perché il pubblico lo chiedeva, ma mai davvero accettato nei salotti buoni della cultura.
In fondo il problema è sempre lo stesso: artisti come Nino D’Angelo, come Sal Da Vinci e come tanti altri arrivano a toccare le masse vere, quelle reali.
E quando succede, la narrazione culturale cambia.
E controllare la narrazione non è una cosa banale.
Dietro la narrazione culturale ci sono interessi enormi:
business, pubblicità, aziende, sponsor, industrie culturali.
Soldi.
Tanti soldi.
Quando cambiano i gusti del pubblico, cambiano anche gli equilibri economici e mediatici.
E non riguarda solo la musica.
Nel cinema, per esempio, Totò per anni fu trattato da una parte della critica come una semplice macchietta, quasi un fenomeno minore. Oggi è riconosciuto universalmente come uno dei più grandi attori della storia italiana.
Lo stesso destino, in forme diverse, hanno avuto giganti come Vittorio De Sica, Steno, Vittorio Gassman e Walter Chiari. Molti di loro sono diventati “grandi” per la critica soprattutto dopo la morte.
Prima erano spesso guardati con sospetto o con sufficienza.
E poi c’è una pagina ancora più amara della nostra storia mediatica: quella di Enzo Tortora. Quando esplose lo scandalo giudiziario che lo travolse, una parte della stampa credette alle accuse senza fare troppe domande, senza muovere un dito per difendere uno dei volti più amati della televisione italiana.
La storia poi ha dimostrato quanto quelle accuse fossero infondate.
In questo clima si inserisce anche la presa di posizione dello scrittore Maurizio de Giovanni, che ha commentato con sorpresa le parole di Cazzullo.
De Giovanni ha ricordato che Sal Da Vinci è uno straordinario artista con quarant’anni di carriera, orgogliosamente popolare e capace di riempire teatri e stadi. E ha aggiunto una domanda che ha fatto sorridere molti:
“Mi chiedo a quanti matrimoni di camorra abbia partecipato Cazzullo per definire quella canzone in quel contesto”.
Una frase che smonta con ironia l’accostamento malizioso tra una canzone popolare e la criminalità organizzata.
Lo scrittore ha anche sottolineato un punto centrale: l’equazione tra popolare e bassa qualità è una vecchia abitudine culturale italiana. Una scorciatoia intellettuale che spesso ha portato a sottovalutare artisti capaci di parlare davvero al Paese.
E De Giovanni ricorda anche un altro dato che rende la polemica ancora più curiosa: Sal Da Vinci non ha vinto il televoto, quindi è evidente che la sua vittoria sia passata anche attraverso il voto della giuria artistica e degli esperti.
Insomma, anche lui è rimasto piuttosto stupito dalla maliziosa uscita di Cazzullo.
E probabilmente non era nelle sue intenzioni scivolare così.
Capita anche ai migliori, ogni tanto, di dire una fesseria.
Esiste una vecchia statistica ironica secondo cui ogni uomo, prima o poi, dirà o farà una sciocchezza.
Questa volta — diciamolo con un sorriso — forse era semplicemente il turno di Cazzullo.
Perché la domanda vera resta sempre la stessa:
perché fa così paura un Festival di Sanremo che torna davvero a rappresentare l’Italia?
Forse perché cambia gli equilibri.
Forse perché toglie la “zuppa dal piatto” a chi per anni ha controllato il racconto culturale del Paese.
Forse perché porta qualcosa che, paradossalmente, spaventa più di tutto: la novità.
Il nuovo che arriva e spazza via il vecchio.
Il nuovo che rompe gli schemi.
Il nuovo che non chiede il permesso a nessuno.
Per chiudere, viene quasi naturale ricordare una frase di Benedetto Croce che sembra scritta proprio per momenti come questo:
“La libertà non è mai concessa: si conquista.”
E forse anche la libertà di cantare — e di vincere — senza chiedere il permesso ai salotti buoni.
E a proposito di salotti e potere, qualcuno tra i nostri lettori ha ricordato un’immagine bellissima del cinema napoletano. Nel film L’oro di Napoli, Eduardo De Filippo spiegava il significato di quel gesto antico e liberatorio: il pernacchio, non una semplice pernacchia, ma un atto di ironica ribellione contro il potente del quartiere.
Ecco, forse l’uscita di Cazzullo meriterebbe proprio uno di quei meravigliosi pernacchi.
Come ha scritto un nostro lettore commentando l’editoriale del giornalista Sebastiano Vangone: a volte la risposta più elegante alle polemiche costruite a tavolino non è la rabbia.
È una risata.
O, per dirla alla napoletana, un grande pernacchio liberatorio.
Fonte REDAZIONE

















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