

Il boss Vincenzo Santone
Nel rione popolare ex Iacp di Santa Maria Capua Vetere, le cosiddette Palazzine, nulla si muoveva senza il via libera del capo. Non solo la droga, ma anche le case, le persone, persino le vite.
A comandare era Vincenzo Santone, detto ’o Zuppariell, 41 anni, indicato dagli inquirenti come il vertice assoluto del sodalizio criminale sgominato da Polizia di Stato e Direzione distrettuale antimafia di Napoli con un maxi blitz che ha portato a 17 misure cautelari (tre a carico di minorenni) e due arresti in flagranza per droga e armi.
Un’operazione imponente, con oltre 140 poliziotti impegnati, presentata nel corso di una conferenza stampa in Procura a Napoli alla presenza del procuratore Nicola Gratteri, del procuratore aggiunto Michele Del Prete, della procuratrice per i minorenni Patrizia Imperato, del questore di Caserta Andrea Grassi e del capo della Squadra Mobile Massimiliano Russo.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, Santone si comportava come un vero e proprio boss di camorra, esercitando un controllo capillare sulle piazze di spaccio del territorio sammaritano. Il meccanismo era semplice quanto feroce:
la droga doveva essere acquistata esclusivamente da lui;
ogni pusher era obbligato a versare una quota fissa, quantificata in 200 euro a settimana, destinata – ufficialmente – al mantenimento degli affiliati detenuti;
in alternativa, chi non versava il denaro doveva rifornirsi di stupefacente a prezzi maggiorati.
«A questo diktat – ha spiegato in conferenza stampa il dirigente della Mobile Massimiliano Russo – l’alternativa era la morte». Una frase che restituisce la cifra del clima che si respirava nel rione.
Ma il potere di Santone non si fermava allo spaccio. Dalle indagini emerge un ulteriore elemento inquietante: l’assegnazione degli alloggi popolari. Le abitazioni libere o occupate abusivamente nelle Palazzine Iacp venivano distribuite secondo i desiderata del capo, che decideva chi doveva entrare e chi, invece, doveva andarsene.
Un controllo che passava anche attraverso la moglie, utilizzata – secondo gli inquirenti – come intermediaria, e che trasformava le case popolari in strumenti di consenso e di dominio, riservate agli affiliati più fidati o alle famiglie ritenute “affidabili”.
In questo contesto di sopraffazione si inserisce l’omicidio di Emanuele Nebbia, 26 anni, ucciso con un colpo di pistola alla tempia la notte di Capodanno 2024, pochi minuti dopo la mezzanotte, mentre stava festeggiando l’arrivo del nuovo anno nel cortile di casa facendo esplodere fuochi d’artificio.
Un delitto efferato che, secondo la Dda, aveva un obiettivo preciso: punire chi aveva osato ribellarsi. Nebbia, infatti, avrebbe tentato di rendersi autonomo nella gestione della sua piazza di spaccio, cercando canali di approvvigionamento alternativi e sottraendosi al monopolio imposto da Santone.
Per l’omicidio, il boss è indagato come esecutore materiale, insieme a Luigi Martucci, 21 anni, detto ’o Mucill, e a Nicola Marino, 19enne già detenuto, accusati di averlo coperto e di essersi occupati dell’occultamento della pistola calibro 7,65 utilizzata per l’agguato. Per entrambi è stata disposta la custodia cautelare in carcere dal gip Finamore del Tribunale di Napoli.
Le intercettazioni raccontano anche il dopo omicidio. Santone, dalle conversazioni captate, manifestava la volontà di cacciare la famiglia Nebbia dal rione per occupare le loro abitazioni e rafforzare ulteriormente il controllo del territorio.
«Ci prendiamo la casa al primo piano… la devo sfondare io stesso, faccio mettere Barbara dentro con la creatura», dice in un colloquio dal carcere. Un linguaggio brutale, che restituisce la totale assenza di freni e la convinzione di poter disporre delle persone e delle case come fossero proprietà privata del clan.
A sostenere Santone nella gestione quotidiana del gruppo criminale ci sarebbe stata la compagna Giulia Buonpane, figlia di Nicola, ras del clan Belforte di Marcianise, detenuto a Tempio Pausania, in Sardegna. Secondo l’accusa, la donna avrebbe avuto un ruolo operativo: dal taglio e occultamento della droga alla contabilità delle piazze di spaccio.
Un legame familiare che, per gli inquirenti, rafforzava il peso criminale del sodalizio e i suoi collegamenti con ambienti camorristici strutturati del Casertano.
Tra gli arrestati figurano anche tre minorenni, per i quali ha proceduto la Procura minorile di Napoli. Un dato che ha spinto il procuratore Nicola Gratteri a sottolineare un fenomeno sempre più diffuso: l’uso sistematico di giovanissimi da parte dei clan.
«Il minore rischia meno dal punto di vista normativo ed è più facilmente influenzabile – ha spiegato – viene arruolato come carne da macello, usato per trasportare droga, armi o persino per uccidere».
Il blitz ha posto fine a una stagione di violenze che, tra la fine del 2023 e il 2024, aveva visto susseguirsi stese, tentati omicidi e l’uccisione di Nebbia, alimentando paura e tensione nel rione.
«La comunità sammaritana era giustamente preoccupata – ha ricordato il questore Andrea Grassi –. Operazioni come questa dimostrano la sinergia tra autorità giudiziaria e forze di polizia e incidono concretamente sulla percezione della sicurezza».
Un colpo duro a un gruppo che aveva trasformato un quartiere popolare in un feudo criminale, dove a decidere tutto – dalla droga alle case, fino alla vita o alla morte – era un solo uomo. Vincenzo Santone.