

Patrizia Mercolino con il piccolo Domenico e il professor Angelini
Napoli — La partita decisiva sul caso del piccolo Domenico si gioca, prima ancora che in sala settoria, sul terreno tecnico e procedurale. A poche ore dall’incidente probatorio fissato per martedì, la famiglia del bambino morto il 21 febbraio all’ospedale Monaldi dopo un trapianto di cuore non riuscito completa il proprio collegio di consulenti e contemporaneamente chiede l’esclusione di uno dei periti nominati dal giudice.
Due mosse che fotografano il clima di forte contrapposizione attorno a un procedimento che vede sette sanitari indagati per omicidio colposo e che ruota attorno a un punto centrale: stabilire se il cuore trapiantato, proveniente da Bolzano, fosse già compromesso al momento dell’impianto o se il danno sia intervenuto in altre fasi della catena clinica e logistica.
La famiglia Caliendo ha scelto di rafforzare il proprio fronte tecnico con un nome di peso internazionale: Gianni Davide Angelini, professore emerito di cardiochirurgia all’Università di Bristol e fondatore del Bristol Heart Institute.
La sua nomina completa un collegio multidisciplinare già composto dal medico legale Luca Scognamiglio, dall’anestesista trapiantologa D’Amico e dall’anatomopatologo Iacobelli.
Secondo il legale della famiglia, l’avvocato Francesco Petruzzi, l’ingresso di Angelini garantisce «un’analisi rigorosa, indipendente e scientificamente fondata» dei fatti che saranno oggetto dell’accertamento irripetibile disposto dalla Procura di Napoli.
La strategia è evidente: presentarsi all’autopsia con competenze integrate — medico-legali, anestesiologiche, anatomo-patologiche e cardiochirurgiche — in grado di contestare eventuali conclusioni del collegio peritale nominato dal giudice.
Parallelamente, la difesa dei genitori ha chiesto la ricusazione di Mauro Rinaldi, cardiochirurgo torinese inserito tra i tre periti del gip per l’incidente probatorio.
L’istanza poggia su due profili ritenuti incompatibili:
l’essersi già espresso pubblicamente sulla vicenda;
la co-firma di una pubblicazione scientifica con uno dei medici indagati.
A questi elementi si aggiunge ora un nuovo documento che la difesa intende depositare: una nota interna della Società italiana di Chirurgia cardiaca, di cui Rinaldi è vicepresidente, contenente espressioni di solidarietà ai sanitari del Monaldi coinvolti nell’indagine.
Per l’avvocato Petruzzi si tratterebbe di «una scelta di campo» incompatibile con il ruolo di perito terzo.
Nel documento associativo, diffuso ai soci dopo l’esplosione mediatica del caso, la società scientifica esprime vicinanza ai colleghi napoletani e richiama il concetto di “second victim syndrome”, cioè il trauma psicologico che può colpire i sanitari coinvolti in eventi avversi.
La presa di posizione — pur senza entrare nel merito clinico — viene letta dalla famiglia come un segnale di schieramento a favore degli indagati, rafforzando la richiesta di sostituzione del perito prima dell’avvio dell’accertamento autoptico.
Ulteriore elemento di tensione è un verbale interno dell’Azienda dei Colli relativo a una riunione del 30 dicembre, sette giorni dopo il trapianto.
Secondo la ricostruzione della difesa dei genitori, in quell’incontro il primario Oppido avrebbe sostenuto la piena correttezza dell’intervento: cuore «perfettamente prelevato e integro» e trapianto senza perdite ematiche nelle anastomosi.
Sempre nello stesso contesto, il primario avrebbe dichiarato che — in caso di decesso — avrebbe richiesto personalmente un riscontro autoptico «a tutela della propria reputazione».
Per la madre del bambino, Patrizia, tali affermazioni rendono necessario chiarire la reale valutazione clinica espressa dai sanitari nei giorni immediatamente successivi all’intervento.
Sul piano investigativo resta aperta la questione cruciale: dove e quando il cuore sarebbe stato compromesso.
La difesa della cardiochirurga Gabriella Farina — responsabile dell’équipe che eseguì l’espianto a Bolzano — invita a considerare la posizione del personale di sala operatoria altoatesino, ipotizzando che durante il trasporto dell’organo sia stato utilizzato ghiaccio secco (anidride carbonica solida) anziché ghiaccio tradizionale, con possibile danno da congelamento.
Una tesi che la famiglia contesta, chiedendo «silenzio e decoro invece che difese arraffazzonate», e che sarà verosimilmente uno dei punti centrali dell’incidente probatorio.
Il giudice per le indagini preliminari è atteso a breve sulla ricusazione del perito Rinaldi: una decisione che inciderà direttamente sul calendario dell’autopsia e quindi sull’intero iter dell’accertamento irripetibile.
Solo dopo la definizione del collegio peritale potrà iniziare l’esame autoptico destinato a chiarire se la morte del piccolo Domenico sia dipesa da un organo già danneggiato, da errori chirurgici o da criticità nella gestione perioperatoria.
È su questo snodo tecnico-scientifico che si giocherà la prima vera verifica probatoria di un caso destinato a segnare la giurisprudenza sui trapianti pediatrici e sulla responsabilità lungo la filiera del prelievo e del trasporto d’organo.