

Nell’immagine, un riferimento ai fatti narrati.
Napoli – La rapina di Casavatore del carico di droga che gli uomini della ‘ndrangheta stavano consegnando al clan Amato Pagano non nasce dal nulla. Quelo colpo, che ha dato vita all’inchiesta e al blitz contro la Vanella Grassi di due giorni fa, nasce da un sistema di approvvigionamento internazionale che i “Girati” di Secondigliano hanno costruito con pazienza negli anni, spostando il baricentro del traffico di droga verso la Penisola Iberica.
Secondo i collaboratori di giustizia, prima che Bartiromo “Jet” prendesse in mano i rifornimenti di stupefacente, il ruolo era di Gaetano Angrisano. Quando questi, dopo la scarcerazione, si era recato in Spagna insieme a Giuseppe Corcione, aveva trovato appoggio a Malaga — precisamente a Puerto Banús — presso Pasquale Vanacore, detto “el chapo”, il referente internazionale del traffico per conto del clan.
Quando Vanacore fu arrestato in Spagna nel 2021, Angrisano tentò di appropriarsi della sua rete di contatti, stringendo accordi con il socio marocchino di “el chapo”, colui che gestiva i flussi di droga su scala internazionale. Ci riuscì. Il risultato, secondo i pentiti, è che oggi la Vanella Grassi è diventata il clan più rifornito di Napoli per quanto riguarda l’importazione di cocaina, fumo, erba ed eroina.
Vanacore, nel frattempo, è tornato libero — si trova ancora a Malaga, Puerto Banús — ma ha su di sé un mandato di cattura italiano. La Spagna, per ora, non lo estrada: ha ancora una pendenza giudiziaria aperta in loco.
Le conseguenze della rapina non si sono fatte attendere. La ‘ndrangheta non dimentica e non perdona — lo sa chiunque abbia scritto anche solo una pagina di cronaca giudiziaria calabrese. E quando ha scoperto che venti chili di cocaina erano stati sottratti con le armi ai suoi corrieri da un clan napoletano, ha risposto nel modo che le è più consueto: mettendo una taglia.
Centoventimila euro sulla testa di Simone Bartiromo “Jet”, il cervello della soffiata. Una somma che nelle piazze di spaccio della camorra vale una sentenza di morte.
A fotografare la gravità della situazione è stato l’altro giorno il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri, calabrese di nascita e magistrato che sulla ‘ndrangheta ha costruito vent’anni di carriera.
A margine della conferenza stampa Gratteri ha scelto parole pesanti come pietre: “L’elemento di novità è questo rapporto diretto con la ‘ndrangheta. In una delle volte in cui è stata portata cocaina a Napoli, è stata fatta una rapina da parte della Camorra nei confronti di questi due ‘ndranghetisti. Il problema è che siamo un po’ preoccupati dalla reazione della ‘ndrangheta”.
Una preoccupazione che il magistrato ha poi tradotto in un’azione concreta: “Abbiamo chiesto alle persone che riteniamo essere i protagonisti di questa rapina se si sentono in pericolo, se intendono essere protetti. È una scelta, non si può imporre. L’allerta da parte delle forze dell’ordine è massima, a prescindere dalla loro volontà”.
C’è un’ombra che percorre tutta l’ordinanza, silenziosa ma ingombrante: quella di Camillo Esposito, uno dei due fratelli armati che aveva tenuto sotto tiro i corrieri calabresi in via Caracciolo.
Camillo Esposito non è tra i nove arrestati dell’altra mattina. Non potrebbe esserlo: è morto il 7 settembre 2024, ucciso in un agguato a Scampia. Una morte violenta, nella periferia nord di Napoli, che porta con sé il peso specifico di una faida che potrebbe non essersi ancora conclusa.
Se la sua morte sia direttamente collegata alla rapina dei venti chili e alla vendetta della cosca Nirta-Strangio è uno degli interrogativi che l’inchiesta della DDA partenopea non ha ancora sciolto del tutto. Ma il timing, nell’universo criminale di Scampia, raramente è casuale.
”Credevi che stessimo scherzando?” aveva detto Gino “o’Zuppone” ridendo, quella mattina di aprile del 2023. Adesso, a due anni di distanza, la domanda vale anche per lui e per tutti gli altri. La risposta, stavolta, l’ha data la giustizia.