Napoli – Ponticelli non è un quartiere per chi ha il cuore debole, e lo sa bene Giuseppe Barbaro, responsabile amministrativo di una storica azienda che dal 1974 vende e ripara carrelli elevatori in via Martiri della Libertà.
In un territorio dove le ombre dei clan si allungano sulle saracinesche delle attività commerciali, l’azienda è finita nel mirino dei “Bodo”, l’organizzazione criminale dei De Micco attualmente egemone nella zona est di Napoli.
È una storia di intimidazioni martellanti, di richieste di pizzo esorbitanti destinate ai carcerati e del coraggio di un uomo che, terrorizzato dalla scia di sangue che ha già macchiato il quartiere, ha deciso di non piegarsi.
L’incubo inizia di giovedì
Il calvario dell’imprenditore ha inizio il 5 febbraio 2026, alle sei di sera. Due individui con il volto coperto si presentano in sella a uno scooter nero davanti ai cancelli dell’azienda e, senza neanche scendere dal mezzo, puntano il dito contro il titolare intimando con prepotenza: Vieni immediatamente a Ponticelli dietro al garage a parlare con Peppe, mo mo devi venire”.
L’imprenditore ignora l’ordine, ma è solo l’antipasto di una pressione che si farà sempre più asfissiante. Quattro giorni dopo, un commando si presenta presso la ditta a bordo di una Lancia Y blu. Dall’auto scende Ferruccio Camassa, classe 1984, noto alle forze dell’ordine e affiliato di peso del sodalizio. Ad attenderlo nell’abitacolo ci sono Vincenzo Valentino e Salvatore Borriello, presenze silenziose ma eloquenti che fungono da forza di intimidazione.
La richiesta: “Loro vogliono 30.000 euro”
Faccia a faccia con la vittima, Camassa si presenta senza giri di parole come referente dei De Micco delle “Palazzine di Topolino”. Il messaggio è chiaro e arriva direttamente dalle carceri, da Fabio Riccardi detto “Fabiolino”, tramite Giuseppe Borriello, alias Peppe “Chupa Chups”.
Le parole dell’esattore non lasciano spazio a interpretazioni: “Loro vogliono 30.000 euro!”. L’imprenditore cercando di prendere tempo e di spaventare i malviventi, ribatte di essere collegato con le Forze dell’Ordine tramite le telecamere del suo sistema di videosorveglianza.
La risposta del clan il giorno seguente è tuttavia inamovibile. A bordo di una Jeep Renegade grigia, Camassa torna alla carica precisando che Peppe Chupa Chups non vuole sentire ragioni e che la cifra deve essere consegnata per intero, senza sconti. Il terrore attanaglia l’imprenditore, che confida ai Carabinieri la sua angoscia, ricordando che il clan De Micco non ha remore a uccidere chi si ribella, richiamando alla memoria l’omicidio dell’imprenditore Enrico Capozzi e il recente incendio doloso ai danni della “Martinelli Ricambi”.
Il cambio al vertice e le nuove minacce
La tensione sale il 16 febbraio 2026. L’imprenditore, alla guida della sua auto in via Carlo Miranda, viene affiancato e costretto ad accostare da Camassa e da un complice a bordo della solita Jeep. L’esattore reitera la richiesta estorsiva, ma svela un improvviso cambio nelle gerarchie criminali del quartiere: “Adesso a comandare ci sta …”
. L’imprenditore, disorientato, chiede a chi debba effettivamente consegnare i soldi: “Prima mi hai nominato Peppe Chupa Chups, adesso questo …omissis…, mi fai capire a chi devo dare i soldi?”. La replica di Camassa delinea le tensioni interne e la ferocia del gruppo:
“Adesso comanda …omissis… perché Peppe Chupa Chups va fuggendo… io te lo voglio dire, non so come prende questa risposta perché Peppe non ragiona!”. Di fronte alle richieste di tempo della vittima, il tono di Camassa si fa ancora più minaccioso, intimando di tirare fuori i soldi perché i vertici del clan avrebbero potuto reagire male a un rifiuto, aggiungendo che…omissis…aveva concesso la possibilità di pagare a rate mensili.
“A noi non ci ferma nessuno”: l’epilogo
Il climax della vicenda si raggiunge la mattina del 19 febbraio. Camassa si ripresenta nel piazzale dell’azienda per sollecitare il pagamento. L’imprenditore, nel disperato tentativo di prendere ancora tempo e proteggere la sua incolumità, offre un anticipo simbolico di 500 euro.
L’esattore del clan, indignato dall’offerta ritenuta irrisoria, sbotta: “Non hai capito niente, Peppe sta aspettando solo la mia risposta, adesso mi tolgo di mezzo e te la vedi tu e loro!”.
Poi, con una spavalderia agghiacciante, fa riferimento all’arresto del complice Vincenzo Valentino, finito in manette in un’altra operazione tre giorni prima: “Hai visto ad Enzo? Lo hanno arrestato! La gente pensa che noi ci fermiamo… a noi non ci ferma nessuno!”. Le minacce, tuttavia, non hanno sortito l’effetto sperato.
Le indagini serrate dei Carabinieri della Tenenza di Cercola, supportate dalle inequivocabili riprese delle telecamere fornite dallo stesso imprenditore, hanno portato il G.I.P. del Tribunale di Napoli, Donatella Bove, a disporre la custodia cautelare in carcere per Camassa, Valentino e Borriello.
Ieri Vincenzo Valentino detto o’ veloce è comparso dal gip per l’interrogatorio di garanzia. Difeso dall’avvocato Luca Gili si è avvalso della facoltà di non rispondere.
Fonte REDAZIONE

















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