Arienzo, il teatro entra in carcere: i detenuti diventano attori e autori

Il 30 aprile in scena “Io conosco la parola amore”, esito di un laboratorio che trasforma la detenzione in opportunità formativa
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Napoli – Il teatro come strumento di riscatto, formazione e reintegrazione sociale. Accade nella Casa di reclusione “Gennaro De Angelis” di Arienzo, nel Casertano, dove il prossimo 30 aprile andrà in scena “Io conosco la parola amore – Primo studio”, spettacolo site-specific e itinerante firmato dalla compagnia stabile interna “La Flotta”.

Un progetto che nasce dentro il carcere

Lo spettacolo, diretto da Gaetano Battista e coordinato da Annalaura de Fusco, rappresenta il momento conclusivo del laboratorio dedicato alle arti e ai mestieri del teatro, avviato nel maggio scorso nell’ambito del progetto “Teatro interno di rigenerazione culturale e sociale”, ideato dall’associazione Polluce e sostenuto con i fondi Otto per Mille della Chiesa Valdese.

Protagonisti sono 13 detenuti, coinvolti in un percorso innovativo che li ha visti partecipare attivamente non solo alla messa in scena, ma anche alla scrittura dei testi.

Drammaturgia dal basso e co-regia

Una delle peculiarità dell’iniziativa è proprio il processo creativo condiviso. I contenuti dello spettacolo nascono infatti in gran parte dalle proposte drammaturgiche di uno dei detenuti, emerse durante gli incontri laboratoriali e sviluppate collettivamente.

“Si può parlare a tutti gli effetti di una co-regia insieme ai detenuti”, spiega il regista Battista. “I testi sono il risultato di esercizi di improvvisazione e drammaturgia corporea: un percorso che attraversa il possesso e la speranza, il linguaggio popolare e quello più intimo”.

Un’esperienza immersiva tra gli spazi della detenzione

Lo spettacolo si configura come un’esperienza teatrale itinerante: il pubblico sarà guidato attraverso gli spazi della struttura detentiva, entrando in contatto diretto con storie, visioni e parole che ruotano attorno al tema dell’amore.

“È un excursus sul concetto di amore attraverso il rito del teatro – aggiunge Battista –. Nulla è definito, lasciamo allo spettatore la possibilità di trovare un proprio significato. Restano la forza dei corpi e le parole degli attori”.

Formazione e lavoro oltre le sbarre

Parallelamente, all’interno della struttura sono in corso altri laboratori dedicati alla formazione dell’attore e alle tecniche di montaggio audiovisivo, inseriti nel progetto “Arte oltre le sbarre”, finanziato dalla Cassa delle Ammende del Ministero della Giustizia.

L’iniziativa, sostenuta dal Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria e dalla direzione del carcere, vede il coinvolgimento di Formedil Avellino come ente certificatore. Il percorso si concluderà con un nuovo allestimento previsto per l’estate 2027.
Al termine delle attività, ai partecipanti sarà rilasciata una certificazione professionale spendibile nel mondo del lavoro.

Un modello di inclusione sociale

“Come Formedil Avellino siamo orgogliosi di contribuire a un’iniziativa che unisce formazione e inclusione”, sottolinea il presidente Antonio Prudente. “Questo progetto dimostra come anche in contesti complessi sia possibile costruire percorsi di crescita autentici, capaci di incidere sul futuro delle persone e dell’intera comunità”.

Per la prima volta, dunque, una casa di reclusione si trasforma in una vera e propria scuola di teatro, offrendo ai detenuti strumenti concreti per immaginare un futuro diverso.

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Commenti (1)

Il proggeto mi par una iniziativa interessante ma nn capisco bene come si po continuare dopo la messa in scena; manca risorse e una idea chiara x il lavoro futuro, i detenutii è statoinvolti ma la continuità pare incertaa, serve piu formassion e controlle, la co regia è dett da loro ma non so se sarà sufficente.

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