Un altro tassello si aggiunge all’inchiesta sui furti di farmaci oncologici dagli ospedali italiani, un business criminale che secondo gli inquirenti avrebbe trasformato medicinali destinati a pazienti fragili in merce da piazzare sul mercato illecito.
Nelle ultime ore la Procura di Reggio Calabria ha ottenuto ed eseguito una nuova ordinanza cautelare in carcere firmata dal gip Tommasina Cotroneo nei confronti di quattro indagati, tutti residenti a Napoli, ritenuti gravemente indiziati di aver partecipato ai colpi messi a segno all’interno dell’ospedale “Tiberio Evoli” di Melito Porto Salvo.
Si tratta di Gennaro Bevilacqua, 70 anni, di Melito di Napoli, Massimo Conte, 60 anni, Roberto Conte, 62 anni, e Mario Criscuolo, 56 anni, tutti accusati di furto pluriaggravato in concorso. Proprio Criscuolo è il nome che salda in modo più evidente i due filoni investigativi: per lui, infatti, questa è la seconda ordinanza in appena due giorni, dopo essere comparso anche nell’inchiesta coordinata dalla magistratura napoletana sui furti di medicinali oncologici avvenuti tra Campania e Calabria.
Il filo che porta a Napoli
La nuova misura cautelare arriva infatti all’indomani di un altro provvedimento firmato a Napoli, che aveva colpito complessivamente 17 persone nell’ambito di un’indagine parallela su quattro episodi di furto di farmaci oncologici in strutture sanitarie campane e calabresi.
Il quadro che emerge, a leggere i diversi tronconi investigativi, è quello di una rete con base logistica nell’area napoletana e capacità operative mobili, pronta a muoversi lungo l’asse tra Campania e Calabria per colpire depositi farmaceutici ospedalieri e reimmettere poi i prodotti nel circuito clandestino.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori reggini, il gruppo avrebbe concentrato la propria attività sull’ospedale di Melito Porto Salvo, dove sarebbero stati portati a termine quattro furti tra aprile e luglio 2024. L’ammanco contestato è enorme: oltre 1,2 milioni di euro in farmaci oncologici, chemioterapici e biologici ad altissimo costo, medicinali in corso di validità e dunque immediatamente appetibili per la successiva commercializzazione illegale.
I medicinali rubati e il mercato illecito
Non si tratta di refurtiva qualunque, ma di farmaci salvavita destinati ai reparti e alle terapie di pazienti oncologici. È anche per questo che il procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Borrelli ha definito la vicenda “molto grave”, sottolineandone non solo l’impatto umano e sanitario, ma anche il danno economico per le casse pubbliche.
Sullo sfondo resta infatti il sospetto di una filiera di redistribuzione illegale ancora da scandagliare fino in fondo, mentre una parte delle verifiche sulla rete di smercio si concentra proprio su Napoli, area nella quale l’organizzazione sarebbe stata radicata.
Gli inquirenti ritengono che i farmaci sottratti non fossero destinati a restare in Calabria. Una delle direttrici battute dall’indagine porta infatti verso il Nord, in particolare la Lombardia, dove i medicinali rubati avrebbero potuto trovare sbocco attraverso canali di ricettazione e rivendita ancora oggetto di approfondimento.
È il tratto forse più inquietante dell’intera vicenda: il passaggio da furto ospedaliero a traffico specializzato di prodotti sanitari ad altissimo valore economico.
Il metodo della banda
L’inchiesta dei carabinieri della Compagnia di Melito Porto Salvo, sviluppata dalla Sezione operativa tra aprile 2024 e febbraio 2025, ha seguito una traccia tecnica e paziente. I militari hanno ricostruito innanzitutto i veicoli presenti nelle aree interessate dai furti, poi hanno incrociato i dati del traffico telefonico, individuando utenze anomale agganciate alle celle della zona, per arrivare infine alle verifiche sulle intestazioni e alle intercettazioni che avrebbero consentito la definitiva identificazione del gruppo.
Secondo l’ipotesi accusatoria, il gruppo si muoveva con un modus operandi collaudato: scelta preventiva delle strutture sanitarie da colpire, sopralluoghi per studiare accessi e vulnerabilità, uso di auto a noleggio e di schede telefoniche dedicate, spesso intestate in modo fittizio a cittadini stranieri, così da schermare identità e spostamenti.
Un impianto organizzativo che, per gli inquirenti, suggerisce un livello di pianificazione non improvvisato e la possibile esistenza di un circuito criminale più ampio rispetto ai soli esecutori arrestati.
L’assenza di basisti e le falle nella sicurezza
Uno dei passaggi più rilevanti emersi nel corso della conferenza stampa è quello relativo all’assenza, allo stato, di complicità interne all’ospedale di Melito Porto Salvo. Il procuratore Borrelli ha escluso la presenza di basisti o sodali del territorio all’interno del presidio sanitario, mentre dagli interventi degli investigatori è emerso che all’epoca dei fatti i sistemi di protezione dei farmaci non erano particolarmente avanzati.
Anche questo elemento aiuta a comprendere come i colpi siano stati possibili. In mancanza di un apparato di videosorveglianza capillare, l’indagine ha dovuto affidarsi a un lavoro massivo sui dati, incrociando auto, celle telefoniche e utenze spesso intestate a soggetti stranieri non censiti sul territorio nazionale. Un’attività lenta e altamente tecnica, che ha permesso ai carabinieri di ricostruire i movimenti del gruppo lungo la direttrice Napoli-Calabria e di collegare i singoli episodi a una stessa matrice.
L’intreccio tra procure
L’indagine reggina, peraltro, non è rimasta confinata entro i limiti territoriali dei furti commessi a Melito Porto Salvo. Le risultanze investigative sono state condivise con le Procure di Napoli e Benevento, da cui sono scaturiti altri provvedimenti restrittivi quasi in contemporanea, a conferma di una sinergia investigativa che punta a ricostruire l’intera filiera: dagli autori materiali dei colpi fino agli eventuali rivenditori e terminali del mercato illecito.
È proprio questo coordinamento a suggerire che gli arresti eseguiti finora possano rappresentare solo una parte del mosaico. Le carte parlano infatti di un contesto criminale complesso, nel quale i ladri di farmaci oncologici si muovono come specialisti: colpiscono strutture sanitarie, sottraggono medicinali costosi e facilmente rivendibili, sfruttano falle nella sicurezza e canali di copertura per le comunicazioni. Un assalto silenzioso alle corsie, che sottrae risorse alla sanità pubblica e mette le mani su terapie essenziali per i malati di cancro.
Fonte REDAZIONE







































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